Al cinema “Le assaggiatrici”, film che racconta una storia di cui nessuno era a conoscenza fino alla rivelazione da parte dell’ultima sopravvissuta
di Elisa Ortuso
Oggi non rischio di morire. Questo è il pensiero delle assaggiatrici quando il Führer va via dalla Tana del Lupo. Un sollievo momentaneo che cessa quando Hitler torna al quartier generale e le assaggiatrici ricominciano il loro lavoro.
Le assaggiatrici, il nuovo film di Silvio Soldini, tratto dall’omonimo libro di Rossella Postorino, pubblicato nel 2018, racconta la storia di alcune donne che durante il regime nazista vennero scelte per assaggiare il cibo di Adolf Hitler per verificare che non fosse stato avvelenato. Nell’ autunno 1943 Rosa Sauer si reca a casa dei suoceri, in quella che un tempo era la Prussia orientale. Suo marito, Gregor, si trova al fronte. Sono sposati da quattro anni ma lui è riuscito ad avere una licenza sola in tutto questo tempo. La casa dei suoceri si trova vicino al bosco dove il Führer ha fatto costruire il quartier generale nazista, un insieme di bunker sovrastati da piante per non essere localizzati dall’alto. All’indomani del suo arrivo due soldati vengono a prenderla e la mettono su un pulmino con altre sei donne. I loro visi, preoccupati e pieni di interrogativi, si scrutano. Portate in un edificio che sembra essere una scuola, le donne vengono visitate e solo dopo che i medici hanno constatato il loro buono stato di salute vengono fatte sedere attorno a un tavolo di legno. Sopra la tovaglia è tutto apparecchiato ordinatamente, come per un pranzo della domenica. Donne bianche, giovani e tedesche prendono il loro posto e vengono invitate a mangiare. Qualcuna di loro si strafoga, qualcun’altra mangia con remora. Alla fine del pasto viene chiesto alle donne di aspettare un’ora prima di potersi alzare. Perché? Lo chef svela che le donne presenti sono state scelte per un compito molto importante, assaggiare il cibo di Hitler prima che lo mangi lui.
Sui volti delle donne niente più interrogativi ma solo paura. Provare a rimettere quanto ingerito è severamente proibito. “Quello che viene mangiato deve rimanere dentro”, afferma un soldato. Ogni giorno, per due anni e mezzo, le assaggiatrici si siedono, mangiano e chiacchierano dei gusti del führer o del sapore dei dolci come se non rischiassero ogni secondo di perdere la vita per avvelenamento. Lontano da quel tavolo però sono donne come le altre, con una vita privata e grandi segreti da custodire.
Rosa non vede suo marito da molto tempo ma si addormenta ogni notte con la sua foto in mano. Una lettera, dopo mesi di silenzio, annuncia che tornerà a casa per Natale e recita: “Rosa mia, non stare in pena per me. Fino a quando la tua donna ti ama tu soldato non sarai ucciso”. Qualche giorno dopo un’altra lettera comunica a Rosa che suo marito è disperso. Il dolore è straziante ma l’assaggiatrice non può comunque rinunciare al suo nuovo lavoro.
Un giorno Rosa incontra il tenente Ziegler. Rosa lo osserva fin da subito con uno sguardo sfidante, le altre lo temono mentre a lei incuriosisce. Ogni notte il tenente si presenta sotto casa di Rosa, la desidera. Una notte i due si incontrano e si amano. Ogni notte, per molto tempo, i due si amano. Rosa lo chiama per nome, Alfred.
Nell’estate del 1944 un attentato a Hitler fa salire l’allerta. Le assaggiatrici vengono rinchiuse tutte insieme nell’edificio dove d’ora in poi rimarranno anche dopo il lavoro. Durante un pranzo come tutti gli altri tre di loro si sentono male, hanno mangiato qualcosa di avvelenato. Mentre si trovano a terra, stremate, i soldati vietano alle loro compagne di aiutarle. Sarà il tenente Ziegler a dire a Rosa in una delle loro notti insieme che era stato del miele ad averle avvelenate.
Tra le assaggiatrici c’è Elfriede, parla poco di sé ma scruta sempre Rosa. Le altre sanno solo che lei ha lavorato in ospedale. Un giorno, prima di essere rinchiuse, aiuta una di loro ad abortire segretamente. Nella Germania nazista sopprimere una futura vita tedesca è un reato punito con la morte. Solo durante una chiacchierata al buio, molte settimane dopo, confessa a Rosa che il suo vero nome è Edna ed è l’unica sopravvissuta della sua famiglia, che è stata interamente deportata.
La Germania non vince la guerra e le assaggiatrici tornano a casa. Da qui si dipana in un crescendo di tensione il finale di libro e film, che getta luce su una pagina oscura e poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale e dimostra come il male abbia sempre più di un singolo volto. Nessuno sapeva dell’esistenza delle assaggiatrici fin quando Margot Wolk, nel 2012, all’età di 96 anni, non ha confessato di essere stata una di loro e l’unica ad essere sopravvissuta dopo la fine della guerra.
Le assaggiatrici svela dunque l’ennesimo frammento che compone il puzzle ancora non del tutto esplorato di ciò che è stata la dittatura nazista. Tuttavia, dietro la storia si celano dinamiche interpersonali e rapporti umani che permettono al pubblico di esplorare l’io e coglierne tratti permanenti che si manifestano al di fuori di ogni epoca.
La solidarietà che nasce di fronte ad un nemico comune, il sostegno femminile davanti alla scelta di portare avanti o meno una gravidanza ma anche l’amore che aspetta di essere vissuto e un sentimento travolgente fra due persone che non possono stare insieme sono i fili narrativi che si muovono lontano dal tavolo delle assaggiatrici e ricordano al pubblico come anche nell’orrore e nell’asservimento al potere sopravvivono i sentimenti che appartengono ad ogni essere umano.