A soli 22 anni la cantautrice losangelina ha infranto record ed è riuscita ad arrivare a diverse generazioni

«Is my value based only on your perception? Or is your opinion of me/Not my responsibility?».A chiedercelo è Billie Eilish nel brano Not My Responsibility. È questa una delle sfaccettature più intime e potenti della cantautrice statunitense, che ha dato lo stesso titolo a un cortometraggio da lei scritto e prodotto in cui si rivolge direttamente agli haters e a chi compie body shaming. Lei stessa lo ha subìto e non si è mai tirata indietro dall’affrontare l’argomento. L’artista, ancora giovanissima, ha già infranto diversi record ed è una delle più note al mondo.

Il nuovo album esce il 17 maggio e si intitola Hit Me Hard And Soft. Non è stato anticipato da alcun singolo perché, ha scritto la cantante su Instagram, vuole che venga ascoltato per intero. Il disco, scritto in collaborazione, come sempre, con il fratello producer Finneas, arriva dopo il secondo Oscar per Miglior Canzone per What Was I Made For?, colonna sonora di Barbie. La prima statuetta dell’Academy era arrivata nel 2022 per No Time To Die, realizzata per l’omonimo film della saga di James Bond. A soli 22 anni, Billie Eilish è l’artista più giovane ad aver vinto due Oscar.

L’album segue i precedenti When We All Fall Asleep, Where Do We Go? (2019) e Happier Than Ever (2021). È, in realtà, con il singolo Ocean Eyes del 2016 che Eilish, appena quindicenne, si fa conoscere a livello globale. Il brano, scritto da Finneas per la sua band e pensato per una coreografia (Billie Eilish faceva la ballerina), è una ballad dream pop che, in un’atmosfera rarefatta e lievemente cupa racconta in modo minimal ma intenso il rapporto con una persona amata. La canzone si inserisce nel filone del cosiddetto bedroom pop, brani autoprodotti registrati senza il supporto di etichette discografiche, totalmente DIY (Do It Yourself), lontano dall’iper-perfezionismo, con produzione lo-fi. Già questo primo brano, originariamente caricato su SoundCloud e poi diventato virale, e dall’EP in cui è inserito, Don’t Smile At Me, rivelano la traiettoria seguita dalla cantautrice: presentare un prodotto curato nei minimi dettagli, con influenze musicali ampie, dall’elettro pop all’hip hop alla canzone folk, che racconta in modo efficace amarezza, disillusione, ma anche fragilità, il tutto sostenuto da un’atmosfera trasognata ma anche “eerie”, inquietante. Anche questo spiega il suo successo a livello globale. Billie Eilish non è mai rimasta all’interno dei confini dell’archetipo della teen popstar, ma è riuscita a parlare ai suoi coetanei della Generazione Z proprio perché la sua musica parla quel linguaggio, utilizza quel codice fatto di dark humor, punte di malinconia, di nichilismo mischiato alla gioia della ribellione in chiave post-ironica, tra cinismo e ottimismo, senza mai prendersi troppo sul serio. Senza dimenticare l’introspezione e la riflessione su temi sociali. Tutto questo è perfettamente comprensibile per una generazione nata dalle macerie sociali, emotive, psicologiche e cresciuta in un periodo storico in cui l’inizio del collasso seguito alla crisi finanziaria mondiale del 2008 non era parte di una profezia da futuro distopico, ma era già realtà, eravamo già approdati nell’era del realismo capitalista (si perdoni l’ennesima citazione a Mark Fisher).

Ma Billie Eilish Pirate Baird O’Connell (questo il nome completo) non parla solo alle generazioni più giovani nate in un mondo già segnato dagli effetti della crisi economica e del cambiamento climatico, ma anche alle persone più adulte. Ciò che funziona è il rimescolare, a livello musicale ed estetico, diverse sottoculture a correnti dell’immaginario pop. I pezzi di Don’t Smile At Me spaziano dalle ispirazioni folk di Bellyache, a quelle hip-hop ed elettroniche di COPYCAT ma sono accomunati da visioni oscure e toni grotteschi, che dominano i testi e gli arrangiamenti raffinati di Finneas, studiati sempre in cameretta. La cantautrice di Los Angeles (una città già di per sé abitata da molti chiaroscuri) viene accostata al dark pop (un’etichetta non esaustiva e un po’ imprecisa ma che rende quantomeno l’idea dell’atmosfera), soprattutto con l’album When We All Fall Asleep, Where Do We Go? del 2019 secondo l’IFPI (International Federation of Phonographic Industry), che continua sulla fusione tra malinconia, cupezza, bizzarro e horror (dopo la parentesi smaccatamente pop di Bored, inserita nella colonna sonora della serie tv 13 Reasons Why). Eilish ha spiegato che i brani sono stati ispirati da incubi notturni e sogni lucidi. Il titolo del lavoro viene ripreso nel singolo Bury a Friend, incentrato sui temi del sonno e della morte su un tappeto di echi industrial. In You Should See Me in A Crown e Bad Guy, il singolo più venduto del 2019, compaiono sonorità trap. C’è spazio anche per le ballad, come When The Party It’s Over, e per le influenze jazz come in Listen Before I Go, il cui testo descrive il punto di vista di una persona che sta per suicidarsi. Nei testi Eilish non racconta solo le sue esperienze personali ma interpreta anche il ruolo di altri personaggi, non chiarendo mai fino in fondo il confine. Le tematiche affrontate in When We All Fall Asleep, Where Do We Go? sono varie, dalle dipendenze alla fine delle relazioni, fino alla salute mentale e, appunto, al cambiamento climatico (come in All the Good Girls Go to Hell). È questo il disco della consacrazione di Billie Eilish, che sbanca ai Grammy Awards del 2020: vince i grammofoni come “Miglior Album dell’Anno” e come “Miglior Album Pop vocale”, mentre Bad Guy è “Registrazione dell’Anno” e “Canzone dell’Anno”. Non solo è l’artista più giovane ad aver vinto nelle quattro categorie principali maviene incoronata come “Miglior Esordiente”.

A rendere riconoscibile la cantante statunitense, con origini irlandesi e scozzesi, è anche il suo look, variegato, evolutosi nel tempo, che mescola streetwear, echi gotici, ispirazioni anime e tinte fluo (anche sui capelli), travalicando le rigide e sorpassate norme di genere, fino ad arrivare alla guêpière rosa cipria in stile pin up anni Cinquanta indossata sulla copertina di British Vogue nel giugno 2021, o il look preppy indossato per il red carpet degli Oscar e rivisitato per la performance live. Ma, sfortunatamente, c’è un ma. Molti non hanno apprezzato i suoi cambi di look, da abiti oversize a quelli considerati più canonicamente femminili e l’hanno addirittura accusata di essersi “venduta” (non si sa bene a chi e a cosa). La stessa Eilish ha spiegato di essere stata presa di mira sui social per gli abiti indossati da adolescente e di essere stata ugualmente criticata una volta indossati altri panni, in senso letterale, ponendo l’accento sul doppio standard nell’industria musicale (e non solo) e sul giudizio a cui è costantemente sottoposto il corpo delle donne. E lei stessa ha dovuto specificare che certe t-shirt e certi pantaloni baggy servivano per “evitare che le persone avessero accesso al mio corpo, anche visivamente”(e non dimentichiamo che al suo esordio era minorenne). «Essere donna è una guerra che non finisce mai. Specialmente quando sei giovane e sotto gli occhi di tutti» ha detto la cantante a Variety. Temi, questi, che ritornano anche nel suo secondo album, Happier Than Ever, uscito nel 2021. Oltre a Not My Responsibility, il tema del body shaming viene affrontato in Therefore I Am, brano synth pop in cui la cantautrice fa riferimento anche ai risvolti negativi e ai pericoli della fama. Nella ballad Your Power, attraverso una serie di immagini vivide, riflette sugli abusi di potere nei confronti delle donne e delle ragazze minorenni. Questo progetto discografico mostra una maggiore maturità dal punto di vista del sound e della scrittura, e il progressivo allontanamento dalle etichette di bedroom pop e dark pop. Le sonorità, anche all’interno di uno stesso brano, spaziano dal psych pop all’hip hop, al folk e al rock e accompagnano una riflessione sincera, mai vittimista, sulla celebrità e i suoi effetti.

E, infatti, continua il successo di pubblico e di critica, proseguono imperterrite le candidature ai premi più prestigiosi, non si arresta la scalata alle classifiche. Ovviamente i brand della moda non se la lasciano scappare. Billie Eilish accetta, ma sempre mantenendo le sue posizioni: ad esempio, è stata testimonial di Horsebit 1955, la prima borsa vegan di Gucci. L’artista, infatti, è vegana da quando aveva 12 anni, ha spesso usato i social per diffondere consapevolezza sui diritti degli animali e presto aprirà, insieme al fratello, un ristorante di cucina italiana vegetale a Los Angeles.

Non possiamo sapere cosa ci riserverà il prossimo album Hit Me Hard And Soft perché non possiamo (e non vogliamo) incasellare Billie Eilish. Ad oggi sappiamo che la cantautrice losangelina incarna perfettamente lo zeitgeist, lo spirito del tempo, in modo spontaneo, che ha ormai superato la differenza antiquata tra “diva” e “anti-diva”, tra “pop” e “anti-pop” Ma non solo: con la sua musica ha le potenzialità di trascendere le nozioni di “epoca” e di “spazio”. La bravura c’è, le idee anche.