Parigi si schiera contro un business di moda che punta su inquinamento e violazione dei diritti umani. L’obiettivo è mettere in ginocchio il mercato del fast fashion per contribuire a salvaguardare il pianeta
Il 10% delle emissioni mondiali di gas serra è generato dall’industria tessile che da sola è capace di consumare circa 1,5 mila miliardi di metri cubi d’acqua annui ed è responsabile della circolazione di microplastiche e della contaminazione delle falde acquifere. Questi dati sono originati in maniera particolare dal settore del fast fashion, un modello di business che produce in massa capi di abbigliamento a costi stracciati. A dirlo è la rivista scientifica Nature che ha pubblicato uno studio dal quale si può dedurre che il basso costo degli indumenti cela disagi e difficoltà a livello ambientale e sociale. I governi mondiali hanno mai preso delle contromisure? Sì ma non abbastanza efficaci, adesso sembra che qualcosa stia per cambiare veramente…
È proprio dall’Europa che parte l’iniziativa, precisamente dalla Francia dove il primo disegno di legge contro il fast fashion è stato approvato dall’Assemblea Nazionale. Il Governo, in particolare Horizons, il partito di maggioranza alleato a Renaissance, formazione del presidente Emmanuel Macron, ha presentato un testo costituito da tre articoli; analizziamoli. Il primo prevede l’inserimento, negli e-commerce di fast fashion, di messaggi che spronano alla riparazione e al riuso. Un punto che riprende la strada di mozioni già varate dal governo francese, tra cui la legge anti-spreco, la cosiddetta “anti-gaspillage”. Il secondo di questi, invece, introduce una tassa ambientale sui capi dei grandi produttori, e fissa, dal prossimo anno, un aumento di cinque euro per articolo, cifra che arriverà a 10 euro entro il 2030. Il modello è quello del principio “de Responsabilité élargie du Producteur”(Rep), concetto che obbliga chi produce, distribuisce o importa una merce ad assumersi la responsabilità di tutto il ciclo di vita dell’articolo, incluso il suo fine vita. È previsto però un limite: il costo finale non può superare di oltre il 50% l’importo scritto sul cartellino. I ricavi ottenuti verranno utilizzati per la gestione della raccolta, della spartizione e del trattamento dei rifiuti tessili, ma anche per finanziare i produttori di abbigliamento sostenibile che saranno quindi aiutati nel competere in maniera più equa, per promuovere la ricerca e lo sviluppo, per aumentare gli sconti di ripartizione (rimborsi per quando si fa rammendare un indumento da sartorie o calzolerie), per mezzi destinati al riciclo e per foraggiare campagne sull’impatto ambientale e sulla prevenzione dei rifiuti del settore. E infine arriviamo al terzo articolo, capitolo che mira al divieto di promozione di questi prodotti e all’obbligo nei confronti dei marchi a comunicare agli acquirenti l’impatto ambientale dato dalla loro produzione. Un punto che si uniforma alla legge “climat et résilience”che ha già proibito la pubblicità a sostegno dei combustibili fossili o del greenwashing.
Negli ultimi anni, i mercati di moda europei, come quelli di tutto il mondo, sono stati presi d’assalto e alcuni marchi importanti si sono visti obbligati a chiudere per fallimento. La frase “à renouvellement très rapide” scritta nella mozione si riferisce ai principi con cui un’azienda viene riconosciuta come produttrice di fast fashion. I criteri con cui viene identificata sono la quantità di capi di abbigliamento prodotti e la rapidità di rotazione delle nuove collezioni, due aspetti che hanno un grande impatto sull’ambiente. Nel presentare la legge, i deputati francesi hanno citato direttamente Shein, la famosa azienda cinese di accessori e abiti che da diverso tempo si trova al centro di molte polemiche per ritmi di lavoro elevatissimi, per collaborazioni sottopagate e per politiche ambientali. Si stima che questa produca al giorno circa 7.200 capi e che abbia un guardaroba di oltre 470.000 articoli differenti: la realtà offrirebbe quindi “un numero di prodotti 900 volte superiore a quello di un rivenditore tradizionale francese”. Il colosso cinese ha replicato rapidamente sottolineando come stia semplicemente lavorando per soddisfare una domanda esistente che permette alla percentuale di vestiti non venduti di restare sempre molto bassa contrariamente a quanto fanno i grandi marchi che arrivano anche a scarti equivalenti al 40%. Secondo Shein, quindi, l’unica conseguenza della legge sarebbe quella di «peggiorare il potere d’acquisto dei consumatori francesi, in un momento in cui già avvertono l’impatto della crisi del costo della vita». In effetti, il gigante della moda economica si rintana dietro una richiesta più che esplicita dei consumatori che sembra non calare nonostante la consapevolezza ambientale dei cittadini. Anche in questa circostanza i social sembrano avere un ruolo importante: grazie infatti alla loro capacità di condividere un ricambio molto veloce di tendenze fashion, hanno incoraggiato e accelerato moltissimo la voglia sociale di fare shopping. Il successo di Shein si fonda proprio sull’intercettazione dei trend en passant su Tik Tok e Instagram e sull’abilità di trasformarli velocemente in merce vendibile. Quando l’intelligenza artificiale e diverse fabbriche si uniscono per lavorare insieme, vengono prodotti borse, scarpe, vestiti che nel giro di pochissimo tempo sono lanciati sui social aumentando desideri che non sapevamo di avere fino a quel momento. Nell’elenco dei marchi, poi, oltre agli asiatici Temu e Shein, figurano anche Stradivarius, Bershka, Zara, tutte realtà parte della multinazionale spagnola Inditex, e la svedese H&M.
Ci troviamo quindi di fronte ad una mozione che porterà la Francia ad essere “il primo Paese al mondo a legiferare per limitare le derive dell’ultra fast-fashion”: una tassa che vuole indebolire i meccanismi economici del sistema rispondendo allo stesso tempo anche agli appelli delle organizzazioni della società civile e degli ambientalisti. L’Europa ha mosso i primi passi in tale direzione nel 2002 introducendo l’EPR, che come già accennato è una politica ambientale secondo la quale i produttori di beni sono responsabili anche per la fase post-consumo. Si tratta quindi di una responsabilità etica e finanziaria per il trattamento e lo smaltimento dei prodotti al termine del loro ciclo di vita.
Il periodo storico in cui ci troviamo può essere denominato “far west” degli imprenditori: questi hanno vissuto fino ad ora senza regole ma adesso è arrivato il momento di premiare chi adotta comportamenti responsabili e di punire gli incoscienti. La concorrenza tra i giganti della moda veloce porterà soltanto ad aumentare l’andatura del consumo di abbigliamento a basso costo favorendo quel costante loop di trend che preme sempre di più verso acquisti compulsivi. Adesso il Senato francese dovrà fare più chiarezza. Riuscirà la Francia a fermare concretamente un consumismo esasperato ormai normalizzato?