Nonostante diverse sentenze passate in giudicato, la cosiddetta pista palestinese che imputa la responsabilità della strage di Bologna ai terroristi del FPLP non è mai passata di moda

Anticipando l’articolo pubblicato sulla rivista cartacea Il Mondo nel numero di luglio-agosto 2024, dedichiamo un ulteriore e più puntuale approfondimento alla pista palestinese che per anni ha tenuto banco nel partecipatissimo dibattito sulla strage di Bologna. Questa tesi smentisce le sentenze passate in giudicato che negli anni hanno invece indicato un’altra verità, quella della matrice fascista del terribile attentato, ma trova ancora oggi spazio in alcuni circoli della destra di maggioranza, che alla tesi ufficiale non ha mai voluto credere.

Soccorritori nella stazione di Bologna distrutta dall’esplosione della bomba esplosa il 2 agosto 1980 (ANSA)

Prima di addentrarci nel merito della questione, ci ritagliamo lo spazio per alcune riflessioni. Ci sono eventi capaci di sconvolgere talmente tanto un Paese da avallare, persino nel dibattito pubblico, una certa commistione fra i poteri di norma rigidamente separati: il giudiziario e l’esecutivo si trovano a completarsi vicendevolmente quando si parla di stragi, con i primi chiamati di diritto a pronunciare una verità quantomeno processuale e i secondi responsabili di fornire tutte le fonti e tutti i documenti necessari a ricostruire tale verità. Ebbene, se questo rapporto in certe occasioni si mostra anche fruttuoso, è davvero difficile pensare che le verità perseguite dalla politica siano del tutto scevre di velleità politiche per l’appunto, così che la ricerca della verità si macchia di partigianeria, tifo oltranzista e di nuovo scontro. Poco dopo l’insediamento del Governo Meloni, sono già due le istanze giunte alla Presidenza del Consiglio per “la piena conoscenza di tutti gli atti relativi a quella stagione drammatica della storia del Paese“, che “rappresenta un dovere verso le vittime ed un’occasione per rafforzare la nostra democrazia“. Lo diceva a ragion veduta il deputato del PD Andrea De Maria, facendo seguito a una simile interrogazione parlamentare avanzata dalla maggioranza. L’errore da non commettere, però, è quello di confondere la verità con la democrazia, e la giustizia con la politica.

E in effetti ha ragione anche Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Ustica, quando dichiara che “chiediamo alla magistratura di chiudere l’inchiesta“, avvertendo che “se i magistrati non rispondono, allora dev’essere la politica a intervenire“, perché “è un problema politico” e tocca a loro “smontare le menzogne“. Come? Qualcosa in tal senso si è già mosso negli anni, con le istituzioni che a più mandate rispondono alla chiamata della società civile rendendo accessibili atti e documenti classificati nel nome della verità. Lo ha fatto nel 2008 il Governo Prodi II, in occasione del 30esimo anniversario del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, seguito nel 2014 dal Governo Renzi che ha declassificato e versato anticipatamente agli Archivi di Stato un ricco corpo di documenti relativi alle stragi avvenute dal 1969 (piazza Fontana) al 1984 (Rapido 904). Ancora nel 2021 il Governo Draghi ha ulteriormente “ampliato i criteri di individuazione della documentazione da sottoporre a desecretazione e successivo versamento” agli Archivi: si è estesa, con quest’ultimo atto, la pubblicazione di documenti relativi alla Loggia Massonica P2 e all’organizzazione Gladio. Ma questo, anche se non ne sono convinti tutti, dovrebbe esaurire il ruolo della politica, che non è chiamata a pronunciarsi in quanto parziale e faziosa per definizione, ma dovrebbe invece porre tutti gli strumenti e le conoscenze di cui dispone a servizio dei giudici che invece, loro sì, emettono sentenze.

Il lavoro dei soccorritori subito dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980 (ANSA)

È così che a dettare i ritmi delle indagini sono spesso anche le commissioni parlamentari, frutto di accordi politici che non hanno altra scelta che politicizzare il proprio operato. È successo indubbiamente con la strage di Bologna, che proprio nell’ambito di inchieste parlamentari si è biforcata in “piste alternative” rispetto al pattern, pur pieno di ombre, tracciato dai magistrati prima e dai giudici poi che qualche sentenza definitiva l’hanno emessa. A mettere benzina nella cosiddetta “pista palestinese” o “libanese” fu innanzitutto la Commissione Mitrokhin, istituita nel 2002 e in attività fino al 2006.

L’archivio Mitrokhin e la verità su Bologna

Più precisamente, furono alcuni documenti dell’archivio Mitrokhin ad aprire la breccia della pista internazionale come alternativa rispetto a quella neofascista. L’ex archivista del KGB, poi dissidente, Vasilij Nikitič Mitrochin aveva, con l’aiuto dei servizi segreti britannici, raccolto un corposissimo archivio riguardante tutte le attività illegali e le operazioni sotto copertura perpetrate dall’intelligence sovietica in Italia dal 1917 al 1984. Mitrokhin sosteneva di aver copiato personalmente i documenti, estrapolandoli dagli archivi manoscritti e segreti del KGB. All’Italia tale archivio fu consegnato dal servizio segreto britannico a più mandate, dal 1995 al 1999, nell’ambito del cosiddetto Rapporto Impedian.

Tale archivio, che si basa sul presupposto che Mitrokhin abbia tenuto traccia di tutte le attività del KGB in Italia in modo genuino e soprattutto indisturbato, divenne così oggetto di un’apposita commissione d’inchiesta, mossa da precisi moventi politici. La maggioranza di quegli anni reclamava infatti ai Governi di sinistra (Dini, Prodi, D’Amato) di aver volutamente ignorato le rivelazioni contenute nell’Archivio, insabbiando le verità in esso contenute che riguardavano alcuni degli scandali più dolorosi della storia italiana, dal sequestro Moro alla strage di Bologna.

Francesco Cossiga e Paolo Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin (PARADISI/ANSA/PAT)

Il primo a proporre l’istituzione di una commissione apposita per lo studio di questi materiali era stato per la verità il Governo di Massimo D’Alema, che però cadde prima di portare la legge all’approvazione. Così la commissione nacque nel 2001 per volontà dell’Esecutivo Berlusconi Bis, che vi pose a capo Paolo Guzzanti. La commissione si basò sulle rivelazioni contenute nell’archivio per indagare il cosiddetto Lodo Moro, a cui ricollegò la strage di Bologna perseguendo una vecchia pista (qui la relazione conclusiva sui risultati dell’inchiesta parlamentare).

Il Lodo Moro e i missili di Ortona

Fu Francesco Cossiga, presidente emerito, a battezzarlo così, “con malizia, scaricando sulle spalle del defunto statista democristiano la responsabilità (e il biasimo) di un accordo segreto“, ricorda la scrittrice Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter. Il cosiddetto Lodo Moro altro non era che un patto stipulato fra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Governo italiano; quest’ultimo si asteneva dall’ostacolare il traffico di armi e terroristi palestinesi sul suolo nazionale in cambio della promessa che nessun attentato sarebbe stato commesso ai suoi danni.

Stando all’archivio l’accordo, segretissimo e verbale, sarebbe iniziato nel 1973 prendendo il nome dell’allora ministro degli Esteri, il fondatore della Democrazia Cristiana Moro, del Governo Rumor I. Lo stesso Moro ebbe modo di parlare di tale accordo durante la sua prigionia, in una serie di lettere mandate ai suoi compagni di partito cui chiedeva di squarciare il velo sul patto in essere con i palestinesi e di replicarne i medesimi meccanismi anche per la sua liberazione: «non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione» scriveva in una missiva dell’aprile 1979 al capogruppo DC alla Camera Flaminio Piccoli. Ancora, a Erminio Pennacchini, già sottosegretario al Ministero della Giustizia, Moro chiede “un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità” sulla “nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare“.

La foto di Aldo Moro scattata dalle Brigate Rosse e diffusa il 20 aprile 1978 (ANSA)

Ebbene, secondo la ricostruzione di alcuni, poi concretizzatasi in una vera e propria pista investigativa, la responsabilità della strage di Bologna sarebbe da rinvenirsi nel venire meno, da parte dell’Italia, al Lodo Modo. Ci si riferisce in particolare a un fatto noto come “vicenda dei missili di Ortona”. Nel 1979, un anno prima della strage, sul suolo italiano erano infatti stati arrestati alcuni membri di Autonomia Operaia e Abu Anzeh Saleh, giordano militante del FPLP, mentre trasportavano due missili terra-aria di matrice sovietica nella cittadina abruzzese. Durante il processo che seguì l’arresto venne addirittura letta in aula una lettera di George Habbash, leader del FPLP, che rivendicava l’appartenenza all’organizzazione dei missili e il rilascio degli imputati come da accordi. Le sue richieste non vennero accolte dalla Corte d’Appello dell’Aquila, che condannò tutti e cinque gli imputati.

Rita Porena e l’intervista che cambia le indagini

In queste vicende ebbe un ruolo di spicco il colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone. Sulla sua figura sussistono ancora oggi moltissime ombre, che forse la sua morte nel 1985 non ci permetterà mai di illuminare pienamente. Fu proprio su spinta del colonnello, referente dei servizi segreti con la Palestina e di stanza a Beirut, che si fece largo la pista libanese. Giovannone agì forte di una “imponente opera di inquinamento delle informazioni svolta dagli uomini del servizio segreto militare”, come rileva la stessa Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980 del 2006 della Commissione parlamentare d’inchiesta sul cosiddetto “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana. Giovannone (indicativo che durante il suo sequestro Moro indicò proprio il suo nome come negoziatore scelto dai rapitori) aiutò l’OLP a “portare avanti la propria manovra propagandistica volta ad accreditare il coinvolgimento falangista nella strage di Bologna e, quindi, del terrorismo internazionale“. Per comprendere queste accuse, occorre fare un passo indietro e capire su cosa si basa, concretamente, la pista palestinese. 

Corteo lungo le vie di Bologna (GIORGIO BENVENUTI/ANSA-CD)

È passato appena un mese e mezzo dall’attentato, e sulle pagine del Corriere del Ticino la giornalista Rita Porena ne parla con Abu Ayad (alias Salah Khalaf), capo dei servizi di sicurezza di al-Fatah, organizzazione paramilitare associata all’OLP palestinese. Semplificando, il numero due di al Fatah sostiene che a far esplodere la bomba siano stati neo-fascisti italiani addestrati nei campi di combattimento della Falange libanese. I nazionalisti falangisti, nati per combattere l’occupazione francese in Libano, avevano infatti continuato ad addestrare milizie armate anche dopo l’indipendenza del 1943, tanto che Ayad cita con precisione un campo “nei pressi di Aqura, nella zona est controllata dalle destre maronite“. Sostenendo di aver ottenuto queste informazioni da alcune persone coinvolte nell’addestramento, Ayad dichiara che già nel 1979 “nel campo di Aqura, il gruppo aveva discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo nei loro Paesi“, stabilendo che avrebbero dovuto attaccare le istituzioni a partire proprio da “un grosso attentato nella città di Bologna, amministrata dalla sinistra“. 

Rilanciando queste dichiarazioni Ayed precisa anche di aver tenuto al corrente le autorità italiane che, “se avessero messo in relazione le informazioni avute da noi con le altre in loro possesso, avrebbero avuto un quadro chiaro della situazione…“. Il fatto che l’OLP abbia condiviso tali informazioni con le autorità italiane viene prontamente smentito dall’ambasciatore in Libano Stefano D’Andrea, che ricorda come “Fatah non ha ancora relazioni regolari con l’Italia a livello dei servizi di sicurezza”, tanto che poi è lo stesso Ayad a ritrattare. «Mi sembra – prosegue D’Andrea in un telegramma al Ministero degli Affari Esteri – che Abu Ayad, la cui fama di terrorista sanguinario, perfettamente giustificata, è parallela a quella delle scarse capacità dell’uomo, commetta errori nel parlare alla stampa allorché è lasciato a se stesso, ma ne commetta di ancora più trasparenti allorché deve correggersi in fretta». 

Qualche mese dopo, intervistato ancora da Marco Goldoni del Resto del Carlino, Ayad torna sulle sue tesi, questa volta passando dalle indicazioni sugli esecutori materiali a quelle sui mandanti. Posto che il terrorismo favorisse “l’avvento del potere militare e governo dittatoriale“, il dirigente dell’OLP si chiede: «chi ha interesse a che in Italia sopraggiunga un governo autoritario?» e, da solo, si risponde: «devo sottolineare i rapporti esistenti tra falangisti e lo stato israeliano: di qui risulta chiaro chi ha interesse a destabilizzare l’Italia». La versione di Ayed insomma parte da lontano, da gruppuscoli di terroristi o aspiranti tali di matrice fascista che si addestrano in Libano per operare in Italia per conto di Stati Uniti e Israele.

Tornando a Rita Porena, i vari processi susseguitisi negli anni non hanno tralasciato di investigare il ruolo della sua figura, spesso riassunta come una sorta di tramite diplomatico e informativo con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ma anche più esplicitamente indicata come militante di sinistra. Porena insomma “operava come interfaccia tra le autorità di governo italiane […] e le organizzazioni palestinesi” fra cui Settembre Nero, l’OLP e il FPLP, nel quale la giornalista vantava un “contatto privilegiato”: Bassam Abu Sharif, leader e membro fondatore insieme ad altri dell’organizzazione. Porena, raggiunta da un mandato di comparizione per favoreggiamento in connessione al traffico d’armi ricostruito fra l’OLP e le Brigate Rosse nel 1979, sarà poi prosciolta da ogni accusa. Ebbene, secondo il rapporto citato in precedenza, il sospetto che Porena ebbe consapevolmente agito per incarico di Giovannone è più che fondato“, anche se non si esclude che “ella sia stata inconsapevolmente utilizzata“.

Ecco dunque ciò che sostiene la pista palestinese: il depistaggio delle indagini operato da Giovannone (in nutrita compagnia) vuole trasferire le responsabilità dal terrorismo interno a quello internazionale (che bisogno c’era, si chiede la Commissione Mitrokhin, di depistare le indagini su terroristi neri per condurle verso altri terroristi neri?). Soprattutto, l’opera di dissuasione del SISMI punterebbe a escludere una partecipazione palestinese all’attentato, imputandola invece a nemici giurati del FPLP come i falangisti libanesi e Israele.

Il ruolo dei “tedeschi”

A questo complicatissimo puzzle manca ancora un tassello, fondante per i sostenitori della pista palestinese ma anche per i suoi detrattori. Questo tassello porta i nomi di Thomas Kram e Margot Christa Frohlich, due ex terroristi di sinistra tedeschi rimasti coinvolti nelle indagini ma poi scagionati. Frohlich e Kram, esperto di esplosivi, erano membri delle Revolutionaere Zellen e alcune testimonianze li collocano a Bologna proprio il 2 agosto 1980. Un fatto che, come ammette la Procura di Bologna chiedendo l’archiviazione della loro posizione, “alimenta un grumo di sospetto” ma da solo “non è sufficiente per ipotizzare in assenza di altri elementi“. Le prove raccolte, peraltro, furono sufficienti a verificare la presenza di Kram, ma non quella di Frohlich. Di lui si ricostruì che in due occasioni (un controllo di frontiera e la registrazione all’hotel Centrale) fornì il proprio documento vero, altro elemento che aveva indotto i pm a dubitare del suo ruolo di attentatore. Di lei invece accennò un dipendente di un hotel Jolly vicino alla stazione, che disse di averla riconosciuta, ma non venne giudicato attendibile senza il supporto di ulteriori prove.

Margot Christa Frohlich, ANSA/STR

A questo si deve aggiungere la connessione, accertata ma non abbastanza approfonditamente, fra i due tedeschi e Carlos, famigerato terrorista venezuelano che per anni aveva cooperato con il FPLP, salvo poi essere espulso nel 1975 (cinque anni prima della strage) per aver fallito l’attacco terroristico al quartier generale OPEC di Vienna. In seguito Carlos tornerà a compiere attentati per conto della causa palestinese, ma in più occasioni la sua testimonianza si rivelò fuorviante o addirittura del tutto fasulla.

Ad accusare i due tedeschi aveva concorso anche il parere di un perito che aveva paragonato l’esplosivo sequestrato a Frohlich in occasione del suo arresto nel 1982, quando venne fermata con 6 chili di esplosivo sul doppiofondo della valigia, e un reperto rinvenuto nel bolognese. Salvo poi ritrattare. «Del paragone con l’esplosivo utilizzato dalla Frohlich mi prendo la responsabilità, ma se dovessi riscrivere la relazione non lo rifarei» dichiara poi nel 2019 in Aula davanti alla Corte d’Assise di Bologna il perito di chimica esplosivistica Danilo Coppe. L’esperto aveva infatti sostenuto che un interruttore di cui era stata trovata in possesso Frohlich era affine a quello rinvenuto nei Prati di Caprara, sospettato di essere il meccanismo che fece detonare la bomba di Bologna. Interrogato in Aula però, dopo aver visionato altre foto degli esplosivi sequestrati a Frohlich, ammette che “potrebbe trattarsi di una placca, piuttosto che di un interruttore“. 

Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro durante il processo in Corte d’Assise a Bologna per l’omicidio del sostituto Procuratore della Repubblica di Roma Mario Amato (ANSA)

La pista palestinese, lo ricordiamo ancora, è stata scartata da tutte le sentenze definitive finora emesse. Resta, invece, una latente convinzione da parte di alcune frange politiche che rigettano la colpevolezza degli unici condannati come esecutori materiali, i terroristi del NAR Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Egidio Giuliani e Gilberto Cavallini, ultimo a ricevere una condanna all’ergastolo per strage nel 2023. Questa, perlomeno, è la versione di chi scrive sentenze. I giudizi politici rimangono invece tali.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA