Tra il disinteresse occidentale la guerra in Kurdistan continua, in un Paese che da oltre 100 anni vive una divisione che non tiene conto delle richieste del suo popolo

“Avuta la grazia, gabbato lo santo” recita il vecchio adagio e l’Occidente ha avuto lo stesso riguardo per il Kurdistan: illuso di aver sconfitto l’Isis, l’Occidente e, soprattutto, l’Europa ha deciso di “gabbare” la questione curda finendo per farla sparire dal dibattito pubblico, così da anni tra le pagine dei giornali il Kurdistan non trova più spazio. Il Kurdistan è la regione geografica abitata in prevalenza dalla popolazione curda, che si trova tra Iraq, Iran, Turchia e Siria che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta allo Stato Islamico per poi essere dimenticato, ma oltre a lottare contro i fanatismi religiosi dell’Isis da decenni porta avanti una battaglia di autodeterminazione inascoltata. 

Murales della bandiera del Kurdistan in una casa palestinese a Khan Yunis, 19 Aprile 2024. ANSA/Abed Rahim Khatib

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Di cosa parliamo quando parliamo di Kurdistan

Geograficamente parlando il Kurdistan è un altopiano situato nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia che si estende per 450mila chilometri quadrati, particolarmente ricco di petrolio, risorse idriche e materie prime, suddiviso in quattro regioni geo-politiche: Kurdistan turco, Kurdistan iracheno, Kurdistan siriano e Kurdistan iraniano. Gli storici sono concordi sull’appartenenza dei curdi a un popolo a sé rispetto a quelli arabo, turco e persiano presenti nella zona e la questione territoriale curda risale almeno alla fine dell’Impero ottomano, a seguito della Prima Guerra Mondiale. Con il Trattato di Sèvres del 1920 l’Impero viene privato di tutti i territori arabi, della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli e delle città di Adrianopoli e Smirne, venendo ridotto a uno Stato nazionale turco in Anatolia. Il Trattato del 1920 prevede la nascita dello Stato del Kurdistan, ma a seguito della Guerra di indipendenza turca il comandante Mustafa Kemal Atatürk spinse per un nuovo tavolo di negoziazione con le Potenze dell’Intesa arrivando alla ratifica di un nuovo accordo, il Trattato di Losanna del 1923 che cancella ogni possibilità di autodeterminazione delle minoranze curde e armene, da un lato tacendo a proposito delle aspirazioni nazionalistiche e dall’altro imponendo la divisione dell’altopiano tra i quattro Stati. 

Dal 1923 al 1990 la politica turca intorno ai curdi si è basata su tre cardini: assimilazione, repressione e contenimento, con l’obiettivo di “risolvere” la questione curda negando la stessa esistenza dei curdi in quanto gruppo etnico (si è arrivati a vietare l’utilizzo di nomi, usanze, pratiche religiose e a deportazioni forzate dei curdi). Un punto cruciale della storia curda è il 1978, anno della fondazione del PKK il Partito dei lavoratori del Kurdistan che ha come scopo la creazione di una repubblica indipendente curda, in breve la lotte assume la dimensione armata e gli scontri con il governo turco che non intende cedere di un millimetro sulla questione portano la Turchia a considerare il partito come gruppo terroristico (come anche gli Stati Uniti e, più tardi, l’Unione Europea). 

La sanguinosissima lotta per l’indipendenza curda (che ha portato a oltre 35mila morti) è proseguita con lo scopo di Ankara di reprimere la minoranza interna (ed esterna, adducendo la minaccia di pericoli per la propria stabilità anche nei confronti della minoranza curda degli altri Stati) e ha negli anni ‘90 diversi momenti cruciali. Il primo, che inquieta la Turchia, è  la protezione ai curdi iracheni offerta dagli Stati Uniti nel 1991; il secondo è il conferimento formale dello status di candidato all’Unione europea della Turchia del 1999 e, nello stesso anno, avviene il terzo evento cruciale, la cattura della figura di spicco del PKK, Abdullah Öcalan, catturato dai turchi con la complicità della CIA mentre si trovava in Kenya e condannato all’ergastolo (che sta ancora scontando nella prigione-isola di Imrali). 

Manifestazione a sostegno di Öcalan. Beirut, Libano, 12 febbraio 2024. ANSA/EPA/WAEL HAMZEH

Il primo tassello di Ankara per entrare in UE comporta l’introduzione di riforme, soprattutto in merito alla questione curda, e sullo scenario politico turco si affaccia un nuovo attore, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) che, con l’obiettivo di ampliare il consenso elettorale, si dice interessato alla promozione dello sviluppo delle città curde. Nel 2002 il fondatore del partito conservatore AKP, Recep Tayyip Erdoğan, sostiene di voler concedere maggiori diritti al popolo curdo e di creare un ambiente inclusivo delle minoranze, conditio sine qua non della pace è il disarmo del PKK; nel 2013 Öcalan annuncia unilateralmente il cessate il fuoco e le richieste della parte curda sono molto specifiche: modificare la Costituzione sulla base della multiculturalità della Turchia, portare avanti il decentramento amministrativo, rimuovere le proibizioni culturali e linguistiche. A richieste chiare non fanno seguito, però, risposte chiare dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo e da Erdoğan

A questo quadro di ambiguità si va a sommare la guerra civile in Siria, vista dalla Turchia come una minaccia per almeno due fattori: il ruolo del ramo siriano del PKK – il Partito dell’Unione Democratica (PYD) – che da subito si è mosso per combattere l’Isis godendo del sostegno militare e diplomatico degli Stati Uniti (in seguito anche il PKK si è unito alla lotta allo Stato Islamico); la realizzazione, da parte per PYD, di pratiche di autogoverno che divengono un modello anche per i curdi della Turchia. 

Si arriva così al 2015 quando Erdoğan annuncia che non esiste una questione curda, ponendo fine a ogni spiraglio di pacificazione. A seguito del ritiro delle truppe statunitensi in Siria ordinato da Donald Trump la Turchia ha scatenato una vera e propria guerra contro il confederalismo, bombardando i villaggi e le postazioni dei e delle combattenti del Kurdistan. La guerra da allora va avanti praticamente senza sosta, sotto gli occhi ormai disinteressati dell’Unione europea; ancora il 15 giugno 2024 ha avuto avvio una nuova offensiva di Ankara nel Kurdistan iracheno, che ha mobilitato centinaia di blindati, carri armati e soldati, con l’installazione di basi militari, posti di blocco, controlli sulla popolazione curda, inoltre gli abitanti di molti villaggi sono stati costretti ad abbandonare le loro case. 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla 79a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il 24 settembre 2024. ANSA/Li Rui/Xinhua/ABACAPRESS.COM

L’esperimento del Rojava, come anticipato, ha creato un precedente preoccupante per la Turchia, che teme il diffondersi dell’ideologia del confederalismo democratico e il legame tra PKK e PYD, oltre che un nuovo sentimento nazionalista curdo legato anche alle gesta eroiche delle battaglie di Kobane e alla buona riuscita del governo autonomo della regione del Rojava. 

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La parola al testimone

Abbiamo chiesto a Yilmaz Orkan, responsabile dell’Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia, di parlarci del Kurdistan.

Qual è la situazione attuale nel Kurdistan iracheno?
«Al momento nel Kurdistan iracheno è in corso una guerra di invasione da parte dell’esercito turco, che è penetrato di circa 40km in territorio iracheno ed ha stabilito centinaia di basi militari nelle aree occupate. L’operazione è stata preparata attraverso una serie di visite diplomatiche tra Baghdad ed Erbil, tra cui una effettuata da Recep Tayyip Erdoğan in persona. Lo scopo di queste visite era assicurare alle truppe turche la collaborazione del Partito Democratico del Kurdistan, che controlla la Regione del Kurdistan in Iraq, e del Governo centrale Iracheno, in cambio di accordi sull’approvvigionamento idrico, per cui l’Iraq dipende dalla Turchia, e di nuovi accordi economici come il Development Road Project e l’apertura di una porta di confine ad Ovakoy. Nonostante il governo turco continui ad affermare che l’unico scopo delle operazioni è la distruzione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, la costruzione di basi sempre più in profondità nel territorio iracheno e l’occupazione sistematica dei villaggi sono evidenti segnali della volontà turca di insediarsi stabilmente nell’area. Dopotutto il governo turco si è più volte riferito al Nord di Iraq e Siria come territori sottratti ingiustamente alla Turchia secondo il Misak-ı Milli, un gruppo di risoluzioni adottate dal Parlamento ottomano 104 anni fa che rivendicava l’intero Kurdistan, compreso il Nord Iraq e la Siria del Nord, come parte dei confini ideali dello Stato turco. L’impatto delle operazioni turche sulla popolazione locale è devastante, le ONG locali e internazionali riferiscono di decine di migliaia di ettari di terreno bruciati, centinaia di villaggi già sfollati o occupati e migliaia a rischio».

Lo stato islamico rappresenta ancora una minaccia?
«L’ISIS è un’enorme minaccia e si rafforza di giorno in giorno in Iraq e in Siria. L’unica ragione per cui non è ancora riuscito ad organizzare vaste operazioni e riprendere il controllo di porzioni di territorio, specialmente in Siria, è dovuto agli sforzi delle YPG/YPJ e alle Forze Siriane Democratiche. ISIS ha dato prova della sua capacità operativa nell’attacco alla prigione di Sina’a di Heseke nel 2022, in cui circa 5.000 miliziani, inclusi foreign fighters, hanno messo a ferro e fuoco la città nel tentativo di liberare i propri membri di alto livello detenuti nella prigione. In quell’occasione le SDF hanno evitato una vera e propria catastrofe in un’operazione di contenimento costata la vita a 121 combattenti curdi e arabi. Oltre a questo particolare evento, le attività dei miliziani islamisti sono un problema quotidiano nei territori dell’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est: solo ad agosto 2024 le cellule di ISIS hanno compiuto 21 attacchi contro obiettivi civili e militari. Questa capacità operativa è dovuta al supporto da parte della Turchia. Dopo la sconfitta geografica del califfato nel 2019 i suoi sopravvissuti, specialmente i vertici, si sono spostati nelle aree del Rojava occupate dalla Turchia come Afrin, da cui hanno continuato ad operare e riorganizzarsi potendo contare sul supporto militare, politico ed economico dello stato turco, nonché la protezione dell’esercito turco».

Nel campo profughi di Makhmour pochi giorni fa l’attacco di un drone turco ha provocato un morto e due feriti. Qual è la situazione nella provincia di Ninive?
«Purtroppo Makhmour è un chiaro esempio dell’inazione della comunità internazionale e dell’impunità della Turchia nei crimini commessi contro il popolo curdo. A Makhmour un popolo in fuga dai massacri compiuti dalla Turchia negli anni ‘90 è riuscito nonostante le avversità a costruire una casa riconosciuta dall’UNHCR, ad oltre vent’anni di distanza la Turchia ancora bombarda quei sopravvissuti. Il campo è strangolato da un embargo imposto dal Partito Democratico del Kurdistan e dal governo centrale che non permettono neanche agli abitanti di uscire per lavorare, il campo viene costantemente bombardato da droni turchi, questa volta è avvenuto proprio di fronte agli occhi dei funzionari UNHCR e iracheni che si trovavano lì per censire la popolazione, eppure nessuno muove un dito di fronte ad una palese crimine di guerra. Una situazione simile sempre a Ninive è quella di Şengal, in cui un popolo che ha subito un genocidio appena 10 anni fa continua ad essere attaccato dalle stesse forze che ne hanno permesso il massacro: La Turchia e il Partito Democratico del Kurdistan, la cui fuga il 3 Agosto 2014 ha lasciato gli Ezidi di Şengal indifesi di fronte all’ISIS. La Turchia in questi anni ha sistematicamente assassinato le personalità ezide civili e militari che hanno permesso il salvataggio di centinaia di migliaia di persone, bombardato infrastrutture vitali, come l’unico ospedale della regione nel 2021, il tutto senza conseguenze».

L’attenzione dell’Occidente verso il Kurdistan e i curdi si era alzata soprattutto per l’esperienza delle donne del Rojava, adesso sembra essersi affievolita notevolmente, è così?
«L’attenzione dell’opinione pubblica si è senza dubbio affievolita, nonostante in questi 12 anni di rivoluzione nel Rojava l’esperienza delle donne curde si sia sviluppata ben oltre il campo militare, che ha reso le donne delle YPJ famose nel mondo ai tempi della resistenza di Kobane. Oggi la rivoluzione delle donne del Rojava è visibile in ogni ambito. Il sistema della co-presidenza è una regola fondamentale di ogni istituzione, la Fondazione delle Donne Libere, l’organizzazione ombrello politica delle donne Kongra Star, le cooperative delle donne e tante altre organizzazioni a guida, se non esclusivamente femminili, sono una realtà viva e in continua crescita».

Combattenti della Women’s Protection Units (YPJ) e Rojava Defence Units. Sinjar, Iraq,11 aprile 2018 ANSA/EPA/MURTAJA LATEEF

Sono passati più di 100 anni dal Trattato di Losanna, cosa chiedono alle istituzioni internazionali le persone curde?
«L’anno scorso, nel centenario della firma del trattato, il Congresso Nazionale del Kurdistan ha tenuto una conferenza proprio a Losanna per discutere e definire le posizione dei curdi a 100 anni dalla divisione. Il livello di consapevolezza politica del popolo curdo non è più quello del 1923, specialmente gli ultimi 50 anni di lotta senza tregua hanno portato al rifiuto della divisione operata a quel tempo. Tuttavia grazie soprattutto all’elaborazione politica di Abdullah Öcalan il popolo curdo è arrivato alla conclusione che la semplice fondazione di uno stato-nazione sul modello occidentale non porterebbe alla soluzione della questione curda, né ad una stabilizzazione della regione. Per questa ragione la richiesta conclusiva della conferenza di Losanna è un’autonomia democratica per tutte e quattro le parti del Kurdistan, che includa il riconoscimento dei diritti politici, civili, culturali e linguistici di un popolo da troppo tempo negato».

Quali sono le condizioni di Abdullah Öcalan?
«Al momento non si hanno notizie delle condizioni di salute di Öcalan e degli altri tre prigionieri di Imrali: Hamili Yıldırım, Ömer Hayri Konar e Veysi Aktaş, da 42 mesi. Attorno ad Imrali è stato costruito un sistema di isolamento mai visto fino ad ora, al punto che è stato coniato un termine apposito per definirlo: Incommunicado. Questo sistema di tortura bianca cui ad Öcalan è impedito qualsiasi contatto con l’esterno, inclusi i suoi avvocati e la sua famiglia, perfino via telefono o lettere, viola qualsiasi convenzione sui diritti umani, viola le Mandela Rules e viola lo stesso diritto penale turco. Il Comitato per la Prevenzione della Tortura e dei Trattamenti Inumani e Degradanti del Consiglio d’Europa, di cui la Turchia fa parte, ha visitato Imrali nel 2022 ma, nonostante ne avesse facoltà, ha deciso di non rilasciare il rapporto di quella visita. Dopo due anni di pressioni da parte del popolo curdo e di giuristi, avvocati e solidali da tutto il mondo, il CPT si è limitato a dichiarare di “aver incontrato tutti i prigionieri di Imrali”, senza alcun dettaglio sulle loro condizioni di salute e di detenzione. Ad ormai 26 anni dal rapimento di Öcalan, il silenzio internazionale, specialmente delle istituzioni europee, su quello che è a tutti gli effetti un ostaggio politico trattenuto da un regime autoritario, è inaccettabile».

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La questione curda, dunque, risulta essere un irrisolto che però non suscita più interesse in Occidente, come se l’attenzione mediatica e diplomatica possa concentrarsi su altri conflitti e che esistano lotte di autodeterminazione di “serie B”. O forse è più comodo dimenticare volutamente la storia di repressioni, discriminazioni, crimini contro l’umanità, genocidio di cui un popolo è vittima per mano di uno Stato membro dell’Unione europea.

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: ANSA/GIUSEPPE LAMI