La guerra civile in Siria ha portato a una catastrofe umanitaria e il disinteresse dell’Occidente rischia di divenire connivenza
Era il 2011 quando il vento rivoluzionario della primavera araba aveva animato la protesta pacifica nelle strade della Siria, con la popolazione che chiedeva la fine del regime di Bashar al Assad. La repressione è stata violentissima e la guerra civile ha causato tra le 500 e le 650 mila vittime, dai dati del rapporto delle Nazioni Unite sono 7,2 milioni gli sfollati interni e i rifugiati oltre cinque milioni; dopo oltre un decennio di devastazione, secondo quanto riferisce l’Unicef, la malnutrizione cronica riguarda “650 mila bambini sotto i cinque anni, con un aumento di circa 150mila bambini nei quattro anni successivi al 2019”. Adesso, mentre sul presidente Bashar al-Assad, sul fratello Maher al-Assad e su due alti ufficiali siriani pende un mandato di arresto internazionale emesso dalla giustizia francese – accusati di complicità in crimini contro l’umanità e in crimini di guerra per l’uso di armi chimiche vietate contro i civili siriani -, la popolazione siriana si trova a dover anche gestire gli scontri tra Israele e Libano, senza dimenticare l’impatto drammatico del violentissimo terremoto che ha colpito Siria e Turchia il 6 febbraio 2023.
A proposito di Siria abbiamo parlato con il Dottor Matteo Colombo, ricercatore Clingendael, l’Istituto olandese per le Relazioni Internazionali,e associato ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Dopo oltre 10 anni dalle prime proteste, qual è la situazione interna in Siria?
«La situazione è di frammentazione, nel senso che il Governo centrale, cioè quello di Assad, non controlla tutto il territorio, ma soltanto una parte, seppure la parte più economicamente demograficamente significativa. Il resto è un Paese molto fragile dal punto di vista interno, perché se da una parte non ci sono più quei grandi scontri tra i gruppi, comunque la violenza a livello locale persiste. Il primo elemento da tenere in considerazione dunque è sicuramente la frammentazione interna, il secondo è la crisi umanitaria. La Siria è un Paese in una situazione difficilissima da questo punto di vista, secondo i dati la popolazione è diminuita di diversi milioni e le persone che vivono sotto la soglia di povertà sono stimate tra l’80 e il 90% del totale. L’economia sostanzialmente è basata sull’assistenza – agricoltura e poco altro – e l’unica attività economica abbastanza fiorente è il commercio di droga, soprattutto il Captagon, che viene gestita soprattutto da milizie vicine al Governo di Assad».
E la situazione dei curdi?
«Anche lì si vive, diciamo, sospesi. La situazione di stallo è tale per cui la gran parte della popolazione curda (non tutta), vive in zone del Nord-Est controllate da YPG, le cosiddette milizie curde, che mantengono il controllo anche grazie soprattutto all’appoggio americano. Questa cosa però ha dei problemi, dato che la Turchia le considera milizie ideologicamente vicine al PKK, che è considerato un’organizzazione terroristica – non solo dalla Turchia ma anche dall’Unione europea e Stati Uniti – e quindi minaccia costantemente di intervenire e sostanzialmente ha già creato una zona di fatto cuscinetto all’interno della Siria. Si tratta di un intervento frenato dagli Stati Uniti, però se ci fosse il ritiro americano in futuro, potrebbe avvenire. Un’altra parte della popolazione curda vive invece nella zona più Nord-Nord Ovest, ad esempio nella città di Afrin, zone controllate da gruppi armati vicino alla Turchia».
Parlando di Stati Uniti e Turchia è inevitabile pensare agli “agenti esterni” che operano in Siria, pensando anche alla vicinanza di Assad a Putin, quali sono gli altri attori principali? E la guerra in corso a Gaza come influisce sulla situazione siriana?
«Gli attori esterni sono importantissimi perché senza supporto di Russia e Iran, Assad in questo momento non sarebbe in grado di controllare molta parte del territorio che controlla. L’Iran è presente nel Paese con alcuni gruppi armati, le cosiddette milizie sciite, mentre la Russia mantiene una presenza militare, seppur decrescente dopo la questione Ucraina, soprattutto nella zona di Latakia, dove esiste una base navale che di fatto è importantissima per la Russia, dato che quella base le garantisce di fatto l’accesso nel Mediterraneo. La presenza iraniana ha creato alcuni problemi nella situazione attuale e Gaza contribuisce, di fatto, indirettamente, perché le milizie sciite legate all’Iran che operano in Siria sono milizie che possono e hanno già in passato portato avanti anche degli attacchi nei confronti di Israele, Israele che da molti anni oramai bombarda questi gruppi, soprattutto Hezbollah che è presente sia in Libano sia in Siria proprio per impedire che abbiano la capacità di portare avanti degli attacchi ancora più significativi rispetto a Israele. La guerra a Gaza, quindi, è un fattore che contribuisce all’instabilità della Siria per il fatto che l’Iran, che in questo momento è in forte contrapposizione con Israele, usa la Siria come base di attacco tramite gruppi legati appunto a Teheran contro Israele e Israele da molto tempo ormai risponde con bombardamenti che avvengono da tantissimo tempo ormai nel territorio siriano».
Il report Conseguenze. Ingiustizia, torture e morti in detenzione nel nordest della Siria di Amnesty International mette in luce anche un altro aspetto del feroce clima che interessa la Siria, con più di “56 mila persone poste in detenzione dopo la sconfitta territoriale del gruppo armato Stato islamico” che “stanno subendo sistematiche violazioni dei diritti umani e muoiono in grandi numeri a causa delle condizioni inumane di detenzione nel Nord-Est della Siria”. A subire quella che viene definita una “massiccia violazione dei diritti umani” dalla Ong sono 11.500 uomini, 14.500 donne e 30.000 minori, detenuti in almeno 27 centri di detenzione e nei due campi di Al-Hol e Roj; dai dati raccolti emerge che “decine di migliaia di persone restano detenute arbitrariamente e a tempo indeterminato, molte delle quali in condizioni inumane, sottoposte a pestaggi, scariche elettriche e violenza di genere e obbligate a rimanere in posizioni dolorose. Altre migliaia di persone risultano vittime di sparizione forzata. Le donne sono state illegalmente separate dai loro figli. Tra le persone detenute ci sono anche vittime dello Stato islamico, tra cui decine, se non centinaia di yazidi, donne e ragazze vittime di matrimoni forzati e minorenni arruolati a forza”. Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha sottolineato come le persone detenute subiscano “una crudeltà e una violenza scioccanti. Il Governo statunitense ha avuto un ruolo centrale nella creazione e nel mantenimento di questo sistema detentivo, che ha prodotto centinaia di morti evitabili e ora deve avere un ruolo nel cambiarlo. Questo sistema viola i diritti umani di persone sospettate di affiliazione allo Stato islamico e non fornisce giustizia alle vittime e alle persone sopravvissute ai crimini dello Stato islamico. La minaccia dello Stato islamico a livello globale resta concreta ma le violazioni dei diritti umani in corso nel Nord-Est della Siria non fanno altro che alimentare ulteriore rabbia. Una generazione di bambine e bambini non ha conosciuto che ingiustizia”.
In altre parole, salvare gli altri per salvare noi stessi.
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