A 100 anni dalla morte di Franz Kafka le sue pagine continuano a celare un mondo fatto di alienazione e angoscia esistenziale, ma non solo
Lo scrittore boemo di lingua tedesca Franz Kafka è stato capace di lasciare un solco indelebile dal Novecento fino ai giorni nostri. Nel centenario della morte si celebra la vita ancora vibrante delle sue opere, capaci di descrivere sia esperienze inquietanti e assurde, sia vicende di assoluta normalità, rifiutando in ogni caso intenti edificanti. Mettere sotto la lente di ingrandimento, senza assolvere o condannare, sembra dunque essere l’obiettivo di uno scrittore che ha fatto della complessità la sua cifra stilistica come Kafka.
Ne abbiamo parlato con l’autore di Kafka. Un mondo di verità edito da Sellerio, Giorgio Fontana, che nel suo ultimo libro ha voluto mettere in luce diversi aspetti di un’opera vastissima – con molti scritti rimasti incompiuti e pubblicati postumi grazie a Max Brod che decise di non seguire le volontà dell’amico scrittore che desiderava andasse tutto distrutto – che ancora oggi suscita interesse e curiosità.
Innanzitutto perché, secondo Lei, Kafka è ancora attuale oggi, a 100 anni dalla sua morte?
«Non è facile misurare l’attualità di Kafka; il rischio è anzi quello di cadere nei soliti cliché per cui nessuno ha saputo prevedere così bene l’involuzione della nostra società, il senso di smarrimento che proviamo davanti a un cosmo insensato e così via. Certo c’è una parte di verità anche in questi cliché, perché molte storie di Kafka trasmettono proprio questo tipo di sensazioni: ma non è tutto, anzi. Per cominciare, direi che Kafka è decisamente prezioso oggi a causa della sua inattualità. Inattuali sono la sua fede assoluta nella scrittura; la ricerca di una dimensione veritativa dell’arte; la costante insoddisfazione e una certa riluttanza a pubblicare; l’idea che, per dirla con le sue parole, “il primo presupposto per essere scrittori non è quello di essere desti, ma di obliare se stessi”. Difficile immaginare concetti meno comuni oggi, in un mondo – anche letterario – permeato di cinismo, disperazione, egolatria: ma proprio per questo mi paiono tanto utili. Dal punto di vista squisitamente tecnico, poi, Kafka è un modello di precisione e onestà. Al suo enorme talento naturale univa una costante ricerca dell’esattezza, una fortissima tensione verso la parola giusta; sapeva maneggiare qualsiasi registro, dal tragico al comico, fondendoli inoltre con una grazia che nessun altro possiede. Basti pensare alla splendida notte d’amore fra K. e Frieda ne Il castello, al termine della quale compaiono i due strambi e beffardi aiutanti che hanno vegliato tutto il tempo sul sonno della coppia. Infine è anche uno scrittore assolutamente inimitabile. Come replicare la voce di Kafka? Impossibile. In un’intervista per L’Espresso, lo scrittore Daniel Kehlmann – autore fra l’altro di una serie tv su Kafka – diceva che la prosa del nostro è “talmente originale che nessun algoritmo può riprodurne il sound. Ogni IA riproduce il testo più probabile e scontato, ma Kafka è l’autore per eccellenza dei testi più improbabili”. E questo mi pare un ultimo, grande elemento di attualità».
Cos’è, cosa rappresenta, per Lei, “l’enigma Kafka”?
«Kafka ha saputo creare un immaginario talmente affascinante e pervasivo da avere colonizzato un secolo intero; eppure ancora oggi dalle sue parole promana un’aura di mistero. L’opera di Kafka resiste a qualsiasi tentativo univoco di penetrarla, di imporre su di essa una sola interpretazione “forte”: per cent’anni ci hanno provato con ogni sorta di strumento – dalla psicanalisi alla teologia – e alla fine siamo ancora qui, stupiti e sconvolti di fronte alla potenza e alla complessità del testo. Penso che questa meraviglia vada preservata. Con questo non voglio dire che Kafka giochi a ingannare il lettore o a trincerarsi dietro puerili oscurantismi: egli era un classicista nell’animo, un amante di Flaubert e Goethe e Kleist; nulla di più lontano da lui da certi trucchetti d’avanguardia. Come ho già detto, resta un modello di precisione e di onestà. E tuttavia… Cosa vuole davvero K. ne Il castello? Perché Gregor Samsa si trasforma in insetto? Come mai Georg Bendemann obbedisce all’assurda condanna del padre a morire annegato? Ecco, Kafka impone alla narrativa tradizionale un surplus di enigmaticità. I rapporti di causa-effetto sono più laschi, le motivazioni dei personaggi più opache: tutto è come immerso in una lieve foschia, benché la lingua che racconta tutto ciò sia di esemplare purezza. È davvero unico».
Kafka sembra pagare lo scotto della potenza delle immagini che ha generato su carta a scapito della tecnica della sua scrittura; è stata la volontà di dare il giusto spazio a entrambe le dimensioni ad animare il suo ultimo libro Kafka. Un mondo di verità?
«Come scrivo nel libro non sono né un germanista né un filologo, dunque volevo confrontarmi con Kafka innanzitutto da scrittore: ciò significa prestare attenzione ad alcuni aspetti tecnici come la sua abilità descrittiva, il nitore della lingua, il posizionamento di una svolta narrativa o di un colpo di scena e così via. Mi è sempre parso che quando si parla di Kafka si tenda a mettere in secondo piano tali elementi – che sono invece il succo di qualsiasi pratica artistica, e ancor più di uno scrittore così probo e così insoddisfatto di sé come Kafka. Ciò detto, è evidente che il discorso non può esaurirsi qui. Il mondo di Kafka è vastissimo, e anzi una delle sue peculiarità è quella di aver generato figure entrate direttamente nell’immaginario contemporaneo e persino nel luogo comune più trito. Basti pensare a Il processo, a Il castello, all’insetto de La metamorfosi, o al generico potere evocativo del termine kafkiano. In altre parole: il gioco giocato da Kafka è molto diverso da quello di scrittori pure grandissimi come Dostoevskij o Woolf: solo fra tutti riesce a mettere insieme letteratura e qualcos’altro, una sorta di mitologia contemporanea. E quindi ho cercato di rendere giustizia anche a tale aspetto della sua opera. Forse non è inutile aggiungere, alla fine, che questo lavoro nasce da un’esigenza quasi sentimentale: è un atto d’amore nei confronti di Kafka, che ho sempre ritenuto il mio eroe letterario: un modo per ripagare un debito. Ma sia chiara una cosa: in tempi dove il lessico emotivo ha inquinato ogni discorso, e dove “quel che si prova davvero” sembra legittimare ogni punto di vista a scapito della razionalità e della preparazione – ecco, in questi tempi mi pareva ancora più necessario unire all’amore un profondo rispetto testuale. Anche solo per una questione di pudore nei confronti di Kafka. E dunque si è trattato di leggere con cura e attenzione e lentezza; non fingere di avere compreso ciò che resta enigmatico; imparare dai critici che mi hanno preceduto: fare i compiti, insomma».
Spingere a leggere un testo con cura e attenzione, quale migliore eredità può lasciare uno scrittore? Così anche la sua eredità, oltre che la sua voce, riesce a essere inimitabile.