Aveva rilasciato un’intervista alla Channel 13 israeliana. Manifestanti bruciano foto di Khamenei
È stato condannato a morte con l’accusa di spionaggio lo scrittore e illustratore Mehdi Bahman, che lo scorso aprile ha rilasciato un’intervista alla tv israeliana Channel 13.
La polizia è entrata in casa sua il 12 ottobre senza mandato e l’intero processo è avvenuto senza tutela legale.
Durante l’intervista, Bahman aveva criticato il regime di Teheran e l’imposizione della legge islamica, sollecitando una normalizzazione tra Israele e Iran. Nell’abisso oscuro che è diventato il Paese in questo momento, con le proteste per la morte di Mahsa Amini che hanno sollevato il velo sugli abusi del Governo, quelle parole sono state sufficienti per l’autorità iraniana per condannare a morte l’oppositore.
Negli anni, Bahman ha operato a favore della convivenza religiosa, collaborando con il religioso sciita dissidente, Masoumi Tehrani, con cui aveva creato opere d’arte contenenti simboli di varie religioni, donandole poi ai leader delle minoranze ebraica, cristiana, zoroastriana, dell’islam sunnita, mandea e bahai presenti in Iran.
È stato arrestato anche Tehrani, ma le notizie arrivano con il contagocce.
Manifestanti bruciano foto di Khamenei
In Iran i manifestanti hanno bruciato in piazza la foto della Guida suprema, Ali Khamenei, durante le proteste antigovernative a Zahedan, nella provincia del Sistan-Balucistan. È qui che risiede la comunità baluchi che professa l’Islam sunnita, vessata dal regime sciita della Repubblica islamica.
I giudici chiedono “pene deterrenti”
Pugno di ferro del Governo iraniano. Il capo della magistratura iraniana Gholamohossein Mohseni Ajeei ha chiesto “punizioni deterrenti” per i manifestanti arrestati durante le proteste, secondo quanto riferisce la Bbc. «I colleghi magistrati dovrebbero agire quanto prima per punire gli elementi che causano disordini. Ho ordinato al primo deputato della magistratura e al procuratore generale del Paese di seguire quotidianamente il processo di completamento dei casi dei principali indagati per le rivolte».
Intimidazione dei Pasdaran ai media
«Abbiamo un controllo su di voi e vi daremo una dura risposta, uno per uno»; è l’ennesima intimidazione delle Guardie della rivoluzione (Pasdaran), per bocca del generale Ramezan Sharif, ed è rivolta ai media iraniani all’estero che stanno divulgando preziosi aggiornamenti e informazioni sulle proteste in corso nel paese: «tali media dissidenti, come Bbc Persian, Iran International, Voa e Manoto e i social media, che sono elementi dei nemici, hanno cercato di influenzare le menti del popolo iraniano durante le attuali proteste contro il sistema, ma hanno fallito».
Allarme delle Ong
Secondo l’Organizzazione Hengaw per i diritti umani, in Iran sarebbero al momento detenute almeno 200 donne curde, arrestate dalle forze governative iraniane durante la resistenza popolare. Di queste, 30 avrebbero meno di 18 anni. L’Ong ha precisato che “delle 202 donne le cui identità sono state confermate, 27 sono studentesse, 6 insegnanti e una è avvocato“.
Invece, secondo l’ultimo aggiornamento di Hrana, l’agenzia di stampa iraniana per i diritti umani, sono 508 le persone uccise durante le proteste in Iran, inclusi 69 bambini. Il numero di persone arrestate è superiore a 18mila. Fino a oggi si sono svolte più di 1.200 manifestazioni di protesta in 161 città.
Abusi sessuali su manifestanti detenuti
Arrivano altri racconti agghiaccianti dall’Iran. Alcuni manifestanti hanno raccontato a Iran International di aver subìto abusi sessuali durante la detenzione. L’emittente televisiva ha, però, sottolineato che le loro storie “sono molto difficili da verificare a causa della paura delle vittime di rivelare informazioni personali e di ritorsioni contro di loro e le loro famiglie”.
Una delle vittime ha raccontato di essere stata denudata davanti agli ufficiali della guarnigione di Vali Asr a Teheran insieme ad altre persone arrestate, che sono state poi palpeggiate nella zona genitale, spruzzate con acqua fredda e colpite con taser nel tentativo di costringerle a rilasciare “confessioni” fasulle.
«Ci hanno minacciato di stupro» ha dichiarato la vittima, rilasciata su cauzione dopo 20 giorni. «C’erano due agenti donne e due uomini nel furgone. L’uomo ci ha perquisito nel modo più disgustoso» ha raccontato un’altra vittima.
Una persona originaria di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, ha dichiarato di essere stata spogliata davanti agli agenti, insieme ad altre 11 persone, poi costrette ad accovacciarsi mentre gli ufficiali “ridevano”. Altre persone hanno riferito di essere state toccate durante l’arresto e gli interrogatori, e minacciate di stupro contro di loro o i loro familiari.
Stando a quanto riferito dall’ANSA, Armita Abbasi, 20 anni, è stata violentata dopo essere stata arrestata il 10 ottobre. Abbasi sarebbe stata portata dalle forze di sicurezza in un ospedale di Karaj il 18 ottobre con ferite multiple tra cui emorragia interna e segni di stupro ripetuto.
Iran International ha riferito che gli episodi di violenza sono stati segnalati da centri di detenzione, prigioni e ma anche in magazzini di alcune grandi città.
Almeno 100 manifestanti rischiano la condanna a morte in Iran
Almeno 100 manifestanti rischiano l’esecuzione o la condanna alla pena di morte. Lo ha riferito la ong Iran Human Rights (IHR). Secondo l’associazione il numero potrebbe essere molto più elevato perché “la maggior parte delle famiglie è sotto pressione per rimanere in silenzio”. Tra questi 5 donne, ma il numero potrebbe essere quasi sicuramente molto approssimativo.
L’elenco, ha sottolineato l’ong, comprende sia i casi segnalati ufficialmente, sia quelli denunciati da familiari e citizen journalists. Iran Human Rights al momento, però, non è in grado di confermare i dettagli di tutti i casi e ha quindi chiesto a chiunque abbia informazioni su manifestanti a rischio di accuse o condanne alla pena di morte di essere contattata.
«È importante notare che tutti gli imputati dei seguenti casi sono stati privati del diritto di avere un proprio avvocato, di un giusto processo e di un processo equo – ha scritto la ong – Nei casi in cui sono riusciti a mettersi in contatto o a conoscere i dettagli dei loro casi riportati da compagni di cella e difensori dei diritti umani, tutti sono stati sottoposti a torture fisiche e mentali per costringerli a false confessioni autoincriminanti».
di: Francesca LASI
aggiornamento di: Caterina MAGGI
FOTO: EPA/STR