L’Africa è alla mercé di compagnie paramilitari private che sbrigano il lavoro sporco per i loro Governi offrendo armi e violenza in cambio di affari. Via giacca e cravatta, oggi il business si fa in tuta mimetica
Secondo l’antichissimo principio del bastone e della carota, non c’è controllo militare più saldo di quello esercitato con il fucile in spalla e un contratto in mano. È sempre più difficile guardare alle moderne campagne di neocolonialismo in Africa, perpetrate perlopiù da gruppi
stranieri armati, e distinguere fra missioni securitarie (aggressive) e puro affarismo. Un po’ come si zucchera il caffè, le potenze inviano nei Paesi in via di sviluppo formazioni paramilitari allo scopo di istruire, affiancare e, di fatto, controllare le forze di sicurezza locali. In cambio, i contractors hanno accesso privilegiato alle risorse del Continente Nero e praticamente carta bianca nell’economia locale. Oggi in Africa il terreno è già frammentato, e sono sempre di più i gruppi paramilitari stranieri pronti a scontrarsi, su suolo neutrale, per il proprio appezzamento di terra: è così che l’eterno scontro Mosca-Washington va in scena in contumacia anche in Africa, dove i russi Wagner si preparano all’arrivo degli statunitensi Bancroft.
La Bancroft Global Development è una compagnia paramilitare privata, spesso operativa di concerto con le organizzazioni no profit. Consulente speciale del Consiglio sociale ed economico delle Nazioni Unite, nasce nel 1999 a Washington con compiti ben delimitati: Bancroft non fornisce direttamente servizi di sicurezza o protezione armata, ma si occupa di formazione e tutoraggio per la costruzione delle capacità autoctone di sicurezza, tanto che secondo il fondatore Michael Stock le attività mercenarie sarebbero addirittura “antitetiche rispetto allo scopo fondamentale per cui esistiamo”. Il suo principale terreno di azione in Africa è la Somalia: qui Bancroft opera da oltre 10 anni gestendo la formazione di militari sia per la Missione dell’Unione africana sia per le Forze armate somale in guerra con i ribelli di Al-Qaeda e Al-Shabaab, con discreti successi militari. Ma non è solo con le armi, dicevamo, che si perpetra il controllo estero. «Il conflitto armato è un inibitore eccezionalmente potente del commercio legittimo» si legge sul sito della Bancroft Global Investments, che dal 2011 affianca finanziariamente le operazioni sul campo della gemella armata. Nero su bianco, è chiaro lo scopo di questo gruppo. Dove il diritto commerciale e le istituzioni giuridiche sono più deboli il rischio finanziario è maggiore, ma “gli investimenti nei mercati che emergono da contesti di violenza dilagante hanno generato rendimenti fuori misura”, e vale quindi la pena di sporcarsi le mani sul campo tenendo in riga le forze armate e stringendo accordi privati e privilegiati con i signori locali. Come il manuale del buon investitore comanda, in Somalia Stock arriva per primo e persegue svariati progetti edilizi, in particolare nel settore degli hotel di lusso. Nel 2013 ultima il suo International Campus, un complesso di 11 acri dal valore di 6 milioni di dollari sulla costa di Mogadiscio, comprensivo di resort con suites, ville, piscine e 212 stanze da oltre 500 euro a notte. «Stock – spiega Christopher Stewart sul Wall Street Journal – sta scommettendo su una versione della storia secondo cui tutte le zone più scottanti prima o poi si freddano. E, quando lo fanno, il capitalismo può fiorire». Bancroft, del resto, aveva sperimentato con successo lo stesso schema anche in Afghanistan. Qui, durante una missione di sminamento del territorio, Stock ha costruito complessi edilizi in affitto a Kabul e Herat operando anche per conto di enti neutrali quali la Banca Mondiale e l’Organizzazione Internazionale per lo Sviluppo dello Stato di Diritto.
Dal 2005 al 2013 questo modello ibrido di “finanza militarizzata” frutta a Bancroft un profitto di 32 milioni di dollari. Gli stessi Governi di Uganda e Burundi finanziano il gruppo con milioni di dollari in cambio della formazione militare per le operazioni in Somalia, soldi rimborsati loro dal Dipartimento di Stato USA. In tal senso non sono mancate le accuse di irregolarità: nel 2021 l’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento Usa accusa Bancroft di aver indebitamente ricevuto 3,78 milioni di dollari dal Dipartimento come “incentivi bonus” per i suoi dipendenti; a questo si aggiungerebbero oltre 320mila dollari di spese non giustificate e anni di ritardo nei controlli dell’Amministrazione Usa. Il tutto si risolve in un nulla di fatto, ma la generosità della cassaforte di Washington lascia supporre che Bancroft rappresenti molto più di una semplice compagnia privata per la Casa Bianca.
Che il gruppo abbia velleità ambiziose lo si evince dal suo personal branding, di cui ormai nemmeno le compagnie paramilitari private possono fare a meno. Il progetto Bancroft affonda le sue radici (e i suoi capitali) nella banca di investimento Kuhn, Loeb & Co., fra i principali istituti di credito e diretta rivale di J.P. Morgan tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nella sua biografia Bancroft evoca Jerome Hanauer, partner della Kuhn, Loeb & Co., come antenato di Michael Stock che fonda il gruppo proprio raccogliendo il testimone di questo modello di investimento. In un primo momento la società prende il nome di Landmine Clearance International e si dedica allo sminamento e alla rimozione di ordigni inesplosi. Gradualmente, il suo campo di azione si allarga a diversi servizi di sicurezza, in particolare alla formazione di personale militare, ma col tempo diventa chiaro che dietro alla Bancroft c’è molto di più. Da subito Stock si affianca a Richard Rouget, un franco-sudafricano ufficialmente incaricato di governance e, all’atto pratico, esperto di “gestione della fauna selvatica e dell’agroindustria, politiche di sicurezza, sviluppo istituzionale”. Meglio si intende il suo ruolo spulciando la stampa statunitense: il Wall Street Journal lo definisce un “gentrificatore definitivo, un mini mogul di Mogadiscio”, ma anche un “promotore immobiliare delle zone di guerra”. Se niente si fa per nulla, per investire nella sicurezza di aree instabili Bancroft ha le sue ragioni, tutte economiche, dai piani di investimenti immobiliari su larga scala al controllo dei siti di estrazione mineraria.
Dopotutto ogni guerra ha il suo portafoglio e anche la controparte russa Wagner si occupa notoriamente di affari: il teatro più caldo della sfida fra colonizzatori col fucile nella destra e il blocchetto degli assegni nella sinistra è la Repubblica Centrafricana. Qui, da diverso tempo, il Governo ha affidato la gestione di molti siti di estrazione mineraria a società (come la Lobaye Invest) più o meno limpidamente collegate alla Wagner: in uscita oro e uranio, in entrata armi. È così che si aggirano le sanzioni che rallentano lo Stato russo ma non il para-Stato wagneriano. Nell’autunno 2023, però, si aggiunge un posto a tavola: Bancroft avvia dei colloqui con le autorità di Bangui. La contrattazione, ancora in stallo, prevede l’addestramento di truppe, la fornitura di intelligence e la creazione di brigate a tutela delle risorse naturali, in ossequio a esigenze turistiche più che a istanze ambientali ma soprattutto in piena competizione con le giubbe moscovite. Risale al 2022 un primo memorandum consegnato dalla dirigenza USA al presidente golpista Faustin Archange Touadéra (spesso chiamato “presidente Wagner” per le sue amicizie) in cui si offrono aiuti umanitari e addestramento militare in cambio di un ritiro dei russi, anche se Washington si è sempre affrettata a smentire ogni coinvolgimento di compagnie militari private (Bancroft compresa) nella RCA. Un primo passo indietro di Wagner è inevitabile con la morte del suo leader Evgenij Prigožin, quando dai 450 ai 1.000 soldati lasciano la Repubblica Centrafricana, ma la propaganda russa soffia incessante sul fuoco di una vasta campagna antiamericana nel Paese, trasmettendo nella lingua franca locale (il sango) e paventando complotti statunitensi per uccidere il presidente. «Touadéra – lo dice ben fuori dai denti Sergei Eledinov, ufficiale russo in pensione e analista indipendente – è come un disabile che cammina con un bastone, e quel bastone è Wagner. La Russia non sa come fare affari in Africa. Wagner sì». Chi mollerà l’osso per primo?
In un’epoca in cui è sempre più difficile far digerire all’opinione pubblica guerre e interventi armati nei posti caldi (e poveri) del mondo, la strada dei contractors è spianata. Alla presenza militare sul campo, con tutti i benefici e rischi ad essa connessi, si preferisce sempre più l’impiego di parti terze, libere di operare indisturbate ma soprattutto più agili nella costruzione di rapporti economici a vantaggio del mercato occidentale. L’esperienza Wagner dovrebbe averlo dimostrato chiaramente: deresponsabilizzare la propria politica estera in favore di battaglioni privati significa a volte un vantaggio strategico, ma è quasi sempre una spina nel fianco.
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