SIMONETTA CESARONI

L’inchiesta di Raffaella Fanelli affronta i punti oscuri di questo Cold Case italiano, dal ruolo dei servizi segreti al misterioso suicidio del primo indagato, Pietro Vanacore, fino alla figura centrale – ma sempre celata – dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno di cui pubblica un’intervista inedita

Non tutti i casi di cronaca hanno la stessa risonanza mediatica. 

Ci sono delitti che scompaiono tra le pagine di un quotidiano occupandone appena qualche riga, ce ne sono altri che si gonfiano giorno dopo giorno fino a passare dall’ultima colonna in fondo alla prima pagina; e poi ce ne sono alcuni che, fin dal primo istante, colpiscono come un pugno nello stomaco l’opinione pubblica e, per quanti anni possano passare, la fiamma sotto quella brace non si spegne mai. Il caso di Simonetta Cesaroni appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria. Quando una giovane donna muore in circostanze brutali è sempre un dramma: ma quando per più di 30 anni si gira intorno alle stesse deposizioni, gli stessi indizi, gli stessi elementi coinvolti, senza mai arrivare a capire chi sia il colpevole, il dramma si trasforma in una tragedia. Sotto più aspetti: una tragedia personale, per la famiglia della vittima; una tragedia giudiziaria, per l’incapacità degli esperti di arrivare a identificare un colpevole permettendo alla giustizia di fare il proprio corso; una tragedia sociale, per l’ineluttabilità della sconfitta. Perché sono passati 33 anni da quando Simonetta Cesaroni è stata trovata morta nell’ufficio al terzo piano di via Poma 2 e tutto quello che sappiamo è ciò che sapevamo all’indomani del delitto: una giovane donna è stata aggredita ed è morta. Fine. 

 C’è, però, chi non si è mai arreso alla mancanza di verità. Più che magistrati, giornalisti d’inchiesta: tra loro Raffaella Fanelli che, dopo il successo di “La strage continua, la vera storia dell’omicidio di Mino Pecorelli”, ha pubblicato con Ponte alle Grazie il suo nuovo lavoro, “Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni?”. Un’inchiesta che parte da lontano, ricostruisce l’ultimo giorno di vita della 20enne romana di periferia andata a morire in un ufficio della “Roma Bene” e immerge fino al gomito le braccia nel fango delle indagini, mettendone in luce le contraddizioni, i vuoti, le pecche, gli errori. 

Dal ruolo del portiere Pietrino Vanacore – primo ad essere indagato per l’omicidio e rimasto legato a doppio filo al caso per tutta la vita fino al tragico finale – a quello dei dipendenti dell’AIAG, l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù, nei cui uffici in via Poma Simonetta lavorava due giorni alla settimana, “prestata” dalla Reli sas, società di buste paga in cui era stata assunta da Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi; fino ad arrivare alla figura oscura dell’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, rimasto dietro le quinte dell’omicidio al centro di una fitta ragnatela di bugie, il cui alibi è crollato dopo 33 anni grazie alla testimonianza di una donna che lavorava per lui all’epoca dell’omicidio. L’autrice pubblica nel libro l’unica intervista inedita rilasciata da Caracciolo di Sarno in vita e quel capitolo, il numero 11, è il cuore pulsante dell’intera inchiesta: fa tremare i polsi tanto quanto trasmette la sensazione di aver imboccato, finalmente, la strada giusta al bivio. Che è oscura e insidiosa, ma che esiste.

Fanelli rimescola le carte e le dispone in un nuovo ordine sul tavolo, riordinando la matassa di informazioni perché vengano guardate da una distanza differente, senza tutti i filtri che sono stati inanellati uno dietro l’altro nel corso del tempo. Perché una giovane donna è stata aggredita ed è morta, ma la mano che l’ha uccisa è solo la prima voce di una lunga lista di responsabili di questa tragedia. 

Simonetta Cesaroni è morta di nuovo ad ogni “non la conoscevo”, ad ogni “non ne so niente”, ad ogni “non voglio saperne, niente” che è stato pronunciato nel corso del tempo. E dopo 30 anni, è il momento di dire basta e restituirle dignità. 

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di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA