Tax credit, gender gap, contrattazione collettiva: sono solo alcune delle questioni che riguardano il settore audiovisivo. In questo contesto le associazioni AIR3 e 100 Autori hanno stretto un accordo. Ne abbiamo parlato con Luca Lucini e Francesca Comencini
È sicuramente un momento critico per il cinema e l’intero comparto audiovisivo italiano. Da un lato, nel 2023 – primo anno in cui il settore ha vissuto una sorta di ritorno alla “normalità” dopo la pandemia – le sale italiane hanno incassato complessivamente 495 milioni di euro: si tratta di un aumento del 62% dei biglietti venduti rispetto al 2022. Questi i dati diffusi da ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali) alla fine dello scorso anno.
Dall’altro, però, si verifica una situazione di “stasi permanente”, nella quale si fatica a riconoscere tutele ai professionisti e alle professioniste dell’audiovisivo. Compensi bassi, contributi praticamente non pervenuti, gender gap, la contrattazione collettiva nazionale, la discussa riforma del tax credit dell’ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano sono solo alcuni dei punti determinanti da affrontare. Proprio sull’ultima legge sul tax credit – cioè, il credito d’imposta pensato proprio per sostenere la produzione audiovisiva – si è sollevato un acceso dibattito: la legge è arrivata in ritardo rispetto ai tempi previsti e ha suscitato forti preoccupazioni per le restrizioni all’accesso ai finanziamenti, soprattutto per le MPMI e le produzioni indipendenti.
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La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori italiani ha preso corpo nel comitato Siamo ai titoli di coda, arrivato anche all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con una lettera indirizzata proprio a Sangiuliano, alla Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni e alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La lettera, letta all’Italian Pavillion durante il panel Stati Generali del Cinema Indipendente, organizzato da AIR3 – Associazione Italiana Registi, ha espresso il dissenso da parte delle lavoratrici e dei lavoratori dell’audiovisivo, che hanno denunciato “la preoccupante situazione di stallo che affligge l’intero comparto produttivo”.
Ma ci sono anche altri temi, come il rapporto con le piattaforme di streaming e la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, sollevati anche oltreoceano dallo sciopero degli sceneggiatori e delle sceneggiatrici statunitensi.

L’accordo tra AIR3 e 100 Autori
In questo contesto arriva l’accordo interassociativo tra AIR3- Associazione Italiana Registi e 100 Autori, il cui obiettivo è proprio quello di migliorare la condizione lavorativa delle professioniste e dei professionisti dell’audiovisivo, ma anche rafforzarne il potenziale creativo e commerciale. L’annuncio dell’accordo – che entrerà in vigore a gennaio 2025 – è arrivato durante il panel Report Stati Generali del Cinema Indipendente alla Festa del Cinema di Roma.
AIR3 è l’associazione dei registi e registe italiane che operano in tutti gli ambiti del comparto audiovisivo: cinema, televisione, pubblicità, videoclip, cortometraggi, documentario. Nata nel 2015, si impegna per la diffusione della regia italiana a livello nazionale e internazionale attraverso attività di networking. E oggi conta un gruppo di registi romani che si coordina con 100 Autori (referente il regista Giovanni Caloro).
100 Autori, composta da oltre 700 registi, registe, sceneggiatrici e sceneggiatori di cinema, fiction, animazione e documentario, è la più grande delle associazioni autoriali dell’audiovisivo.
Le due associazioni, che collaborano da tempo, insieme rappresentano la platea più ampia di professionisti e professioniste del settore a livello nazionale.
Abbiamo parlato con Luca Lucini, presidente di AIR3 e regista, e Francesca Comencini, presidente di 100 Autori, regista e sceneggiatrice.
«Come AIR3 e 100 Autori – spiega Luca Lucini in merito al contenuto dell’accordo – abbiamo la necessità e anche il dovere, di curare gli interessi artistici delle nostre categorie professionali , che hanno bisogno di supporto proprio nel momento più delicato per il cinema indipendente, fatto di ricerca, sperimentazione, nuovi linguaggi. Questo, sia per 100 Autori, sia per noi registi, è una priorità. Cerchiamo di unire le forze, le richieste, gli sforzi e l’entusiasmo».
Sottolinea l’importanza dell’unità di intenti anche Francesca Comencini. «Questo nuovo direttivo di 100 Autori – afferma Comencini– ha continuato un percorso già iniziato da con Writers Guild Italia ampliandolo, rafforzandolo, in uno ostinato lavoro di tessere unità, sia con AIR3, sia con ANAC, altra storica associazione di autori. Credo che sia importantissimo perché le sfide che dobbiamo affrontare come autori e come autrici –sia sceneggiatori e sceneggiatrici, sia registi e registe – sono molto grandi. Tutto è in rapidissimo cambiamento, i nostri mestieri sono in grandissimo cambiamento, così come il modo in cui i nostri film sono visti, e quindi credo sia importante affermare un protagonismo totale degli autori, che sono il cuore di questo comparto che genera molto lavoro, a volte molti guadagni. È sempre il lavoro di chi inventa, scrive e gira le storie. Ritengo sia importante unirsi, confrontarsi, anche nelle soggettività diverse e fare fronte comune per affermare questa centralità umanista».
Unità di intenti fondamentale per affrontare le tante questioni in ballo cui abbiamo accennato, dalla parità di genere alla gestione dell’intelligenza artificiale fino alla contrattazione collettiva, temi condivisi dalle due associazioni. Come si declina, quindi, questo lavoro collettivo? «Con uno scambio di incontri, di documenti, di pensieri – dice Lucini – e, soprattutto, con degli obiettivi comuni, cosa non scontata ma importante e parte del nostro percorso insieme».
«Tutti questi punti sono molto importanti, ma ce ne è uno che li raccoglie un po’ tutti: la contrattazione collettiva – afferma Comencini – Proprio perché questo è un lavoro, ed è il cuore di una filiera, è importante che vengano faticosamente riconosciuti i diritti e i doveri che ogni mestiere ha in Italia e che, incredibilmente, il nostro non ha. Ciascuna delle nostre associazioni si sta rivolgendo ai propri associati e associate per capire quali sono le condizioni di lavoro in un momento di grande sregolatezza. Penso che stabilire delle regole del gioco condivise sia diventato necessario».
Comencini sottolinea l’importanza del “confronto che le associazioni hanno avuto con gli associati e in particolare con i più giovani, abbiamo fatto dei sondaggi, durati mesi, a cui hanno risposto in centinaia – per rendersi conto di qual è lo stato dell’arte”.
Questo si lega anche alla dimensione culturale: sembra ci sia ancora ritrosia nel considerare quello del cinema, dell’audiovisivo (e, in generale, quello artistico) un “lavoro vero”, come si suol dire. A questo proposito, abbiamo chiesto a Francesca Comencini da dove potrebbe partire la spinta al cambiamento.
«Credo che dal punto di vista culturale si cambi ascoltando di più chi fa questo lavoro – dice la regista e sceneggiatrice – È come se pensare di poter fare un proprio film, un progetto audiovisivo è un tale traguardo che si dimentica di quanto serva anche agli altri. È un processo di maturazione che, innanzitutto, dobbiamo fare noi per primi dando il via ad un cambiamento culturale che si fonda prima di tutto sulla consapevolezza di ciò che il nostro lavoro è. In questo senso l’unità tra le varie associazioni aiuta, ci rende più forti anche nella battaglia per il riconoscimento di diritti che ancora non ci sono».
A proposito degli Stati Generali del Cinema indipendente, abbiamo chiesto a Luca Lucini qual è la situazione attuale, visto anche il periodo storico che stiamo vivendo. «Questa è proprio una delle “battaglie” – anche se non mi piace questa parola – che dobbiamo portare avanti. Il cinema è un’industria di prototipi, quindi ha bisogno di sperimentare di trovare nuovi autori, nuovi linguaggi. Su 10 prototipi uno diventa Garrone, Sorrentino, Delpero, però se non ci fossero quei 10 tentativi falliti non si troverebbe chi è in grado di rendere il cinema redditizio per tutta la filiera. Questa è la situazione degli Stati Generali del Cinema indipendente: far sì che il cinema indipendente, inteso come cinema indipendente vero, che può permettersi di scoprire nuovi attori, nuovi sceneggiatori, registi, produttori, non muoia, perché se tutto diventa appannaggio solo di grandi gruppi o di distributori importanti, che a loro volta hanno bisogno di garanzie date dal cast, dal riprodurre un certo tipo di storie che hanno già avuto successo, a quel punto si rischia di perderne lo spirito vero».

“Lo stato dell’arte”
Proprio i sondaggi ai quali faceva riferimento Francesca Comencini hanno restituito una fotografia della situazione attuale. I sondaggi condotti da ANAC – Associazione Nazionale Autori Cinematografici, 100 Autori e Writers Guild Italia (WGI) sono stati pubblicati lo scorso giugno.
Alle indagini hanno partecipato più di 700 autori iscritti a 100 Autori, ANAC e WGI , 430 sceneggiatori, e 278 registi. Uno dei primi elementi che emergono riguarda la persistenza del gender gap. Nel sondaggio relativo agli sceneggiatori e alle sceneggiatrici si nota che la maggior parte (tra le persone che hanno voluto esplicitare la propria identità di genere), cioè il 60,8%, sono uomini (260 registi); le donne rappresentato il 36,7% del campione (157 registe) , mentre solo due persone si sono definite non-binary (lo 0,4%). Anche sul lato regia si nota una fortissima presenza maschile, il 75,2% (206 registi), contro –addirittura – il 21,9% delle registe (60 donne) e lo 0,7% di persone non binarie (anche in questo caso alcune persone hanno preferito non rispondere).
Sembra più equilibrata la distribuzione delle diverse fasce di età, almeno tra gli over 35. Tra i registi e le registe il 30,8% ha tra i 36 e i 45 anni, il 28,6% ha tra i 46 e i 55 anni, mentre il 25,6% ha oltre 55 anni. Gli under 35 rappresentano solo il 15%, vista anche la difficoltà nell’entrare nel mondo del lavoro e nel stipulare un contratto. Situazione simile sul lato sceneggiatura, dove gli under 25 rappresentano solo l’1,6%.
Guardando alle diverse professioni, notiamo che – sebbene l’esperienza professionale dei e delle partecipanti sia diversificata – più della metà ha firmato il suo primo contratto oltre 10 anni fa. Il 6%, invece, non ha ancora firmato il suo primo contratto: questo, spiegano le associazioni, rende quanto mai necessaria l’introduzione del contratto nazionale, per impedire forme di sfruttamento, soprattutto dei lavoratori e delle lavoratrici più giovani.

Altro tasto dolente è quello dei compensi. Tra le registe e i registi nel cinema il 19% ha ricevuto un compenso inferiore ai 10mila euro per opere prime, mentre per sceneggiatrici e sceneggiatori , la maggior parte dei compensi relativi a un soggetto per un lungometraggio si aggira tra i 1001 e i tremila euro.
Non va meglio sul fronte dei contributi. Per molte lavoratrici e lavoratori del settore audiovisivo è ancora complicato conseguire l’annualità contribuita che consente di maturare il diritto alla pensione di vecchiaia. A livello generale, negli ultimi cinque anni il 55,2% non ha mai raggiunto le giornate di contribuzione necessarie (90 per anno).
Secondo l’Osservatorio dell’Inps sui lavoratori dello spettacolo e dello sport, nel 2023 sceneggiatori e registi hanno lavorato in media 104 giorni, gli attori 21. Dai dati dell’Istituto emergono, ancora una volta, differenze di retribuzione dovute all’età e al genere: il compenso aumenta con l’aumentare dell’età anagrafica ed è più elevato per gli uomini (12.938 euro contro i 9.802 euro per le donne).
È questo un resoconto non esaustivo dei lavoratori e lavoratrici del settore audiovisivo italiano che, però, restituisce un quadro allarmante al centro del quale rimane la mancanza di un welfare adeguato.
di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/NUNGKYSOERYA
Riflessione importante su problematiche di cui si parla troppo poco.👍🏻