Le proteste contro il sistema delle quote per gli impieghi pubblici si sono allargate fino a diventare dimostrazioni antigovernative. Un nuovo capitolo di una storia, quella del Paese, molto complessa
L’articolo è stato scritto prima delle dimissioni della premier Sheik Hasina
Il Bangladesh continua a bruciare. Nelle ultime settimane in tutto il Paese si sono diffuse proteste contro il ripristino della norma sull’assegnazione delle quote degli impieghi pubblici, considerate discriminatorie, che si sono, poi, allargate fino a diventare vere e proprie dimostrazioni antigovernative contro l’esecutivo della prima ministra Sheikh Hasina. Le manifestazioni sono state duramente represse dalle autorità, con la polizia che ha sparato sulla folla: al momento in cui scriviamo sono quasi 300 le vittime tra gli studenti, centinaia i feriti, ma il bilancio non è ancora quello definitivo. Dopo giorni di mobilitazioni, il 21 luglio la Corte Suprema del Bangladesh ha rivisto il sistema delle quote.
Prima, però, l’esecutivo aveva imposto la chiusura delle scuole e delle università, il coprifuoco a livello nazionale, il blocco di Internet e dei servizi telefonici. Nel frattempo diversi esponenti dell’opposizione e alcuni attivisti per i diritti umani sono stati arrestati: si stima che gli arresti effettuati siano oltre 2500.
Le manifestazioni sono cominciate all’inizio di luglio all’interno dei campus universitari per poi ampliarsi e diffondersi in altre fasce della popolazione. Ad accendere la miccia il sistema di assegnazione delle quote per gli impieghi nel settore pubblico, molto richiesti perché stabili e ben remunerati. In base a una legge il 30% di questi posti di lavoro è riservato ai familiari dei reduci nella guerra con cui, nel 1971, l’allora Pakistan Orientale conquistò l’indipendenza dal Pakistan, diventando il Bangladesh. La legge è stata introdotta nel 1972 da Sheikh Mujibur Rahman, primo presidente del Bangladesh, padre del Paese, oltre che dell’attuale prima ministra. Le quote erano state rimosse nel 2018 dal governo Hasina, dopo forti proteste, ma sono state reintrodotte nel giugno 2024 dopo che l’Alta Corte del Bangladesh ha accolto i ricorsi dei familiari dei veterani. Secondo i manifestanti, questo sistema avrebbe favorito persone vicine all’Awami League, partito della prima ministra Hasina. In seguito la Corte suprema ha sospeso la decisione dell’Alta Corte, fino alla pronuncia del 21 luglio. In base a questa modifica, il 93% degli impieghi statali verrà assegnato sulla base del merito (in precedenza era il 44%), mentre i posti riservati ai familiari dei veterani è sceso dal 30% al 5%; il 2%, invece, sarà riservato alle persone appartenenti a minoranze etniche, alle persone transgender e a quelle con disabilità. Una decisione che, però, non ha placato le proteste, diffuse nelle strade, dalla Capitale Dacca (Dhaka), a Chittagong (Chattogram) a Rangpur e in altri distretti. In diverse città del mondo si sono diffuse manifestazioni di solidarietà agli studenti e le studentesse, anche in quelle italiane, da Trieste a Brescia a Venezia fino a Parma, Modena e Forlì

La repressione delle proteste
Le contestazioni sono iniziate pacificamente ma sono esplose quando, secondo quanto riportato da Amnesty International, gli studenti sono stati attaccati con bastoni e mazze da alcuni esponenti della Bangladesh Chhatra League, l’organizzazione giovanile dell’Awami League. La stessa Amnesty, tramite il suo Crisis Evidence Lab, ha verificato non solo l’uso sproporzionato della forza ma anche l’impiego di armi letali da parte della polizia.
Tre coordinatori del movimento degli studenti contro le discriminazioni sono stati ritrovati cinque giorni dopo essere scomparsi. Come riporta Bangla Outlook, Asif Mahmud e Bakr Majumdar, studenti dell’Università di Dacca (Dhaka University), sono stati ritrovati bendati nei pressi di una strada della Capitale, mentre non si hanno dettagli sulla vicenda di Rifat Rashid, anch’egli studente dell’Università di Dacca: è stato confermato solamente il suo ritrovamento. I tre giovani sono stati ritrovati dopo Nahid Islam, tra gli organizzatori del movimento, che come riporta la BBC, ha raccontato di essere stato prelevato, portato in un’abitazione dove sarebbe stato interrogato e sottoposto a torture da due persone che si sono identificate come detective. Islam ha raccontato, poi, di essere svenuto e di aver ripreso conoscenza solo due giorni dopo, per poi tornare a casa e cercare aiuto in ospedale. Il 27 luglio Nahid Islam, Asif Mahmud e Bakr Majumdar sono stati presi in custodia da agenti in borghese mentre si trovavano all’ospedale di Dacca. Ad oggi il governo non ha confermato il loro arresto ma ha sostenuto che si trattasse di una misura per tutelare la loro incolumità. Il ministro dell’Interno Asaduzzaman Khan ha affermato che i tre sarebbero stati sottoposti a interrogatorio prima di un’eventuale incriminazione; interrogatorio che, stando a quanto dichiarato da Khan alla stampa, sarebbe servito a capire come proteggere i tre studenti da minacce che loro stessi avrebbero riferito di aver ricevuto. Gli e le attiviste del movimento, però, contestano questa versione. È intervenuta anche l’incaricata speciale dell’ONU per i diritti umani Mary Lowlor, che su X (Twitter) ha scritto di essere “profondamente disturbata dai report” che arrivano dal Bangladesh e che “questa follia deve finire”.
Tra le prime vittime Abu Sayed, studente dell’Università di Rangpur. Mentre gli agenti lanciavano lacrimogeni e proiettili di gomma, Sayed è rimasto ad affrontarli con un bastone in mano, fino a quando un colpo sparato da un poliziotto non lo ha raggiunto.
Non solo quote
In poco tempo le proteste si sono trasformate nella richiesta un cambiamento sistemico. Nonostante il Bangladesh abbia vissuto una fase di crescita economica, la situazione è peggiorata, anche a causa dei contraccolpi della pandemia e dell’inflazione. A preoccupare la disoccupazione elevatissima, soprattutto quella giovanile.
In tutto questo rimane al centro la figura della discussa prima ministra Sheikh Hasina, eletta per la prima volta a capo del governo nel 1996 (e rimasta in carica fino al 2001) e poi nel 2009, nel 2014, nel 2018 e, infine, nel 2024. Hasina si è schierata contro le dittature militari e ha sostenuto politiche a favore delle donne e della popolazione più povera, ma da tempo, secondo le opposizioni e alcune organizzazioni internazionali, si starebbe trasformando in una “minaccia per la democrazia”. Il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP), all’opposizione, ha boicottato le ultime elezioni dello scorso gennaio, definendole una “farsa”. I suoi sostenitori, invece, sottolineano come sotto la sua guida il Bangladesh sia cresciuto a livello economico, come le donne abbiano avuto maggiore accesso all’istruzione e come siano stati favorite la costruzione delle infrastrutture e il potenziamento della rete elettrica anche nei villaggi, oltre al fatto che l’industria dell’abbigliamento del Paese è diventata una delle più competitive al mondo.

In generale quella del Bangladesh è una storia molto complessa e poco indagata, segnata da forti polarizzazioni a livello politico, come ci ha spiegato Marzia Casolari, Professoressa Associata di Storia e Istituzioni dell’Asia all’Università di Torino.
-Professoressa Casolari, la miccia che ha fatto scatenare le manifestazioni in Bangladesh è stato il sistema di assegnazione di impieghi pubblici basato sulle quote – poi rivisto dalla Corte Suprema – ma si sono allargate fino a diventare proteste antigovernative. Qual è la situazione ora? Cosa chiedono i manifestanti?
«Com’è la situazione in questo momento non so. Fino all’altro ieri c’era ancora lo stato di emergenza con repressione anche violente delle proteste. Intanto bisogna chiedersi chi sono esattamente i manifestanti. Sono prevalentemente giovani e protestano per la disoccupazione, un problema storico in Bangladesh. Le proteste riguardano in primis la sentenza della Corte Suprema perché destina una quota prevalente di posti pubblici ai veterani della guerra civile del 1971, molto sanguinosa: chi ha combattuto contro quello che era allora il Pakistan Occidentale viene considerato un eroe, i padri fondatori della Nazione. Chiaramente chi ha combattuto allora non è più nel mercato del lavoro ma i figli e i discendenti sì, quindi continuano a usufruire di questi benefici. Questa resta la principale causa delle proteste, poi c’è anche la disoccupazione, l’incapacità del governo di dare lavoro ai giovani. Più che chiedersi per cosa protestano i giovani, forse bisognerebbe chiedersi quali sono le cause di queste proteste. E secondo me le cause vanno rilevate nella situazione economica critica del Paese. Perché, soprattutto prima del Covid, le aspettative di crescita erano molto alte, superavano il 6%, Le aspettative erano simili anche per il 2023 e per quest’anno, invece lo scorso anno la crescita economica si è attestata solo al 3%, quindi ha avuto un rallentamento non da poco. In più di recente il Paese ha dovuto fare ricorso al prestito del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per una crisi valutaria, dovuta a una serie di fattori, quindi fatto non ha completamente superato e concluso quella fase di transizione da Paese povero a Paese in via di industrializzazione. L’altro aspetto critico è che le esportazioni del Bangladesh sono rappresentate per l’80% circa dal settore dell’abbigliamento, non dal tessile bensì dall’assemblamento degli abiti, che vengono mandati tagliati dalle grandi ditte di abbigliamento – da Benetton ad H&M ad altri grandi marchi fino a quelli meno commerciali – in Bangladesh, dove vengono, poi, assemblati, e rispediti sui mercati di vendita occidentali. Questa poca diversificazione dell’economia bangladeshi provoca una certa stagnazione. La crisi economica, il rallentamento della crescita, la dipendenza delle esportazioni prevalentemente da un settore (non l’unico) impoveriscono il Paese e chi ne risente di più sono le classi medie e medio-basse, soprattutto i giovani. Un altro grande problema del Bangladesh è la crisi ambientale: è sovrappopolato, l’ambiente viene sfruttato in maniera intensiva soprattutto per l’allevamento di pesce e di gamberetti, che distrugge la foresta di mangrovie, l’inquinamento è altissimo. È uno di quei Paesi in cui la crisi ambientale ha delle pesanti ripercussioni sulla situazione economica».
-Al centro rimane la prima ministra Sheikh Hasina. Negli anni come sono cambiate le sue politiche? E come è la cambiata la percezione della sua figura tra la popolazione e all’estero?
«Hasina ha sostanzialmente buoni rapporti con tutti; il Bangladesh non si è mai inimicato nessuno dalla sua nascita nel ’71 a parte il Pakistan. È un Paese fortemente legato all’India, nonostante Sheikh Hasina sia musulmana di nascita: in realtà suo padre era un laico, la Lega Awami è un partito nazionalista ed è fondamentalmente laico. Certo, lei viene da una famiglia musulmana ma non ha mai insistito sugli aspetti religiosi, quindi va molto d’accordo anche con Modi [Narendra Modi, primo ministro dell’India, NdR] non perché ci sia un’affinità elettiva tra i due ma perché l’India per il Bangladesh è un Paese di riferimento, che ha sostenuto la lotta per l’indipendenza e che continua ad essere un po’ il “grande fratello”. Adesso molti media soprattutto occidentali al descrivono come “una autocrate” ma definire Hasina una autocrate è un po’ difficile. Certo, quando è stato necessario il governo del Bangladesh ha usato anche la mano pesante, per esempio nel 2016, ma in quell’anno stava montando il fondamentalismo musulmano che rappresentava una vera e propria minaccia. Ricordo, per esempio, l’attentato a Dacca il primo luglio del 2016 in cui morirono, oltre bangladeshi, soprattutto italiani e giapponesi, la maggior parte dei quali lavorava nel settore della moda: la gran parte degli occidentali che ha rapporti con il Bangladesh lavora in quel settore. Quell’anno è stato particolarmente nefasto perché al di là di questo attentato clamoroso ci furono una serie di attacchi alle moschee, a persone, a blogger, è stato un annus terribilis da questo punto di vista. Lì è stata usata la mano pesante: il reparto speciale dell’esercito, il blocco di Internet, il controllo dei media e dei social media, dei telefoni. Bisogna anche dire che l’emergenza rappresentata dal fondamentalismo politico era evidente ed era reale, ed è anche vero che, in qualche modo, è stata scongiurata, almeno per ora. Come viene percepita all’estero Hasina? Del Bangladesh non importa niente a nessuno. Il governo del Bangladesh non è né quello dell’Iran né quello di certe autarchie arabe, quindi è difficile descrivere Hasina come una sorta di dittatrice. Certo, è stata eletta quattro volte di seguito, però è anche vero che forse in Bangladesh non esiste una grande classe politica matura. Il Bangladesh è risalito da relativamente pochi anni nella scala dei Paesi più poveri del mondo, l’istruzione è ancora molto bassa, c’è una fortissima emigrazione; per fare il politico oltre che essere abile, bisogna provenire da un certo tipo di classe, è molto raro che un politico venga dal basso in questi Paesi. Anche Modi dice di essere un self-made man ma non lo è: è di origini umile ma è entrato in politica giovanissimo ed è stato allevato dal partito. Sheikh Hasina viene “dalla famiglia”, quella del fondatore del Paese. Quello che accade oggi in Bangladesh riguarda l’assenza di una classe politica giovane e affidabile, con la capacità di governare».
La professoressa Casolari ha approfondito la storia di Hasina, in particolare l’assassinio del padre Mujibur Rahman e dei suoi familiari,avvenuto il 15 agosto 1975 a operadi gruppi di ufficiali dell’esercito contestualmente al colpo di Stato. In quel periodo Hasina e la sorella Sheikh Rehana si trovavano nella Germania Ovest.
«Nessuno parla mai della sua storia ma è molto tragica.Si è salvata da un massacro familiare portato avanti dall’opposizione di allora. Sono stati uccisi Mujibur Rahman, la moglie, i figli, le nuore all’interno del palazzo presidenziale, ma anche fratelli e cognati che vivevano in altre zone della città di Dacca. È stato un massacro organizzato e pianificato. Hasina e sua sorella si sono salvate unicamente perché erano in vacanza in Germania. Lei viene da questo passato, porta su di sé e nella sua biografia l’eredità di suo padre che è stato il padre del Bangladesh, e il segno di questa tragedia familiare che si è verificata proprio perché si trattava della famiglia dei fondatori del Paese. Quindi una parte della popolazione è molto empatica nei suoi confronti e ha una visione idealizzata di Hasina, viene considerata un’icona. Una parte della popolazione, invece, la considera quasi un’autocrate».
-Secondo Lei per favorire l’ascesa di una classe politica più giovane cosa dovrebbe cambiare?
«Questo io non lo dico, non ho l’abitudine di insegnare agli Afro-asiatici quello che devono fare, devono saperlo loro. Bisogna uscire da questa logica per cui siamo noi occidentali a dire loro cosa devono fare, devono trovarlo da sé. Sono i giovani che protestano in piazza a dover trovare la forza e la capacità di tradurre le loro proteste in una proposta politica e pretendere dalle forze di governo di essere ascoltati. Da questo punto di vista in altre occasioni il popolo bangladeshi ha saputo far sentire la propria voce, ad esempio il famoso e tanto controverso processo politico contro i criminali di guerra che ha portato anche ad alcune sentenze capitali ed esecuzioni, due o tre [erano imputati collaborazionisti filo-pakistani, NdR]. Questo processo, iniziato nel 2010, è stato richiesto dal popolo: è stato il popolo a chiedere fosse fatta giustizia per i crimini di guerra del 1971 e in quel caso è stato ascoltato».
Nel Bangladesh di oggi l’eredità degli avvenimenti degli anni Settanta si intreccia ad altre questioni delicate, come quella dei rifugiati Rohingya, perseguitati in Myanmar e definiti dalle Nazioni Unite come una delle “minoranze più perseguitate al mondo”. Il Bangladesh, ha affermato la professoressa Casolari, “è il Paese che ha accolto più profughi Rohingya dal Myanmar ottenendo dei supporti molto relativi dalla comunità internazionale. Non è un Paese ostile o particolarmente rigido, è un Paese in cui il problema della povertà è ancora molto forte e sta alla base di tutto: la disoccupazione, anche quella giovanile, le pensioni sociali, l’adesione di alcuni giovani al radicalismo politico e/o politico-religioso“.
«Il Bangladesh è un Paese difficile da governare, ci sono contrapposizioni politiche molto forti e violente» afferma Casolari. Non si può, quindi, ridurre la complessità di una storia – o meglio, di tante storie – in un unico articolo. Quello che sappiamo, ad oggi, è che le proteste continuano.
di: Francesca LASI
FOTO: Sazzad Hossain/SOPA Images via ZUMA Press Wire