Il 4 aprile è la Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine: quella degli ordigni inesplosi e delle mine antipersona è una questione tutt’altro che risolta

4.710: è il numero delle persone ferite o uccise da mine antipersona o residuati bellici esplosivi (ERW, “explosive remnants of war”) nel 2022. Il numero di vittime è in aumento, stando a quanto mette in luce il Landmine Monitor, il report annuale di monitoraggio della International Campaign to Ban Landmines (ICBL-CMC)pubblicato nel novembre 2023. L’85% delle persone uccise dalle mine o dai residuati bellici esplosivi sono civili, la metà dei quali bambini. Il maggior numero di vittime è stato registrato in Siria e in Ucraina, poi in Yemen e in Myanmar.

Una panoramica, questa, che non stupisce. Le mine antipersona sono armi subdole e invisibili, che uccidono e mutilano non solo durante i conflitti, ma anche dopo. Si tratta di ordigni esplosivi parte delle mine terrestri (tra cui anche le mine anticarro) progettati per esplodere alla vicinanza o al contatto con una persona. Le mine antipersona sono state inventate nel periodo tra le due guerre mondiali per proteggere temporaneamente installazioni o obiettivi strategici. Possono essere a frammentazione, a esplosione, saltanti o a rilascio di pressione (balzanti). Come detto, i terreni minati rimangono anche diversi decenni dopo la fine di una guerra e non aiuta il fatto che il processo di sminamento sia complesso, pericoloso e costoso. 

Sono ancora 60 i Paesi contaminati dalle mine, nonostante il Trattato di Ottawa, o Convenzione sulla messa al bando delle mine antipersona, firmato nel 1997 ed entrato in vigore due anni dopo, che ha stabilito il divieto globale all’uso, alla produzione, allo stoccaggio e al trasferimento di mine antipersona, oltre all’obbligo di bonifica dei terreni contaminati e di assistenza alle vittime. Un trattato storico, con cui per la prima volta è stata bandita un’arma convenzionale e sono stati riconosciuti i diritti delle persone colpite. Sono 133 gli Stati firmatari (due hanno firmato ma non ratificato) e 164 quelli che ne fanno parte. Tra i firmatari c’è l’Italia, che nei primi anni Novanta era uno dei maggiori produttori di mine antipersona, ma non ci sono gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, Israele, l’India, il Pakistan, la Corea del Nord, la Corea del Sud, il Vietnam, tra gli altri. Alcuni di questi (Russia, USA, Cina, Pakistan, India) producono ancora mine antipersona. Sono 33 i membri delle Nazioni Unite che non hanno apposto la loro firma. A 27 anni di distanza dalla stipula del trattato a preoccupare è proprio la contaminazione: i Paesi più contaminati sono Afghanistan, Bosnia ed Erzegovina, Cambogia, Croazia, Etiopia, Iraq, Turchia e Ucraina. Il triste record di mine inesplose appartiene all’Afghanistan e all’Iraq.

Al trattato si è arrivati grazie al lavoro della Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo (International Campaign to Ban Landmines, ICBL), fondata nel 1992 per abolire la produzione e la vendita delle mine antipersona nel mondo. Nel 1997 la fondatrice della campagna, la professoressa e attivista Jody Williams, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace. Proprio sulla spinta della campagna nello stesso anno è stato istituito l’UNMAS (United Nations Mine Action Service)un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di coordinare le attività volte a limitare le minacce e i rischi dovuti alle mine antipersona, ai residuati bellici esplosivi e agli ordigni esplosivi improvvisati. L’agenzia ha sostenuto progetti di sminamento in diverse zone come il Sudan, la Palestina (soprattutto nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania), la Cambogia e la Colombia. Proprio qui, ricorda l’agenzia, a gennaio 2023 le vittime degli ordigni erano 12.390.

Negli anni Novanta a contribuire alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema è stata l’attività di Lady Diana Spencer: sono ancora impresse nella mente le immagini della Principessa del Galles, casco e giubbotto antiproiettile, che cammina in un campo minato in Angola nel 1997, pochi mesi prima della sua scomparsa. Lady D si era recata nel Paese per sostenere il lavoro di HALO Trust, la più grande ONG che si occupa di rimuovere le mine e i residuati bellici inesplosi e di sostenere le popolazioni colpite dai conflitti in percorsi di ricostruzione. A testimoniare il lavoro fatto negli anni successivi dall’organizzazione è stato il principe Harry, che ha seguito le orme della madre e nel 2019 si è recato proprio nel Paese africano.

Le mine e gli ordigni inesplosi sono ancora una grave minaccia per la sicurezza e la vita della popolazione civile in diverse aree del mondo, oltre che un ostacolo allo sviluppo socio-economico, visto che vanno a colpire i mezzi di sussistenza e impediscono, di fatto, l’uso del territorio. Inoltre, impediscono il ritorno delle persone rifugiate e sfollate. Anche per questo nel 2005 le Nazioni Unite hanno istituito la Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sulle mine e l’assistenza nell’azione contro le mine, che ricorre il 4 aprile. Giornata che, però, non deve essere solo ricorrenza ma un monito per gli Stati a impegnarsi nelle azioni di sminamento e assistenza umanitaria.

E l’Italia? Nel 2021 il Paese ha finalmente approvato la legge che contrasta il finanziamento alle imprese che producono mine antipersona, munizioni e submunizioni a grappolo (le cosiddette “cluster bombs”), dopo un iter lungo e tortuoso durato 10 anni. Nel 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’aveva rinviata alle Camere per un difetto di costituzionalità. La legge, proposta dalla Campagna Italiana contro le Mine e sostenuta dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra,si collega alla Convenzione di Oslo, oConvenzione internazionale sulle bombe a grappolo, del 2008 che proibiscel’uso, la produzione, la detenzione e il trasferimento di munizioni a grappolo e obbliga alla distruzione degli stock. Un’approvazione che ha trovato il plauso di molti, come ad esempio Emergency, associazione che si occupa di fornire cure mediche e chirurgiche alle vittime di guerra e delle mine antipersona. Proprio il suo fondatore, Gino Strada, scomparso nel 2021, nel libro Pappagalli verdi: cronache di un chirurgo di guerra, aveva affrontato il tema delle mine antipersona e delle submunizioni sovietiche Pfm-1, soprannominate, appunto, “pappagalli verdi”per via del loro aspetto, e ritrovate in molti Paesi, soprattutto in Afghanistan.

Nonostante siano state vietate, le mine antipersona vengono ancora utilizzate in molti conflitti ed è necessario mantenere alta l’attenzione. Spesso, cinicamente, le persone colpite vengono chiamate “vittime collaterali”e spesso dimenticate ma sono anche loro vittime di guerra.