EPA/YAHYA ARHAB

Manifestante condannato a morte: avrebbe preso parte alle proteste “seminando il terrore tra i cittadini”

Dopo la terribile sentenza di morte ai danni di un 18enne comunicata ieri, Mizan Online, l’agenzia della magistratura iraniana, ha reso noto che la condanna a morte di Mohammad Boroghani è stata confermata dalla Corte Suprema.

L’uomo è stato arrestato durante le proteste che da mesi sconvolgono il Paese, iniziate dopo la morte di Mahsa Amini. Il manifestante, riferisce l’agenza, è stato accusato di aver “ferito una guardia giurata con un coltello con l’intenzione di ucciderlo“, di aver “seminato il terrore tra i cittadini” e “bruciato la sede del governatorato della città di Pakdasht“. La conferma della Corte Suprema sarebbe stata pronunciata lo scorso 6 dicembre.

La stessa Corte oggi non ha accolto l’appello di Mohammad Mehdi Karmi e di quello di Mehdi Hosseini e ha confermato la loro condanna a morte. Lo ha annunciato in un tweet Amir Hashemi, direttore delle pubbliche relazioni della Corte suprema, scrive Bbc persian. Al contrario ha annullato il verdetto del Tribunale Rivoluzionario di Karaj sulla condanna a morte di altri due imputati insieme al medico radiologo Hamid Ghareh Hassanlou, processati per l’uccisione del membro delle forze paramilitari Basij Ruhollah Ajamian il 3 novembre scorso nei pressi di Karaj in Iran.

L’avvocato di Hosseini, uno dei cinque manifestanti arrestati con l’accusa di “corruzione in terra” per aver avuto un ruolo effettivo nell’omicidio di un paramilitare ed in attesa di essere giustiziato, Ali Sharifzadeh Ardakani, ha raccontato di aver incontrato il suo assistito in carcere. Hosseini sarebbe stato vittima di tortura come “percosse agli occhi, mani e piedi legati, calci alla testa e perdita di coscienza”. Il manifestante è stato anche “colpito con una spranga di ferro sulla pianta dei piedi e in diverse parti del corpo”, ha aggiunto l’avvocato, sottolineando che la sua è stata “una confessione estorta sotto tortura che non ha basi legali”.

L’Italia, nella persona del ministro Antonio Tajani, si oppone alle esecuzioni. «Abbiamo chiesto all’Iran di interrompere le esecuzioni e aprire un dialogo con i manifestanti perché quello che stava accadendo per noi era inaccettabile. La pena di morte è una linea rossa che noi non possiamo tollerare, possiamo però per esempio dialogare sul nucleare», ha detto.

Intanto le proteste proseguono: i manifestanti bruciano la foto e la statua del generale Qassem Soleimani, capo della squadra d’elite per le operazioni più segrete e soprattutto uomo chiave del regime degli ayatollah, ucciso da un missile sulla sua auto in un raid aereo Usa a Baghdad nel 2020.

Soleimani, considerato responsabile degli attacchi contro gli Stati Uniti organizzati in tutto il Medio Oriente, è diventato un simbolo da attaccare nelle proteste anti-regime.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA/EPA/YAHYA ARHAB