Un’adolescente esce di casa per comprare la tinta per i capelli e sparisce nel nulla: una settimana dopo viene trovata morta nel cimitero della sua città. 26 anni dopo non è stato ancora dichiarato “omicidio”

Ci sono storie che troviamo appassionanti, persino affascinanti, quando le leggiamo in un romanzo o le seguiamo in un film; ci fanno sobbalzare sulla sedia, chiudere gli occhi, mangiare le unghie mentre carichiamo la puntata seguente se rappresentate in una serie tv, e, nel caso di prodotti davvero ben fatti, continuiamo a pensarci per i giorni a venire e non facciamo che parlarne, con gli amici, sui social. Il crimine è un ottimo elemento di intrattenimento, fa leva sulla curiosità umana per tutto ciò che è torbido, proibito, macabro, le storie dell’orrore attivano aree del cervello legate tanto all’empatia quanto al piacere. Ma qual è il limite, qual è il confine a partire dal quale il fascino per la paura diventa paura vera e propria? Quel momento in cui crollano le delicate barriere che separano fantasia e realtà e rimaniamo soli e indifesi contro un mostro che è di fronte a noi, reale e umano come la nostra immagine allo specchio, eppure velato, avvolto da una nebbia che non ci permette di guardarlo in viso. Se vi proponessi di sedervi attorno al fuoco e di ascoltarmi raccontare la storia di una ragazzina scomparsa e ritrovata morta in un cimitero probabilmente sorridereste entusiasti e preparereste dei bastoncini con dei marshmallow da scaldare e mangiare in sottofondo alle mie parole. Ma se la storia fosse reale e quella ragazzina fosse vostra figlia, vostra nipote, vostra sorella… quale sarebbe il confine tra fascino e paura?

McKeesport è una cittadina come ce ne sono tante negli Stati Uniti. Periferica, provinciale, 24 mila anime più o meno, nel cuore della contea di Allegheny, Pennsylvania. Il 30 giugno del 1998 faceva molto caldo, come sempre nella stagione estiva: in quelle zone una settimana conta molto in termini meteorologici. Kimberlie Krimm aveva 14 anni quando uscì per l’ultima volta da casa sua, quel 30 giugno nel pomeriggio. Aveva in programma di andare a trovare un amico e a comprare la tinta per i capelli ma, al calar del sole, non era ancora tornata a casa. Non era da lei, perciò i suoi genitori non ci misero molto a dare l’allarme e per i 6 giorni successivi tutta la città, unitamente alle forze dell’ordine, si mise sulle tracce dell’adolescente scomparsa. Il 6 luglio il suo corpo venne ritrovato, riverso sul terreno del McKeesport and Versailles Cemetery, la collina del cimitero della città.

Il cadavere era decomposto, il volto premuto sul terreno, i pantaloni abbassati alle caviglie; una scarpa era stata ritrovata su una stradina sterrata che fungeva da scorciatoia tra la casa della ragazza e il centro città, l’altra fuori dal cancello del cimitero. Verrebbe da pensare che i segni della violenza, dell’omicidio, fossero palesi: eppure la giustizia, per quel strano modo contorto che hanno gli eventi di intrecciarsi in modo apparentemente inspiegabile, si bloccò in un ciclo infinito da cui, 26 anni dopo, non è ancora riuscita ad emergere.

Il corpo della piccola Kimberlie era decomposto: non sorprende, come dicevamo, date le temperature elevate, intorno ai 30 gradi con un forte tasso di umidità per tutta la settimana; quello che lascia perplessi è che l’ufficio del coroner di Allegheny fu costretto a dichiarare “indeterminate” le modalità della morte della 14enne, tanto che il suo caso non venne mai dichiarato ufficialmente un omicidio. Certo, era un corpo distrutto da elementi e animali, alla cui mercé era rimasto per una settimana: ma la ragazza era nuda dalla vita in giù, le scarpe erano disseminate in giro, e Kimberlie aveva 14 anni. Ipotizzare una morte naturale è quantomeno improbabile anche per i non addetti ai lavori.

Jeanie Krimm, la madre della giovane, in un’intervista al The Almanac ha dichiarato di essere certa che “la figlia sia stata assassinata lo stesso giorno della sua scomparsa, il 30 giugno 1998, mentre si recava al negozio”. Una teoria che è stata diffusa grazie ai social media e alla pagina Facebook Who Killed Kimberlie Krimm” fondata dalla madre stessa. La polizia ha dichiarato che “tutte le piste sono state esaurite e che il caso dipende ora da qualcuno che si faccia avanti con le informazioni”. Cosa che, secondo l’ex detective di polizia incaricato del caso, Eugene Riazzi, ora giudice distrettuale, “prima o poi accadrà”. Ma Krimm ha aggiunto che la polizia “le ha detto che è un omicidio ma legalmente il medico legale non può dichiararlo tale. Kimberlie è stata assassinata. Non possono provarlo, ma lo sanno”, ha concluso, lapidaria.

Una teoria, un’ipotesi non acclarata, su quanto accaduto quel pomeriggio esiste. Secondo Krimm la figlia “ha preso quella scorciatoia e si è imbattuta in qualcosa che non avrebbe dovute vedere, gente che beveva, si sballava”. Kimberly era in una fase in cui, a detta di sua madre, stava “sperimentando con alcol e marijuana”: «qualcuno potrebbe averle proposto di bere o fumare una canna e lei potrebbe aver accettato». Ma, secondo Krimm, le cose a quel punto probabilmente si sono fatte “un po’ vivaci” e “Kimmie non voleva avere nulla a che fare con tutto questo”. La madre la definisce “una piccola creatura esuberante, che probabilmente ha combattuto con le unghie e con i denti” ma ritiene non sia stato sufficiente così come ritiene ovvio che ci sia stata una violenza sessuale. «Io non voglio essere una Pollyanna [pensare bene anche in caso di eventi molto negativi, ndA], ma non credo che loro volessero ucciderla. Credo però che Kimmie non abbia taciuto».

La morte di una figlia adolescente è già un evento disarmante e tragico per una famiglia: ma quando quella stessa morte rimane avvolta nel mistero, quando i dubbi sono più forti e infamanti della verità, quando non è possibile identificare un colpevole né avere giustizia, cosa rimane? Come si può andare avanti? La sicurezza dei figli è un istinto primordiale per i genitori ed è inquietante scoprire quanto spesso si è soli in questa guerra. La famiglia Krimm ha perso un’altra adolescente, a 21 anni di distanza da Kimberlie: Morgan Dunston, la figlia appena 18enne di Angie Krimm, la sorella di Kimberlie. Morgan è stata uccisa nello stesso contesto opaco, avverso, inquietante, della zia che non ha mai conosciuto, dopo il ballo di fine anno, nel parcheggio di South Side Flats. Era lì con alcuni amici quando qualcuno è arrivato e senza dire niente ha aperto il fuoco, colpendo Morgan alla testa. Inutile la corsa all’ospedale: la ragazzina è morta sul colpo. Anche in questo caso però, le indagini non hanno portato a nessun risultato, non si sa chi ha sparato, non si sa perché, non si sa come siano andate davvero le cose.

Dubbi, domande senza risposte, interrogativi irrisolti che forse lo rimarranno per sempre, momenti di quotidianità che diventano teatro d’inferno, momenti di gioia che si trasformano in un inferno di sangue e dolore, la realtà di una famiglia che diventa un’odissea alla ricerca di una verità che potrebbe non arrivare mai. Una trincea al confine tra bene e male in cui nessuna legge è valida, nemmeno quella dello Stato.

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