La Generazione Z è scesa in piazza ottenendo il ritiro della Legge di Bilancio e il licenziamento di quasi tutto l’Esecutivo, ma l’obiettivo è un cambiamento strutturale

Dal 18 giugno in Kenya va avanti una sollevazione popolare di dimensioni impressionanti. La rabbia dei manifestanti ha portato all’incendio di una parte del Parlamento, mentre la risposta della polizia ha provocato circa 50 vittime, centinaia di feriti e oltre mille persone sono state arrestate. A scendere in piazza sono per lo più i giovani della Generazione Z che rigettano la politica del “Kenya Kwanza” (“prima il Kenya”) del presidente William Samoei Ruto rendendo il malcontento e le proteste intorno a una legge finanziaria che avrebbe alzato le tassazioni anche sui beni di prima necessità qualcosa di più potente e profondo.

Le proteste hanno prima portato al ritiro della legge contestata (già approvata dal Parlamento), poi al licenziamento di gran parte dell’Esecutivo: Ruto ha infatti licenziato tutti i ministri del suo governo tranne il ministro degli Esteri, Musalia Mudavadi, e il vicepresidente, Rigathi Gachagua,e annunciato l’intenzione di consultarsi con le altre forze politiche e con la società per costruire un nuovo governo, con esponenti che possano mettere in moto il cambiamento chiesto dalle proteste (e che gli garantiscano maggior consenso). Il processo di formazione del nuovo Esecutivo ha preso avvio il 19 luglio, il presidente Ruto già dopo i primi scontri a Nairobi aveva annunciato di voler ascoltare maggiormente i giovani – seppur accusando “criminali infiltrati” di aver infiammato le piazze -, per rispondere in maniera concreta ai loro bisogni.

Il presidente del Kenya William Samoei Ruto. Nella foto durante il discorso tenuto all’Assemblea Generale ONU del 2023. Crediti: Bianca Otero/ZUMA Press Wire

Almeno per il momento, dalle proteste, non è uscito un nuovo leader politico, perché in piazza sono scesi cittadini di ogni divisione etnica e di diverse idee politiche, con manifestazioni organizzate online, dal basso, senza che un partito politico potesse cavalcare appieno la protesta, anzi, i giovani hanno chiesto ai partiti di restare lontano dalle piazze per evitare di ridurre le proteste a schermaglie tra governo e opposizione.

Cronaca di una rivolta in Le proteste, la violenza, il Kenya

Per capire la situazione che si vive nel Paese abbiamo parlato con Annarita Spagnuolo, Direttrice Paese in Kenya per l’organizzazione no profit WeWorld che da oltre 20 anni lotta contro condizioni di povertà, violenza e ingiustizie, promuovendo percorsi di sviluppo umano sostenibile nel rispetto dell’ambiente.

A seguito delle violente proteste, qual è la situazione umanitaria attuale in Kenya?
«La situazione è estremamente difficile. Le mobilitazioni sono state tanto forti e partecipate, con migliaia di persone scese in strada, da parlare di Africa Spring; si ritiene infatti che quello dei giorni scorsi sia stato il più violento attacco alle istituzioni degli ultimi decenni. Indubbiamente tutti questi eventi hanno fortemente impattato sul nostro lavoro nel Paese, costringendo a cessare momentaneamente le attività per questioni di sicurezza. Il bilancio  dei danni è pesante, sarà necessario ricostruire tutto ciò che è stato distrutto. Molte madri e padri hanno perso le loro piccole attività nel corso delle manifestazioni, poiché alcune persone hanno approfittato della situazione per dare libero sfogo alla violenza distruggendo proprietà altrui. Altre persone hanno perso la vita e altre ancora sono rimaste ferite».

Cosa chiedono e, soprattutto, sperano i cittadini kenioti?
«Le proteste si sono scatenate a seguito della notizia circa l’imminente approvazione della nuova Legge di Bilancio, che avrebbe comportato un ulteriore aumento delle tasse anche su beni di prima necessità. Tuttavia, è stato presto chiaro, e ne è prova il fatto che anche dinanzi ad un dietrofront del Presidente le proteste non si siano placate, che le ragioni scatenanti sono ben più ampie e radicate. La popolazione, e soprattutto i giovani e le giovani (che ne costituiscono una buona parte) sono stanchi e stanche, e non più disposti ad accettare l’opulenza con cui la classe politica vive, mentre la maggior parte della popolazione stenta a sopravvivere, a causa dei costi molto elevati dei beni comuni e i continui incrementi di tassazione che si sono susseguiti negli ultimi due anni. Ciò che risuona sempre più forte è una riscoperta consapevolezza da parte delle giovani e dei giovani, che sono più che mai intenzionate e intenzionati a riconquistare non solo il loro presente ma anche, e soprattutto, il loro futuro. Attualmente l’atmosfera che si respira è tanto di precarietà ed incertezza quanto di desiderio di ritorno alla normalità e rivalsa, con la consapevolezza e l’aspettativa che molte cose debbano cambiare: in primo luogo va ricostruito il dialogo tra gioventù e classe politica. Da parte del governo dev’essere ristabilita una volontà di credibilità e, al contempo, una volontà di garantire il presente e il futuro alle giovani e ai giovani, che sono la maggior parte della popolazione del Kenya e che non staranno a guardare, subendo in silenzio ulteriori soprusi da parte delle stesse autorità che dovrebbero proteggerle e tutelarle».

Poco dopo la sospensione del divieto di protestare “fino a nuovo avviso” emesso dalla polizia di Nairobi (deciso da un tribunale che sta esaminando il ricorso presentato da un’organizzazione di attivisti per i diritti civili), il presidente Ruto ha chiesto, nuovamente, che le proteste finissero assicurando che “proteggeremo la Nazione, proteggeremo la vita, proteggeremo le proprietà, fermeremo i saccheggiatori, fermeremo gli assassini, fermeremo il caos e l’anarchia perché il Kenya è una democrazia e vogliamo una nazione pacifica e stabile perché i nostri problemi sono risolto con mezzi democratici”. Ha poi ribadito quanto la sua amministrazione abbia fatto concessioni significative a favore dei manifestanti “senza leader e senza volto” dichiarando di aver “dato a tutti la possibilità di dire quello che vogliono. Non si può continuare così, il Paese è molto più importante di qualsiasi gruppo di persone”.

Mentre dall’opposizione Raila Odinga sostiene che non ci sia possibilità di dialogo senza giustizia (chiedendo rilascio dei manifestanti arrestati, l’archiviazione dei casi legati alla protesta e il risarcimento delle vittime della polizia), i giovani continuano a manifestare, mettendo pressione al presidente ritenendo la concessioni fatte non ancora sufficienti. Anche l’analista politica keniana Nanjala Nyabola ha scritto su X che “il punto non è più la finanziaria. Liberate tutte le persone arrestate arbitrariamente. Rimandate i militari nelle loro caserme. Permettete delle indagini indipendenti sulle uccisioni dei manifestanti e chiedete conto ai funzionari delle loro azioni”.

La Gen Z, dunque, chiede giustizia ed equità. E non intende cedere.

FOTO: ANSA/EPA/STR