Intervista con Luca Beatrice, il nuovo presidente della Quadriennale di Roma, verso l’esposizione che aprirà nell’autunno del 2025

«Guarderemo a cosa è accaduto nell’arte italiana dall’inizio di questo millennio ad oggi, in un quarto di secolo, e cercheremo di cogliere le prospettive del cosiddetto futuro. Sarà una bella sfida». Così Luca Beatrice, nominato a febbraio presidente della Quadriennale di Roma dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, comincia a tracciare la prossima esposizione, che si svolgerà nella Capitale dall’ottobre 2025 al gennaio 2026.

Beatrice, classe ‘61, è critico d’arte contemporanea e curatore, ha realizzato monografie e cataloghi di mostre personali di importanti artisti italiani e internazionali. È docente in diversi atenei italiani, tra cui l’Accademia Albertina e lo Ied di Torino. Negli anni è stato curatore della Biennale di Praga dal 2003 al 2005 e commissario alla sezione Anteprima della XIV Quadriennale di Roma nel 2004. Tra le mostre più recenti, l’antologica di Andy Warhol al Palazzo Ducale di Genova, nel 2016, e l’antologica di Edward Hopper a Palazzo Fava a Bologna e al Vittoriano di Roma tra il 2015 e il 2016, le collettive Jackson Pollock e la Scuola di New York a Palazzo Reale di Milano e al Vittoriano di Roma, “Easy Rider. Il mito della motocicletta come arte” alla Reggia di Venaria, “Warhol and friends” a Palazzo Albergati a Bologna, nel 2018, Diabolik alla Mole Museo del cinema di Torino, nel 2021, Carlo Levi alla GAM di Torino, Giacomo Soffiantino presso la Fondazione Ferrero di Alba nel 2022 e Alberto Moravia e la critica alla GAM di Torino nel 2023. Dal 2010 al 2018 ha ricoperto la carica di presidente del Circolo dei lettori di Torino.

Che cos’è la Quadriennale di Roma?
«Nata nel 1927, è una mostra che, ogni quattro anni, mira a raccogliere tutta la giovane arte italiana, con l’intento di valorizzarla. Mentre la Biennale di Venezia nasceva, 40 anni prima, con una vocazione internazionale, la Quadriennale voleva e vuole concentrarsi sul nostro Paese. Finito il momento dell’esposizione, compito dell’ente è la valorizzazione all’estero delle opere selezionate».

Che presidente sarà?
«La lista dei miei predecessori, da Cipriano Efisio Oppo in poi, è prestigiosa: insomma, mi siedo in un posto importante. Con la mia squadra di curatori stiamo lavorando “pancia a terra” per cercare di selezionare il meglio dei giovani artisti contemporanei italiani».

Il team di curatori è composto da 6 professionisti di calibro internazionale. Luca Massimo Barbero è direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, consulente scientifico della Fondazione Lucio Fontana e autore di numerose pubblicazioni ed esposizioni sull’arte del secondo Dopoguerra italiano; Francesco Bonami è un curatore di notorietà internazionale: tra le altre cose, ha diretto la 50ª edizione della Biennale d’Arte di Venezia, dal 1999 al 2008 è stato senior curator al Museum of Contemporary Art di Chicago, attualmente è direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e di Pitti Immagine Discovery, direttore editoriale della collana Supercontemporanea di Electa e collabora regolarmente con La Stampa, La Gazzetta dello Sport, Donna Moderna, Rolling Stone e altre testate; Emanuela Mazzonis di Pralafera è membro del comitato scientifico di MIA Photo Fair e ha curato mostre in istituzioni prestigiose come la Triennale di Milano; Francesco Stocchi è il direttore artistico del MAXXI di Roma, dopo aver ricoperto l’incarico di curatore per l’arte moderna e contemporanea al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. A loro si aggiungono la giovane Alessandra Troncone e Walter Guadagnini, considerato fra le principali figure di riferimento in ambito fotografico in Italia, a cui è stata assegnata una sezione storica da curare in collaborazione con l’Archivio della Quadriennale. Guadagnini, tra le altre cose, ha diretto dal 1995 al 2005 la Galleria Civica di Modena, dal 2004 al 2015 è stato presidente della commissione scientifica del progetto UniCredit e l’arte e dal 2006 al 2022 è stato responsabile della sezione fotografia del Giornale dell’Arte.

Come sta l’arte del nostro Paese?
«Più che di arte, parlerei, in generale, di come sta la cultura. È in atto un ricambio generazionale e siamo entrati in una società globale: molti artisti stranieri lavorano in Italia e molti artisti italiani lavorano all’estero, anche grazie all’esistenza delle borse di studio internazionali. Il sistema è molto diverso rispetto a quando si andava per gallerie e si portava il portfolio sottobraccio, sperando che qualcuno vedesse i lavori. È tutto cambiato e di questo bisogna tener conto. Un dato certo è che dalle grandi mostre internazionali l’arte italiana risulta un po’ assente, perché in questo momento i Paesi emergenti sono altri. Uno dei nostri compiti sarà sicuramente di portare nuova attenzione sull’arte italiana. È la sfida che mi interessa di più. Dal punto di vista della proposta creativa, non penso che siamo “messi male”, così come nella letteratura, come nel cinema. Bisogna lavorarci molto, però. Io punterò molto sulla comunicazione di questa Quadriennale, nell’andare in giro a raccontarla».

In questo panorama globalizzato, cosa si intende oggi per “artista italiano”?
«Questo lo decideranno i curatori: sono sicuro che si terrà conto di questo fattore, come si terrà conto di altri due fattori, cioè la significativa presenza femminile e la regionalità. Quest’ultima è una peculiarità tipica italiana. Qual è la capitale dell’arte in Italia? Roma, Milano, Venezia, Torino, Firenze? Per l’Italia la provincia è fondamentale, anche per la qualità della vita, per l’enogastronomia. Un bel giro intorno alle realtà italiane, dalle metropoli alle piccole realtà provinciali, potrebbe essere davvero interessante alla Quadriennale. Quando ho cominciato a lavorare il nostro orizzonte erano l’Europa e l’America. Non solo. Molti artisti di Roma non avevano mai esposto a Milano e viceversa. Dalla caduta del Muro di Berlino, l’orizzonte è diventato improvvisamente molto più grande. Non sempre con esiti felici, secondo il mio parere artistico, ma, in ogni caso, le vecchie “roccaforti” ne hanno sofferto. Fortunatamente io mi occupo di arte italiana e non devo fare i conti con questa situazione…».

Ha parlato anche di arte al femminile…
«Ci sono tantissime artiste donne, e ce ne sono sempre di più: sicuramente uno dei punti chiave di questo Terzo Millennio. Ovviamente non parliamo di “quote rosa” in Quadriennale, bensì di un’attenzione a una tendenza in continua espansione, sia qualitativa che quantitativa».

In questo primo quarto di millennio ha avuto un ruolo fondamentale anche la tecnologia.
«Assolutamente. Sia nell’arte che nella vita quotidiana, io la vedo come uno strumento. Un po’ come l’aspirapolvere: prima dovevamo usare la scopa e invece adesso abbiamo un oggetto più potente. L’arte, come la vita, si basa sulla necessità di un’esperienza che nessuna tecnologia potrà mai sostituire; la potrà integrare, ma non sostituire».

La recente pandemia ha lasciato tracce nella produzione artistica?
«Secondo me, ce lo siamo lasciati alle spalle: ha condizionato molto all’inizio, ma adesso siamo tornati in un mondo liberato e anche tragico, un mondo dove ci sono le guerre. Però è il mondo. L’arte lo riflette, certe volte lo anticipa, certe volte lo racconta, a volte lo reinventa, a volte lo cronachizza… però questa è l’arte. Viviamo in un mondo pieno di stimoli, e ognuno raccoglie ciò che vuole e può».

Quali sono i temi più ricorrenti?
«Io faccio il professore ormai da tanti anni, e direi che i temi dei diritti e dell’ambiente sono quelli più popolari. Sul primo, direi che c’è una certa uniformità di vedute, mentre, sull’ambiente, le posizioni sono diverse: io, ad esempio, non sono eco-castrofista, ma, dal punto di vista narrativo ed artistico, è un tema che presenta molte suggestioni e sinergie con l’architettura e con il design».

E, dopo anni di stallo, si pensa a un nuovo spazio per la Quadriennale, oggi con sede a Villa Carpegna, nel cuore del quartiere Aurelio. In aprile, è infatti finalmente arrivata l’approvazione del Consiglio comunale per il progetto di restauro dell’ex Arsenale Pontificio, su una superficie di oltre 5.300 chilometri quadrati. Al via, quindi, i cantieri per allestire gli antichi ambienti che avranno nuove finalità: esposizioni, librerie, uffici, archivio e ampi luoghi adibiti ad eventi culturali.

L’acquisizione dell’area da parte del Ministero della Cultura risale al 2018 e già nel 2015 l’ex ministro Dario Franceschini aveva inserito lo spazio nei grandi progetti di valorizzazione della città. Ora, il MIC vorrebbe riconvertire il sito rendendolo una sorta di tempio artistico del contemporaneo con affaccio sul fiume Tevere. Il progetto prevede il recupero di tutto il complesso dell’ex Arsenale, riqualificando così un’area storica centrale ed affascinante. Una cornice importante per i nuovi artisti del nostro Paese, che, come spiegava Beatrice, hanno bisogno di un focus e di un’attenzione maggiore: e chi altri può contare su simili eredità storiche?