SPIECE GIRLS

La reunion degli Oasis ha fatto pensare al passato, al Britpop e a quel periodo di rinnovato ottimismo (temporaneo) che ha segnato il Regno Unito negli anni Novanta

Dopo l’annuncio della reunion degli Oasis sull’onda dell’entusiasmo c’è stato un proliferare di contenuti, soprattutto sul web, su un probabile ritorno dello stile della band di fratelli Gallagher, dal mod cut (il loro taglio di capelli) al parka. Una sorta di “operazione nostalgia” che ha fatto guardare ai fasti del passato, quando nel Regno Unito nasceva un movimento, un fenomeno – e non un genere musicale vero e proprio – chiamato Britpop, che di lì a poco avrebbe scosso non solo la cultura britannica, ma quella mondiale. Il Britpop è solo una parte di quel periodo storico caratterizzato da un rinnovato orgoglio “british”, che ha coinvolto diverse espressioni artistiche. Quel periodo è stato chiamato “Cool Britannia” e, tra marketing, politica, e cultura, nel bene e nel male, ha segnato un’epoca.

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Dall’ “annus horribilis” al New Labour

Il 16 settembre 1992 la sterlina crolla rovinosamente (così come la lira italiana), subendo una repentina svalutazione: per questo le valute dovettero uscire temporaneamente dal sistema monetario europeo (SME). Quella giornata in inglese viene ricordata come “Black Wednesday” (“mercoledì nero”), ed è stata solo una delle giornate “poco fortunate”, potremmo dire con un eufemismo, vissute dal Regno Unito in quell’anno, il 1992, descritto come “annus horribilis”.

A usare questa espressione anche la regina Elisabetta in un celebre discorso pronunciato il 24 novembre 1992 a Guildhall, pochi mesi dopo il 40esimo anniversario della sua ascesa al trono. Il riferimento era al periodo particolarmente difficile vissuto dalla Royal family, tra divorzi e l’incendio nel castello di Windsor, consumatosi proprio pochi giorni prima delle parole pronunciate dalla sovrana.

Un’instabilità che travolge anche il piano politico. Alla guida del governo c’è il conservatore John Major, la cui popolarità subisce un tracollo. Major vince le elezioni interne per la guida dei Tories, subentrando a Margaret Thatcher dopo che quest’ultima lascia sia il ruolo da Prima Ministra, sia la leadership dei conservatori del 1990. Il governo Major resta in carica fino al 1997, quando perde le elezioni in favore del Partito Laburista, capeggiato da Tony Blair. Il Labour è, però, un partito profondamente diverso, ormai lontano dalla sua ideologia socialista originaria e spostato sempre più verso il centro (il cosiddetto New Labour). Sarà questo uno dei fattori che attirerà molte critiche a Blair, oltre alla decisione di sostenere il presidente statunitense George W. Bush nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Negli anni Novanta, però, tutto questo non era ancora successo e l’avvento di un governo laburista segnava un cruciale cambio di passo dopo una lunghissima leadership conservatrice, ormai percepita da gran parte dalla popolazione giovane (e non solo) come durissima e asfittica (e segnata negli ultimi anni da diversi scandali). C’è voglia di cambiamento, di rinascita, si sperimenta l’euforia per il nuovo scenario culturale che si sta delineando. Quello scenario, quel periodo prendono il nome di Cool Britannia.

La regina Elisabetta in visita in Canada nel luglio 1992 – Credit Image: © The Canadian Press via ZUMA Press/ANSA

La nascita della “Cool Britannia”

Il nome Cool Britannia è un calembour basato sul canto patriottico Rule, Britannia! musicato da Thomas Arne nel 1740. L’espressione dà il titolo a una canzone del 1967 della Bonzo Dog Doo Dah Band ma viene poi ripresa negli anni Novanta per descrivere quello che viene definito un vero e proprio “Rinascimento culturale” britannico, che coinvolge musica, cinema, moda, le arti in generale. Un po’ come successo negli anni Sessanta con la “Swinging London” (anche in quel periodo c’era un governo laburista, guidato da Harold Wilson). Beatles, Kinks, Who, Rolling Stone, Pink Floyd, Dusty Springfield, Soft Machine, sono solo alcuni degli esponenti della British Invasion, che ha portato la musica britannica all’estero. Londra diventa il centro di tutto, così come accadrà 30 anni dopo.

Negli anni Novanta c’è voglia di riscatto, di abbracciare e celebrare la “categoria giovani”, ed è proprio nelle diverse espressioni della “Cool Britannia” che la cultura giovanile si esplica. Ma “Cool Britannia” è anche rinnovato orgoglio patriottico che si intreccia con la modernità: una fusione di passato e presente, di nostalgia e novità, che descrive lo Zeitgeist dell’epoca, alla ricerca di riaffermazione dell’identità culturale britannica. Un esempio è la proliferazione della Union Jack, la bandiera del Regno Unito, che compare ovunque, su oggetti e persone, basti pensare all’iconico vestito indossato dall’iconica Geri Halliwell delle Spice Girls durante i BRIT Awards del 1997 (e poi in altre esibizioni) o alla chitarra di Noel Gallagher degli Oasis. Certo, non c’è solo patriottismo e non è tutto oro quello che luccica, anzi, come vedremo, alcuni musicisti nelle loro canzoni ritraggono, con sarcasmo, una popolazione ancora segnata dalla disuguaglianze sociali. L’ottimismo e il trionfalismo svaniranno presto e lasceranno il posto a molti dubbi e domande.

Tony Blair durante la campagna elettorale del 1997 – ANSA/DAVID THOMSON

Ma quello che arriva a primo impatto è l’aura di “coolness” che permea ogni faccia della cultura di matrice britannica, inglese in particolare, tanto che perfino il magazine statunitense Newsweek dedica una copertina alla Capitale britannica dall’eloquente titolo London Rules. La scena londinese è in mutamento e assurge a simbolo del ritrovato dinamismo di un’intera nazione.

Come vedremo, il centro di questa esplosione culturale sarà la musica, ma tutti gli altri settori ritrovano vitalità. A partire dalla moda, con designer come Stella McCartney, John Galliano e Alexander McQueen, che entrano ben presto del Gotha del fashion industry, ma anche con Kate Moss, che diventa una delle più note top model a livello mondiale. C’è anche il cinema, ovviamente, con il successo di film come Quattro Matrimoni e un Funerale (1994, diretto da Mike Newell), che fa conoscere Hugh Grant a tutto il mondo, e Trainspotting, uscito nel 1996 per la regia di Danny Boyle, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Irvine Welsh del 1993 (che certo non si può dire si muova nei territori della celebrazione e dell’apologia, anzi). E c’è anche la visual art con gli Young British Artists (YBAs, chiamati anche Brit artists o con il nome collettivo di Britart), un gruppo di artisti e artiste nati alla fine degli anni Ottanta noti per il loro approccio radicale, per l’uso di materiali non tradizionali, di recupero e l’uso di tattiche shock. Si tratta, in realtà, di un’espressione artistica difficile da ridurre e che abbraccia la pittura, la fotografia, la scultura, l’installazione. Tra gli esponenti più noti ci sono Damien Hirst e Tracey Emin.

Lo scrittore scozzese Irvine Welsh, autore di ‘Trainspotting’, in una foto del 2014 – ANSA/EPA/ALEJANDRO GARCIA

Dicevamo, il fulcro è la musica. Il pop britannico deflagra grazie ai Take That, agli East 17 e alle Spice Girls che hanno portato il “girl power” nel pop in un momento in cui il femminismo è sì solido – gli anni Novanta rappresentano la cosiddetta terza ondata del movimento femminista, se vogliamo rimanere nella scansione temporale data dalle ondate – ma quella parola, “femminista”, non viene pronunciata volentieri, soprattutto nei contesti più mainstream. In quel decennio negli Stati Uniti c’è il movimento punk femminista delle Riot Grrrl (una band su tutte le Bikini Kill, ma ce ne sarebbero molte altre da citare) che affronta in modo strutturato temi come la violenza di genere e gli abusi. Sì, le Spice Girls ne danno una declinazione completamente diversa, portando un concetto politico nel territorio del pop, appunto, giocoso e sbarazzino. E non è necessariamente un male, anzi. Possiamo dire che il “girl power” delle Spice Girls si configura come una sorta di antidoto alla lad culture maschilista che imperversa in questo decennio, incentrata intorno allo stereotipo del ragazzo (“lad”, appunto) eterosessuale, soprattutto studente universitario appartenente alla middle class, e intrisa di misoginia.

Ma dal punto di vista musicale la “Cool Britannia” viene fatta coincidere con quello che non è un genere musicale ma una sorta di movimento al quale vengono ricondotti artisti anche molto diversi tra loro, il Britpop.

Il Britpop

Con questo termine, coniato dalla stampa britannica, si indicano tutte le guitar band nate nella scena indipendente britannica agli albori degli anni Novanta, dopo i fasti della scene madchester e shoegaze (sebbene ci siano gruppi che incorporano caratteristiche di questi filoni). Si tratta di una realtà variegata, composta da artisti a volta distanti tra loro, con sonorità differenti. Ma allora che cosa accomuna queste band? Potremmo dire, sintetizzando, i riferimenti al passato, dagli anni Sessanta e Settanta, dalle estetiche mod, dal glam, dalla new wave al post-punk declinati, però, in modi diversi.

Per convenzione, possiamo far risalire l’inizio del Britpop al 1992, con la pubblicazione dei singoli The Drowners dei Suede e Popscene dei Blur. Il 1992, l’annus horribilis che, per la musica si rivela un annus mirabilis. I Suede sono stati i primi rappresentanti di questo nuovo fenomeno, tanto che già in quello stesso anno, prima ancora di pubblicare un album, la rivista musicale Melody Maker li definisce “miglior nuova band britannica” e il cantante Brett Anderson diventa ben presto nuova icona androgina. Il disco – eponimo – arriverà l’anno successivo, così come il secondo album dei Blur, Modern Life is Rubbish, dopo l’esordio Leisure del 1991.

Nel 1994 i Blur danno alle stampe quello che viene considerato come uno dei simboli del Britpop (e una delle pietre miliari della musica), Parklife. L’album si divide tra pezzi più intimisti e vignette satiriche, di cui sono protagonisti i personaggi creati dalla penna e dalla mente di Damon Albarn. Sotto un fitto strato di ironia e sagacia si nascondono la rabbia e l’alienazione scaturite dall’influenza che la cultura americana stava avendo su quella britannica, idea nata dopo il tour della band negli Stati Uniti. Il confronto tra i due Paesi ritorna spesso in questa storia: il Britpop viene presentato come reazione al grunge che si sta diffondendo all’epoca negli States, con band come Nirvana, Pearl Jam, Alice in Chains e i loro suoni più cupi e distorti. Un confronto che, poi, si esaurisce (se ha mai avuto senso di essere) con il suicidio di Kurt Cobain nel 1994.

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Il 1994 è anche l’anno in cui esce il primo album di un altro gruppo storico del Britpop: stiamo parlando di Definitely Maybe degli Oasis. Un suono ruvido, diretto, molto diverso da quello dei Blur, eppure. Eppure le due band vengono fin da subito messe a paragone l’una con l’altra e, complice la stampa, nasce una delle faide più famose degli anni Novanta (un po’ come era stato tra i Beatles e i Rolling Stones negli anni Sessanta) che culmina con la cosiddetta “battaglia del Britpop”. Il 14 agosto 1995 escono in contemporanea due nuovi singoli delle band, Country House dei Blur e Roll With It degli Oasis; una settimana dopo arrivano i risultati: Country House vende 274mila copie contro le 216mila di Roll With It. Per questo si dice che i Blur vincono la “battaglia”, ma non la “guerra”. Nell’ottobre del 1995 – un mese dopo l’uscita di The Great Escape dei Blur –  i fratelli Gallagher e soci pubblicano il loro secondo album, (What’s the story) Morning Glory? , che rimane per 10 settimane in testa alla Official Album Charts britannica ed è, oggi, tra i dischi più venduti della storia della musica inglese. E poi basta, al di là delle sparate mediatiche la faida finisce lì. Per un certo periodo i media alimentano questo scontro, cavalcando qualsiasi notizia sulle due band, e creando una contrapposizione superficiale tra nord e sud dell’Inghilterra, tra proletariato (gli Oasis) e borghesia (i Blur).

“(What’s the Story) Morning Glory?”, il secondo disco degli Oasis, uscito il 2 ottobre 1995 – SHUTTERSTOCK/STEFANO CHIACCHIARINI ’74

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I Blur e gli Oasis, sono i gruppi più noti e i più chiacchierati del “calderone” Britpop, ma ce ne sono molti altri, che meritano ben più della menzione che stiamo per fare qui. Dalle influenze punk e post-punk con attitudine pop degli Elastica, fondati dalla cantante e chitarrista Justine Frischmann dopo la sua uscita dai Suede, dagli elementi new wave e disco incorporati nella musica dei Pulp, guidati dal frontman Jarvis Cocker, fino al mix di psichedelia e noise pop dei Verve. Ma anche  Lush, Supergrass, Super Furry Animals, Manic Street Preachers, Sleeper, Kula Shaker, Mansun, Ash, Marion, Menswear, solo per citarne alcuni.

Jarvis Cocker, frontman dei Pulp, durante il Tibetan Feedom Concert nel 1999 – © JAMES M. KELLY/ZUMA Wire/ANSA

In realtà, quello che viene etichettato come Britpop  e il pop non rappresentano tutto quello che succede allora, musicalmente parlando, nel Regno Unito. Ci sono tante altre realtà che raggiungono il successo di pubblico e di critica, come i Radiohead e gli Skunk Anansie, ma c’è anche il trip hop con i Portishead , i Massive Attack e Tricky.

Il Britpop diventa, però, immediatamente simbolo della Cool Britannia e ha il suo apice (anche se di momenti clou ce ne sono stati diversi) nel 1997, quando Noel Gallagher incontra a Downing Street il neo premier Tony Blair, che non a caso si era dichiarato fan degli Oasis (ma anche delle Spice Girls). Potremmo dire un esempio di soft power, in cui l’apparato politico si appropria della cultura pop per allargare il proprio consenso., in una sorta di “rebranding”. Il 1997 è anche l’anno della celebre copertina di Vanity Fair con Liam Gallagher e l’attrice e cantante Patsy Kensit, all’epoca sposati, sdraiati su un letto con cuscini e lenzuola raffiguranti la Union Jack, ovviamente.

Il 1997, però, è anche l’anno della morte di Lady Diana Spencer, che perde la vita insieme al compagno Dodi Al-Fayed in un incidente d’auto sul Ponte dell’Alma, a Parigi, il 31 agosto.

L’ottimismo e lo scintillio della “Cool Britannia” cominciano a scricchiolare.

Liam Gallagher e Patsy Kensit nel 1996 – ANSA/STEFAN ROUSSEAU

Ciao “Cool Britannia”

Già sul finire degli anni Novanta aleggiava un certo scetticismo sul concetto di “Cool Britannia”, trasformatosi in disillusione negli anni successivi. La “Cool Britannia” non ha una fine precisa, semplicemente è andata scemando. Guardando, poi, quanto accaduto dopo anni di distanza possiamo dire che forse non era tutto così “cool” come sembrava o che, almeno, quella era solo una parte della storia, come ha sottolineato Tracey Thorn degli Everything but the Girl, in un articolo per New Statesmen (qui la traduzione italiana pubblicata su Internazionale).

Al di là del marketing, della strumentalizzazione politica, dei giochi mediatici, la “Cool Britannia” degli anni Novanta ha avuto un impatto fortissimo a livello culturale, non solo nel Regno Unito, e ci ha regalato pietre miliari della musica, del cinema, dell’arte. Certo, possiamo farne tesoro e cullarci per un po’ nella nostra sana nostalgia, senza mai smettere, però, di guardare avanti. O semplicemente, di non guardare in una sola direzione.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK/FEATUREFLASH PHOTO AGENCY