Il precoce delfino di Marine Le Pen è giovane ma già esperto di voti. Le prossime elezioni frettolosamente indotte da Macron saranno il suo vero banco di prova

Da qualche giorno, in ritardo rispetto al discorso pubblico europeo, sui media italiani trionfa il nuovo volto della destra europea, lo sbarbato ma carismatico Jordan Bardella. Distratti dalle nostre beghe interne, non ci siamo preoccupati di spingere oltralpe lo sguardo, così che il 10 giugno ci siamo svegliati increduli leggendo che il Rassemblement National aveva stravinto (e di che misura!) in Francia. 

Si dice che a piacere del sempre in ordine Bardella siano la sua faccia pulita, il capello tirato a lucido e il suo entusiasmo genuino che solo un giovane può regalare a chi da troppo è stanco della solita vecchia politica. La narrazione pubblica però è ancora una volta in ritardo: il partito di Marine Le Pen è ormai da tempo sdoganato nei suoi toni populisti e nelle sue soluzioni estremiste, cercano di dircelo in tutti i modi le periodiche chiamate al voto. Il nuovo volto giovane del RN è quindi sì propedeutico alla riscrittura definitiva della reputazione del Partito, ma la sua vera sfida è un’altra e ben più imponente.

Le Pen ha già conquistato la destra francese, un fatto dimostrato anche dal risultato del suo rivale Reconquête che a queste europee si ferma al 5,47%. Lo ha compreso bene anche l’ex pupilla di Le Pen, sua nipote Marion Maréchal che, dopo aver pubblicamente chiesto ai suoi di sostenere la zia nelle nuove elezioni parlamentari, viene espulsa da Reconquête dal leader Éric Zemmour che parla del “record del mondo del tradimento”. Ma andiamo con ordine e partiamo proprio da Bardella.

Jordan Bardella (EPA/Guillaume Horcajuelo)

L’ascesa di un delfino

Bardella entra nel Front National, che ancora si chiamava così, nel 2012, a 17 anni. Tre anni dopo è già consigliere regionale nella sua regione, l’Île-de-France, cinque anni dopo viene nominato portavoce del Partito, ma è soprattutto con l’evoluzione del Front in Rassemblement National che Bardella raggiunge la vetta. Nel 2019 (a 23 anni) ne diventa vicepresidente venendo al contempo eletto come europarlamentare. Nel 2022 con un risultato bulgaro (l’85% dei voti rispetto al suo avversario interno Louis Aliot) è presidente del Rassemblement National. L’ascesa di Bardella non è la fortuita genesi di un astro, ma è frutto una precisissima scelta politica: molto giovane, sfrontato, boyish but radical come lo intitola il Guardian, Bardella è il volto perfetto per un Partito che, giunto al bivio, non aveva altra scelta che cambiare faccia per sopravvivere. 

Perché può sembrare un paradosso (in Italia meno che altrove), ma il leader del il partito più votato della Francia, una donna che ha vinto moltissimo come Marine Le Pen, non ha mai davvero strappato all’opinione pubblica, specialmente quella più borghese, il lasciapassare della credibilità politica. L’agone democratico fa (ancora) di tutto per espellere una particella impazzita come Le Pen, a differenza di quanto hanno già fatto ampi strati della popolazione che invece reclamano le sue ricette.

Marine Le Pen e Jordan Bardella celebrano i primi risultati delle elezioni europee (R) (EPA/ANDRE PAIN)

È così che già nel 2015 inizia un percorso di normalizzazione per l’allora Front National, con la storica cacciata dal primo patriarca, il padre di Marine Jean-Marie Le Pen fondatore del partito nel 1972. Il parricidio segna un decisivo spartiacque nella storia del FN; in quell’occasione, fa bene ricordarlo, Jean-Marie aveva dichiarato che le camere a gas impiegate dal Nazismo non fossero che un “dettaglio” secondario della Seconda Guerra Mondiale. Da lì Marine prende il timone e capisce che per entrare nelle stanze del potere deve indossare un altro tipo di tailleur, meno estremista ma altrettanto populista, specialmente in ambito europeo. Come spiega il professore associato di Storia contemporanea dell’Università di Bologna Michele Marchi sulla rivista Il Mulino, “vi è stata una profonda metamorfosi nel discorso europeo del Rassemblement National. Da un FN che voleva uscire da qualsiasi organizzazione che comportasse cessione di sovranità, si è passati a un RN sempre più attento agli equilibri europei“. Il maquillage riguarda la retorica, meno il contenuto delle proposte che invece si smussa ma mantiene saldi i propri punti cardinali. Quanto alle tematiche, è indubbio che ciò che qualche anno fa incendiava solo le “masse” oggi faccia appeal anche alla società più benpensante.

Il percorso dà i suoi frutti, ben oltre il 31,4% strappato alle ultime europee che comunque segue l’ottimo risultato alla tornata precedente del 2019, quando il Rassemblement si era già confermato primo partito anche se con il 23%. Ancora alle elezioni politiche del 2022 Le Pen conquista 88 seggi in Parlamento grazie al prezioso voto locale, un significativo test di legittimazione popolare; nello stesso contesto, alle ultime presidenziali Marine sfida in un voto per la prima volta alla pari Macron, sforando il tetto di 13 milioni di voti.

Vecchia e nuova destra

L’ascesa di Bardella, lo abbiamo visto, è sapientemente costruita dal basso di un attivismo spontaneo e innato nel giovane: nessun privilegiato, nessun raccomandato uscito da università raccomandabili, nessun navigato politico poteva prendere il timone dell’unica irriducibile leader. Bardella non è che l’altra faccia della medaglia di Le Pen, una faccia senza segni del tempo e senza macchie politiche, ma ostinata nel ripetere le stesse identiche parole del suo speculare. La campagna elettorale del delfino promuove fuori dai denti restrizioni al mercato libero europeo (“stanno uccidendo i nostri agricoltori“), chiudere le porte all’immigrazione, riconquistare sovranità monetaria dei francesi sulla ricchezza francese, e ancora di fare dietrofront rispetto alla marcia ambientalista.

Bardella si affretta a precisare di non combattere l’Europa, ma “come l’Europa funziona“, e anche se scuotono la testa gli europeisti è proprio questo, per gli elettori del RN, a squarciare definitivamente il velo su un partito che nasce innominabile e si ritrova oggi sulla bocca di tutti. Perché tutti si sentono toccati dai problemi che Le Pen avanza, e non tutti trovano risposte adeguate nell’establishment che ancora la demonizza. Su questo, è anche importante decifrare come le ambizioni del giovane Bardella non siano sproporzionate: il suo bacino è ancora tutto nazionale e il suo cammino più orientato all’Eliseo che non a Palazzo Berlaymont. In Francia c’è un banco di prova più importante che lo attende. Le Pen gliene ha già promesso un assaggio: in caso di vittoria, sarà lui candidato primo ministro. Lo capiamo banalmente osservando anche come nella legislatura appena trascorsa da deputato Bardella non abbia depositato nemmeno una relazione parlamentare, risultando assente al 75% delle riunioni della sua commissione.

Il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron al Palazzo dell’Eliseo durante la Conferenza Internazionale sull’aiuto umanitario a Gaza, Parigi, Francia, 9 novembre 2023. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Se dunque con il populismo si vince, la sinistra francese non si tira indietro, anche se le carte che un esponente del Governo può giocarsi sono molto diverse da quelle che ha in mano il leader iridato dell’opposizione. Così, nello scontro sulle pensioni che ha eroso enormemente la popolarità di Macron, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin cerca di spiegare che “tutti dovrebbero lavorare un po’ di più per poter pagare il regime di solidarietà di cui beneficia mia mamma“, che precisa essere un’addetta alle pulizie. Il tema è quanto mai spinoso, connesso a una misura di rara impopolarità come l’innalzamento dell’età pensionistica da 62 a 65 anni.

E dunque cade nel vuoto anche il tentativo di giocare con le stesse armi dell’avversario che è molto più bravo a parlare al popolo: «anche mia madre fa compiti molto difficili, perché è ATSEM (assistente di sostegno nelle scuole dell’infanzia, ndr) in una scuola e ha compiuto 60 anni da pochi giorni e non sa se potrà andare in pensione a fine anno» risponde prontamente Bardella su BFMtv cogliendo nel cuore della questione ma soprattutto mettendo in porta l’assist: italiana torinese immigrata in Francia negli anni ‘60, la madre e in generale le umili origini di Bardella nato nel 1995 in un sobborgo parigino costituiscono un importante cavallo di battaglia nella retorica dello scontro fra il popolo comune e l’élite. Poco importa, a questo punto del processo, se le casse dello Stato riescano a sostenere il sistema pensionistico che il RN promette per concedere a chi è entrato nel mercato del lavoro prima dei 20 anni di andare in pensione a 60 con almeno 40 di contributi.

A chi si chiede se Bardella non sia un mero espediente retorico, quasi un trucchetto di camouflage di un partito estremista che si finge di protesta e inganna gli ignari elettori, rispondiamo con il mantra che il medium è il messaggio. È lui a che viene votato, prima ancora che ciò che dice.

(EPA/ANDRE PAIN)

Le Pen sfida Meloni: la destra europea risponde?

Tornando alla vera sfida che Le Pen e Bardella stanno rincorrendo, e con un buon passo, è quella di trasformare il RN in un catch-all party che non fidelizzi solo gli elettori di destra, ma attragga anche i moderati, i delusi e gli scoraggiati. È anche per questo motivo che, nonostante molti (e lei stessa) continuino a indicare Matteo Salvini come una figura di riferimento per Le Pen, è invece soprattutto a Giorgia Meloni che la figlia d’arte dell’estrema destra guarda. Anche se per molti lettori italiani il voto per Fratelli d’Italia è un voto di estrema destra, e sotto molti punti di vista lo è, è miope quel commentatore incapace di notare come il Partito di Meloni sia diventato a tutti gli effetti un pigliatutto, canale di sfogo tanto del voto politico in quanto “di destra” quanto dei pragmatici disillusi che ritrovano fiducia in una leadership politica travolgente e totalizzante come quella della nostra premier.

A distinguere le due è anche un contesto partitico differente e quasi specularmente opposto: mentre la destra francese è ancora preda di stigmi, rivalità e ricongiungimenti familiari, e dunque estremamente divisa, il centrodestra italiano non è mai stato così unito pur nelle sue specifiche beghe interne. Viceversa, la sinistra francese ha sempre dimostrato un efficace spirito unitario in momenti di crisi, erigendo un muro più difficile da scalare rispetto a quello che si trova davanti la nostra maggioranza, affacciata su un mosaico di opposizioni oggi più vicine di ieri ma mai davvero compatte quando l’arena è così bipartita. Colpa della nostra elegge elettorale, direbbe qualcuno, e qualcun altro lo correggerebbe: “merito”.

Marine Le Pen incontra Emmanuel Macron dopo le elezioni parlamentari del 2022 EPA/LUDOVIC MARIN / POOL MAXPPP OUT

Saranno le future alleanze europee a chiarirci quanto spazio politico intercorre fra Le Pen e Meloni, quanto un comune background di conservatorismo e populismo sia sufficiente a saldare alleanze ma soprattutto: quanto il governismo di chi ha i voti e la responsabilità che da essi deriva potranno annacquare la polarizzazione ideologica che, perlomeno in Europa, ripaga solo con una manciata di consensi a dosi quinquennali.

di: Marianna MANCINI

FOTO: EPA/TIAGO PETINGA