I numeri, gli aspetti ed i protagonisti di quella che gli esperti definiscono un’emergenza sociale

«La vita di mia figlia era diventata un incubo: derisa, umiliata e a volte purtroppo anche picchiata per i suoi chili di troppo. Tutto è iniziato due anni fa, al primo anno delle medie. Era euforica all’idea di fare nuove amicizie ma nel giro di pochissimo le cose sono cambiate. Già dai primi giorni di scuola tornava a casa con il volto cupo. All’inizio non c’ho fatto tanto caso, pensavo che fosse preoccupata per le nuove materie, che stesse cercando di capire come ambientarsi. Ma era ben altro. E purtroppo me ne sono accorta solo quando è tornata a casa piangendo con i capelli sporchi di cioccolato. Tra le lacrime mi ha confessato che erano stati alcuni compagni che le avevano prima rubato la merenda, chiamandola “ciccia bomba”, e poi gliela avevano cosparsa sui capelli. Ho chiamato subito la scuola ed ho avvisato personalmente i genitori di quei ragazzi. Beh, la calma è durata poco. Evidentemente per quei bulli il fatto che mia figlia fosse grassa era un fatto imperdonabile e quando è tornata a casa con il labbro spaccato ho deciso di cambiarle istituto. Ora sono passati due anni, quelle cose non accadono più ma lei la notte ancora si sveglia per gli incubi. Come madre penso che se avessi agito subito lei ora non starebbe così». 

Quella di Alice è una storia come purtroppo ce ne sono tante nel nostro Paese, che raccontano di un’Italia violenta, in cui bambini o ragazzi prendono di mira loro coetanei o più piccoli che diventano vittime di comportamenti aggressivi ed intimidatori ripetuti nel tempo e con una certa frequenza. È il bullismo, una piaga sociale che non accenna a dare segnali di cedimento. I numeri su questo non lasciano equivoci. Secondo i dati dello studio Health Behaviour in School-aged Children – HBSC Italia 2022, il bullismo è maggiormente frequente tra i più giovani (11-13 anni) e tra le ragazze. In particolare il 18,9% dei maschi e il 19,8% delle femmine tra gli 11enni sono vittime di bullismo, mentre tra i 13enni sono rispettivamente il 14,6% contro il 17,3%. I 15enni colpiti rappresentano il 9,9% dei ragazzi e il 9,2% delle ragazze.

Le caratteristiche del bullismo sono, oltre alla giovane età dei protagonisti, l’intenzionalità del comportamento aggressivo, la sistematicità delle azioni fino a divenire persecutorie e l’asimmetria di potere tra vittima e carnefice. «Il bullismo è una forma di impotenza che si trasforma in prepotenza – ci ha spiegato la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, componente dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. – I bulli, o perché hanno subito in passato trattamenti analoghi o perché si sentono squalificati e poco considerati, si accaniscono su chi percepiscono come debole, fragile, per scaricare su di loro le proprie paure, insicurezze, frustrazione, rabbia. I bulli sono arroganti perché sono impotenti, sono violenti perché sono spaventati e sperano di ottenere con la paura e con l’aggressività un potere che in realtà non hanno e non avranno mai. I bulli agiscono in branco perché insieme si sentono sicuramente più forti ma c’è sempre un capo che detta le regole. In questo senso scatta quello che potremmo definire un vero e proprio contagio che porta a dire “lo fanno gli altri, sono miei amici, lo faccio anche io”, commettendo azioni violente che magari da soli non si avrebbe mai il coraggio di compiere». 

Il fenomeno non va affatto sottovalutato perché può avere delle conseguenze psicologiche importanti sulla salute della vittima. Uno studio pubblicato su Jama Psychiatry dalla University College London è stato il primo a fornire prove evidenti del rapporto di causa-effetto tra bullismo e salute mentale. Il fenomeno causa direttamente alcuni disturbi, come ansia, depressione, iperattività, impulsività e disattenzione. «Le vittime di bullismo sono state talmente ferite nel proprio io che o si chiudono in sé stesse o reagiscono in maniera violenta o, nella migliore delle ipotesi, trovano il coraggio di aprirsi denunciando quanto da loro subito – ci ha spiegato ancora la professoressa Parsi. – Da grandi hanno ampie probabilità di diventare soggetti inclini alla depressione e al suicidio perché da bambini o da ragazzi sono stati perseguitati ed odiati senza un motivo, sono semplicemente diventati il bersaglio facile contro cui riversare tutte le proprie insoddisfazioni. I bulli dal canto loro hanno dietro di sé storie complicate, vengono molto spesso da famiglie disfunzionali, “rotte”, o sono cresciuti in ambienti sociali che favoriscono non il contatto sano tra le persone ma il contatto di conflitto. Sono le cosiddette bande. I bulli hanno quindi più possibilità di diventare adulti poco empatici, che mirano a stare al potere per controllare cose e persone, pericolosi nel mondo affettivo e del lavoro. Se non vengono curati, hanno una probabilità molto più alta dei loro coetanei di diventare dei criminali».

E purtroppo il Covid non ha aiutato. Basti pensare che il lockdown ha aumentato del 10% gli episodi di bullismo e dell’8% quelli di cyberbullismo. Nel 42% si tratta di offese verbali, ma sono frequenti anche violenze fisiche e psicologiche (26%). «Il Covid ha contribuito ad isolare le persone, a mettere in contatto, soprattutto i giovani, con i mezzi virtuali abituandoli ad immagini oscene che circolano senza nessun tipo di controllo in rete – ha aggiunto la psicoterapeuta. – Si è perso il contatto reale ed i ragazzi hanno imparato a comunicare solo attraverso gli avatar e a sentirsi legittimati a comportamenti aggressivi perché dietro una tastiera, senza la possibilità che nessuno li potesse riconoscere. A questo aggiungiamo il fatto che i ragazzi hanno vissuto molto di più la famiglia durante il lockdown forzato, quindi anche comportamenti aggressivi dei genitori, ed hanno assorbito in pieno i messaggi negativi e violenti dati in primis dalla televisione che ormai è diventata un vero bollettino di guerra».

Insomma, il bullismo non va preso sotto gamba. Siamo purtroppo abituati alla violenza, alla cattiveria perpetrata dagli adulti, ma non possiamo accettare che questa si manifesti già in età precoce, quando i ragazzi dovrebbero solo pensare a giocare, a fare amicizie, a conoscere il mondo e perché no, anche ai primi amori. Sugli adulti difficilmente si può agire ma sui minori sì, li si può “raddrizzare” con i giusti mezzi affinché crescano nel rispetto dell’altro e delle sue caratteristiche lo rendono unico ed irripetibile. E genitori e scuola insieme devono unire le forze perché questo accada, lo dobbiamo ai nostri figli, per restituire loro una società migliore, in cui vivere senza paura. 

BOX – Bullismo e conseguenze penali

Il bullismo, di per sé, è un fenomeno sociale allarmante ma non un reato. Nell’ordinamento italiano manca una normativa ad hoc. Viene punito penalmente solo associandolo ad alcuni reati attraverso cui si manifesta (molestie, stalking, lesioni, percosse, violenze sessuali di gruppo, minacce, razzismo, estorsione) a seconda dei singoli casi. Con la sentenza del 5 gennaio 2021 n.163, la Cassazione ha dichiarato che il fatto costituisce reato di violenza privata ex art. 610 c.p. quando il bullo pone la vittima in una condizione di soggezione psichica a seguito dell’atto violento, di minacce e prepotenze. Il bene tutelato è la libertà psichica che, in questo caso, viene compromessa dalla coercizione della volontà.
Il bullo che commette reati può essere punito soltanto se viene denunciato. Per poter avviare un procedimento penale è necessario che il minore abbia compiuto almeno 14 anni e che sia in grado di intendere e di volere. In caso contrario non è prevista responsabilità perché per il nostro ordinamento giuridico il minore di 14 anni non è imputabile penalmente. Se riconosciuto come socialmente pericoloso può essere soggetto a misure di sicurezza.

BOX – Bulli Stop: la voce del bullismo

Abbiamo intervistato la prof.ssa Giovanna Pini, pedagogista, formatrice e ricercatrice nelle scuole su temi quali comunicazione, bullismo, autrice di molti testi e soprattutto presidente di Bulli Stop, Centro Nazionale nato con l’unico obiettivo di prevenire e sconfiggere il bullismo.

Passano gli anni ma il bullismo rimane un’emergenza sociale. Quali sono gli ultimi numeri di cui voi siete a conoscenza?
«Il bullismo purtroppo è un fenomeno in costante aumento. I dati ultimi del Miur e del Ministero della Salute evidenziano che il fenomeno riguarda quest’anno il 28% dei ragazzi alle superiori e il 30% alle medie. Se pensiamo che nel 2016 avevamo solo un 20% di bullismo, capiamo che si tratta di una vera e propria emergenza nazionale su cui non si può mai abbassare la guardia. E a dilagare, soprattutto con la diffusione dei social, è il cyberbullismo che ha avuto un’esplosione con il Covid, il lockdown e la didattica a distanza. I ragazzi hanno preso più confidenza con il computer, hanno cominciato a stare più tempo su Internet ed hanno imparato sempre meglio le strategie per stare dietro una tastiera mantenendo l’anonimato con profili fake. Il cyberbullismo è anche più pericoloso e difficile da arginare perché, mentre fenomeni di bullismo avvengono solo nella “cerchia” della scuola o nei contesti sportivi frequentati dai ragazzi, le vittime di cyberbullismo possono finire in rete in pochi click, diventando loro malgrado “famose” anche nel contesto reale con tutte le conseguenze che questa notorietà non cercata può comportare».

E veniamo quindi alla vostra realtà, Bulli Stop. Come nasce e quali sono le iniziative che mettete in campo?
«Il Centro nasce nel 2014 dopo un’esperienza precedente di cinque anni di lotta, dall’idea di unire i giovani per prevenire e sconfiggere il bullismo. Noi crediamo fortemente che i ragazzi possano essere più ricettivi se sono dei loro coetanei a parlargli di rispetto per sé e per gli altri. Andiamo gratuitamente nelle scuole con l’intento di aggregare gli adolescenti e sollecitarne l’empatia. Nasce così il primo format strategico, pedagogico e comunicativo dove sono ex vittime o ex bulli a parlare ai loro coetanei. Un format poi copiato da molte altre realtà sensibili all’argomento. Siamo gli unici a livello nazionale a fornire assistenza legale gratuita, pedagogica, psicologica, neuropsichiatrica. Il Centro, lo voglio sottolineare, vive esclusivamente di sovvenzioni e donazioni. Siamo attivi con tante iniziative, come la Giornata Nazionale Giovani Contro il Bullismo che si svolge a maggio, alla sua decima edizione; facciamo tanta formazione agli insegnanti, convegni, dibattiti, con l’obiettivo di mantenere sempre alta l’attenzione sul fenomeno, non solo quando scoppiano dei casi mediatici».
E ad aiutarvi in questa “battaglia” informativa ci sono molti personaggi dello spettacolo…
«Sì, con noi ci sono Enrico Papi, Paolo Genovese, Gabriele Cirilli, Alessandro e Leo Gassman, Paola Perego, Maria Grazia Cucinotta, Amadeus ed il Generale Garofano solo per citarne alcuni. Quando organizziamo qualche evento importante, come può essere quello di maggio, loro già venendo ci aiutano perché con la loro presenza ci permettono di avere visibilità sui giornali. Come Presidente Onorario avevamo anche Maurizio Costanzo, poi è deceduto ed è venuta a mancare per me una spalla importante. Speriamo sempre che una vittima, ascoltando le parole di un vip, possa trovare il coraggio di venire da noi prima di commettere magari qualche gesto estremo».

Per concludere quindi, professoressa, con i mezzi di oggi, con quello che abbiamo passato a livello storico e con i protagonisti attuali, cosa bisogna fare secondo lei nel concreto per combattere questa piaga sociale?
«Innanzitutto nel concreto ci dovrebbero essere pene più severe nei confronti dei bulli, proporzionate ai danni che creano. E devono essere coinvolti anche i genitori attraverso una serrata campagna informativa e corsi di formazione adeguati. Poi nelle scuole io proposi tanti anni fa le telecamere per identificare gli atti di bullismo ed anche per disincentivare i ragazzi a qualsiasi forma di violenza. Ma la mia idea non andò in porto per questioni di privacy. Ciò non toglie che nelle scuole ci devono essere più controlli e professionisti in grado di aiutare i ragazzi a crescere in modo sano ed equilibrato. La nostra è una società che va sempre di più vigilata».