La compagnia di bandiera ha rappresentato il peggio e il meglio del Paese: piatti Ginori, divise Armani e un buco milionario. Auf wiedersehen Alitalia
Dopo il closing con Lufthansa, ai primi di luglio, l’Italia non ha più una “compagnia di bandiera”, una definizione nata nella prima metà del secolo scorso per indicare un’azienda aeronautica di proprietà di uno Stato. In tempi in cui l’uomo non era ancora sbarcato sulla Luna e ben lontano dall’immaginare di potersi concedere un giro nello spazio come vacanza, gli aerei rappresentavano il massimo della tecnologia che un Paese potesse esprimere e la “compagnia di bandiera” era sia fiore all’occhiello sia biglietto da visita di un’intera nazione.
Purtroppo, anche uno specchio. Perché, quella di Ita, e prima ancora di Alitalia, è una storia che si intreccia, a doppio filo, con quella di un Paese, fino a diventarne, nel bene e nel male, anche un simbolo e paradigma. Insomma, una storia tutta italiana, che ha conosciuto anni d’oro e grandi fasti poi oscurati dall’ombra lunga degli ultimi 30 anni, segnati da un inesorabile declino, ascrivibile non solo a errori di strategie industriali e a congiunture avverse ma anche a responsabilità della politica che ha visto in Alitalia un terreno da lottizzare. Decenni segnati anche da vertenze endemiche e da conflitti sindacali, sfociati anche in clamorosi scioperi e proteste.
E, infatti, negli anni ‘90 il New York Times scriveva come Alitalia si facesse riconoscere «per i suoi interni di tendenza e per le uniformi di design a firma di Giorgio Armani, più che per i servizi e la puntualità». Un’analisi cinica ma precisa, che ricorda come la compagnia, dal secondo Dopoguerra fino alla sua capitolazione, sia stata al tempo stesso croce e delizia del Belpaese, di cui ha fedelmente rappresentato nel mondo i suoi alti (estetici) e bassi (gestionali).

Se questi ultimi hanno avuto il recente epilogo, e-Bay è il diario di come l’eccellenza della compagnia resti impressa nell’immaginario collettivo: un servizio anni ‘70 di 6 piattini da dolce Alitalia Ginori, disegnati da Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, è valutato 1.200 euro; tutte le divise delle hostess superano ampiamente i mille euro; esistono perfino i Tarocchi Alitalia di Novak, con un valore che si aggira sui 900 euro. Basta una semplice esplorazione empirica per constatare come i gadget delle altre compagnie aeree siano valutati dal mercato dei collezionisti molto meno. Insomma, sulle ali italiane hanno volato le creazioni dei geni indiscussi del design nazionale ed internazionale, quasi a voler nascondere, con inesorabile fascino e (temporanea) efficacia, i mali radicali della compagnia statale.
Così, nel 1960 si ricorda l’intervento di Ignazio Gardella, il quale, proponendo «pochissimi colori, di toni caldi, e materiali quali il cuoio e il legno, quasi a creare l’atmosfera di un club» prendeva le distanze dalle cromie pastello preferite dalle compagnie anglosassoni. Per le divise del personale di volo è il momento di Delia Biagiotti. In un’operazione di ingentilimento del tailleur disegnato dalle Sorelle Fontana, la stilista accorcia infatti la longuette, inaugurando un trend che, 9 anni dopo, approdando nel cuore della tendenza Space Age, Mila Schön riprende in una veste completamente verde, in un gradiente che dal mela arriva all’oliva. Lo stesso scelto poi nel 1991 da Giorgio Armani e, in una nuance più profonda, da Alberta Ferretti nel 2018.
Inoltre, abbracciando un concept tanto moderno come quello del total living, il brand di Alitalia entra nella vita e nell’immaginario dei cultori dell’italian lifestyle attraverso le pubblicità, le locandine e una moltitudine di oggetti-desiderio capace di umanizzare il sogno, riportandolo sulla terra. Ci sono i set di posate firmate da Gio Ponti (prima) e da Joe Colombo (dopo), la cintura con logo (antesignana di una logomania anni ‘80) pensata da Alberto Fabiani nel 1973, la prima prodotta in confezione e non in sartoria, e gli occhiali componibili Alitalia Sport-Frames disegnati da Kuno Prej-De Meyo e selezionati per il Compasso D’oro 1982.
Non solo: quadri di artisti contemporanei come Guttuso, Cagli, Santomaso, Mirko, Corpora e Marino che potevano essere anche acquistati dai passeggeri, anticipando di fatto il concetto della boutique a bordo. Uno slogan riportato all’interno della cabina recitava: «I pittori italiani contemporanei collaborano con Alitalia per rendere più attraente il vostro volo».
E sempre negli stessi anni, gli ambienti Alitalia a terra subiscono un restyling dal deciso gusto atlantico, come testimoniato dalla sede di Parigi a firma di Leo Calini, Eugenio Montuori e Cesare Ligini, dal palazzo uffici dell’architetto Fabio Dinelli situato in zona EUR, o dal terminal milanese della compagnia progettato da Gio Ponti nel 1960. «L’architetto è ricorso, come leit motif di colore, all’azzurro che caratterizza la nostra Compagnia aerea, e come leit motif di materia, alla ceramica, nel totale rivestimento delle pareti in elementi di terracotta di Melotti e smalti biancoazzurri» riporta Domus nel numero 371. Sono gli stessi anni in cui l’ingegnere Riccardo Morandi porta a compimento l’avveniristica aviorimessa di Fiumicino, realizzata mediante l’uso di cemento armato precompresso a tiranti e pilastri a forcella.
Tutti capitoli di una lunga storia di passioni che, come capita quando finisce un grande amore, oggi lasciano spazio soltanto ai bei ricordi: come le foto dei Rolling Stones in partenza da Heathrow nel 1967, di Gina Lollobrigida e Paul Newman che scendono a Venezia, rispettivamente nel ‘54 e nel ‘67, di Federico Fellini e Giulietta Masina di ritorno da Hollywood dopo l’Oscar per 8 e mezzo, di Maria Grazia Cucinotta nel 2016 in posa con le hostess, in uniforme Ettore Bilotta. Ma soprattutto di Domenico Modugno nel ‘58, che sbarca a New York per presentare Nel blu dipinto di blu. Volare, “felice di stare lassù”. Da oggi “Ich bin froh, dort oben zu sein”.