A 100 anni dalla nascita di uno dei medici più rivoluzionari di sempre, i manicomi non esistono più. Restano le voci di chi, oggi, cerca e merita nuovi spazi di ascolto: ce le racconta lo psichiatra, già compagno di battaglie di Basaglia, Peppe Dell’Acqua
In via Ippocrate 45, nel quartiere milanese di Affori, si erge ancora oggi l’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, una struttura che, fino al 1971, ospitava circa 1.200 persone. Nonostante la legge n. 180 del 1978 avesse definitivamente chiuso i manicomi in Italia, la struttura rimase tale fino al 1999 ospitando tra le sue sorde mura anche Alda Merini, che raccontò di impazzire “sul momento stesso” in cui vi entrò. La poetessa meneghina vi rimase dal 1965 al 1972, e chissà se avrebbe mai immaginato che quelle alte mura di contenimento della malattia sarebbero diventate, un giorno, il simbolo della società che ri-accoglie il singolo, della parte che torna al tutto, grazie a laboratori culturali, rassegne teatrali e felici esperimenti di inclusione sociale e territoriale. Oggi, a 100 anni dalla nascita di Franco Basaglia, padre morale della 180, l’ex Paolo Pini è un perfetto ma raro esempio di ciò che lo psichiatra sosteneva nello scalpore generale quando dichiarava di essere più interessato al malato che non alla malattia.
«Io faccio la psichiatria tenendo in mente che ne conosco almeno due tipi: quella per i poveri e quella per i ricchi», spiegava Basaglia che alla sua rivoluzione di libertà – questo fu, a tutti gli effetti – dedicò l’intera vita insieme alla moglie Franca Ongaro e ai tanti colleghi che, come lui, credevano in un approccio nuovo alla malattia mentale, che si interfacciasse con essa anziché nasconderla agli occhi benpensanti dei “sani”. La malattia, così, diventava una perfetta rappresentazione delle contraddizioni della nostra società. Come tutto ciò che è deviato dalla norma, le persone affette da disagi psichici erano additate come un pericolo per la società e per loro stessi, e con questo pretesto internate, private di ogni diritto reale e civile, isolate, specialmente se la loro famiglia non poteva assicurargli una privacy per così dire più ossequiosa della loro soggettività. Se la rivoluzione basagliana ha radicalmente cambiato in tutto il mondo il modo in cui le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale vengono trattate, tanta strada ancora bisogna compiere affinché questa soggettività sia conservata integra nelle persone. E come sarebbe possibile comprendere una contraddizione senza instaurare una dialettica che metta in discussione entrambe le parti, non solo quella “deviata”? O colmare un abisso di comprensione a suon di trattamenti farmacologici e contenitivi? «Quando sono entrato nell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Gorizia mi sono ritrovato in un luogo dove non c’era la parola. Naturalmente c’erano 600 internati, ma non c’era nessuno», ci racconta Peppe dell’Acqua, psichiatra che fin dagli anni ‘70 ha lavorato al fianco di Basaglia costruendo insieme a lui un cambiamento che sembrava impossibile. Il non-luogo del manicomio, ed era questa la vera intuizione, toglieva ai malati la loro voce “umana”, lasciandogli il dolore e la solitudine, da metabolizzare sempre nel sé e mai in un “noi” che pure era parte scatenante e integrante dei loro problemi. «Io non avevo nessuna voglia di mangiare, – scriveva Merini nel suo Diario di una diversa, – e andavo in giro per il reparto raccattando le cicche. Questo fatto veniva interpretato come una forma di malattia. Invece io avevo bisogno di un pacco di biscotti, di una carezza. E in quella cicca vedevo il dono che mi era mancato».
Oggi i riflettori sono puntati non più sui muri ma sulle casse dei servizi sanitari, semplicemente inadeguati. A fronte di una spesa “suggerita” di almeno il 5% del fondo sanitario per la salute mentale, e con l’Europa che fissa lo standard al 10%, l’Italia si ferma nelle retrovie dei Paesi OCSE a quota 3,5%. I Governi, su questo, operano con “interventi limitati, frammentari, con scadenze ravvicinate di impiego e senza prospettive di rinnovo”, come spiega il direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Modena Fabrizio Starace, da cui deriva la “comprensibile difficoltà delle Regioni ad utilizzare questi fondi per un reale rafforzamento del sistema di cura per la SM”. Il tutto in un contesto in cui l’OMS prevede che le patologie psichiatriche stiano per superare quelle cardiovascolari, con i disturbi mentali in aumento del 28%. Ancora una volta però, si sbaglierebbe a credere che tutti i problemi dei servizi di salute mentale del nostro Paese dipendano dalle poche risorse messe a disposizione. 46 anni dopo, la storia della rivoluzione basagliana non è compiuta ma va ancora perseguita e compresa. Se ieri il malato era intrappolato nei manicomi, oggi lo è nella prescrizione dei farmaci e nelle diagnosi, che combinate esauriscono quasi tutta l’assistenza fornita mentre la cura della persona e della sua socialità, l’ascolto e la sperimentazione di buone pratiche collettive restano residuali ed eventuali fondi di caffè.
È a questo scopo che con il Forum Salute Mentale Dell’Acqua ha presentato il progetto 180 Bene Comune: un programma di formazione sperimentale che “vorrebbe riempire il grande vuoto riportando al centro parole, comportamenti, sguardi. In sintesi, l’umanità che sottendeva la 180” ci spiega. Un cantiere necessario perché, nonostante la legge, quella basagliana è ancora una filosofia, a volte condivisa, a volte contrastata, altre semplicemente ignorata perché è più facile così. Di qui, a cascata, quella “ossessione per il cervello storto da raddrizzare, parente ricco della più plebea contenzione meccanica” di cui parlava anche il presidente di Psichiatria Democratica Antonello D’Elia, riferendosi a “trattamenti farmacologici, abbandoni nelle strutture residenziali, persone legate ai letti, il continuo pensare che le persone con disturbo siano in una posizione di subalternità, come se avessero meno diritti, che è esattamente ciò che la legge 180 ha combattuto restituendo il diritto costituzionale alle persone con disturbi mentali”, ricorda ancora Dell’Acqua. A tal proposito lo psichiatra ci spiega di non trovare particolarmente felice “il ricordo di Basaglia come un filosofo fenomenologico. Basaglia è stato un “operatore”, un precursore nella pratica, perché è dalla pratica quotidiana, quella vissuta tutti i giorni insieme ai malati, che arriva il suo modo di incontrare l’altro, un vero e proprio “corpo a corpo” quotidiano con la diagnosi per evitare che essa inglobi tutto. Per interrompere l’esercizio di nomenclatura psichiatrica che riduce tutto a nomi di malattie e porre davanti la persona”. La medicina curi e ascolti, ché il contenimento e la sicurezza spettano ad altri. Prima di salutare Dell’Acqua, non possiamo non aprire il capitolo sulle nuove generazioni, e partiamo dallo slogan basagliano per eccellenza, che dà il titolo ad una rassegna teatrale dell’ex Paolo Pini e cita una canzone di Caetano Veloso: “da vicino nessuno è normale”. Ma allora, lo provochiamo, “tutti hanno un qualche disturbo, e tutti hanno bisogno di cure?”. «Spesso passano teorie e pratiche che affrontano il disagio dell’adolescenza e della vecchiaia come una malattia – ci risponde. – La patologizzazione della vita quotidiana, così come la ricerca di cure facili e immediate, non fa che spostare l’ottica dalle responsabilità politiche e sociali che causano e alimentano le malattie». Lo sapeva anche Il matto di Fabrizio de André: «E sì, anche tu andresti a cercare/Le parole sicure per farti ascoltare/Per stupire mezz’ora basta un libro di storia/Io cercai di imparare la Treccani a memoria/E dopo maiale, Majakovskij, malfatto/Continuarono gli altri fino a leggermi matto».
BOX – 1968, si aprono le porte
Nel 1968, 10 anni prima della famosa legge, le telecamere Rai entrano per la prima volta nel manicomio di Gorizia, “nuove isole di esclusione, nuovi bacini di scarico della società dei sani”. Con i suoi Giardini di Abele, Sergio Zavoli va alla ricerca di “quanto resta di un uomo dopo che l’istituzione delegata a curarlo lo ha sistematicamente oggettivato, riducendolo cioè a numero, a cosa”. Nel parco del manicomio, i cui cancelli avevano già aperto grazie all’intervento precursore della legge n. 431 del 1968, Zavoli parla con gli internati. «Perché la gente ha paura di voi?» chiede a una donna che racconta di essere stata internata dopo una delusione amorosa. «Perché la gente è più pazza di noi» gli risponde amara lei, seria e lucida come un matto non dovrebbe essere.