Da Macerata a Hollywood, da Pasolini e Fellini a Burton e Scorsese.  Le scenografie dell’artista hanno segnato, per sempre, il cinema  

Da bambino andava sempre al cinema “come in Nuovo Cinema Paradiso”, racconta, e non può che paragonare la sua infanzia a quella di un film, Dante Ferretti, che del cinema ha fatto la sua ragione di vita quando aveva appena 12 anni.  

Da ragazzino di notte andava a sottrarre qualche spicciolo dalle tasche del padre per poi passare tutto il pomeriggio a vedere film in sala, mentre a casa i genitori lo sapevano impegnato a studiare; quando capisce che quella del cinema è la sua strada – e dopo aver scoperto cosa fosse la scenografia grazie a uno scultore maceratese amico del padre – va a Roma a studiare all’Accademia delle Belle Arti. E che l’intuizione di quel ragazzino si riveli corretta si nota fin da subito, quando tra i suoi primi lavori si trova ad assistere Luigi Scaccianoce per Pier Paolo Pasolini (Il Vangelo secondo Matteo nel 1964 – quando ha appena 21 anni -, Uccellacci e uccellini nel 1966 ed Edipo re l’anno successivo).  

Sempre a fianco di Pier Paolo Pasolini firma la sua prima scenografia, il regista chiama proprio Ferretti che si trova a dover costruire in pochissimo la scenografia per Medea, interpretata da Maria Callas. Racconta lo scenografo in un’intervista dell’Archivio Luce che finito di girare il Satyricon di Federico Fellini viene richiamato da Pasolini che si trova in Cappadocia per iniziare a lavorare al film. Il regista è disperato perché a due ore dall’inizio delle riprese “non ho nemmeno il carro di Medea”, Ferretti allora si mette subito al lavoro, vedendo un carro “che ho accroccato, è proprio il caso di dire” risolve la questione e possono iniziare a girare.  

Ricorda che Pasolini lo conosceva bene e lui conosceva bene Pasolini: «ci parlavamo pochissimo, ma io sapevo quello che voleva lui e lui sapeva quello che io gli potevo dare». Per questa alchimia Pier Paolo Pasolini lo vuole accanto a sé per altri film – Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte e Salò o le 120 giornate di Sodoma, – come Federico Fellini, che vuole le sue scenografie anche per Prova d’orchestra, La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred e La voce della Luna.   

Da questi due talenti, che vengono definiti maestri dallo scenografo, Ferretti ricorda di aver appreso molto, da Pasolini un certo tipo di poetico, ispirato alla pittura” mentre quella a fianco del regista riminese è stata “un’esperienza straordinaria perché era un grandissimo artista e un visionario” capace di insegnare cosa fosse “il cinema di invenzione e di dimensione soprattutto, era megalomane e maximalista. Soprattutto mi ha insegnato che non bisogna avere paura di niente, si poteva fare tutto”.  

Le scenografie di Ferretti hanno accompagnato i capolavori di molti registi italiani di spicco – Bellocchio, Scola e Zeffirelli solo per citarne alcuni – poi arrivano le sfide fuori dall’Italia. Nel 1986 viene chiamato da Jean-Jacques Annaud per lavorare alla trasposizione cinematografica del romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa e ha il colpo di genio di rendere in verticale il celebre labirinto della biblioteca del monastero, rifacendosi a Maurits Cornelis Escher e, soprattutto, alle Carceri di Giovanni Battista Piranesi, scenografia che gli vale (uno dei numerosi) David di Donatello e Nastro d’argento. Nel 1990 arriva la prima candidatura all’Oscar con Le avventure del barone di Munchausen diretto da Terry Gilliam, ma lo scenografo maceratese riuscirà a mettere le mani sulla statuetta solo nel 2005 con la pellicola diretta da Martin Scorsese The Aviator.  

Ferretti e Scorsese si incontrano per la prima volta negli anni ‘80, quando lo scenografo lavorava con Fellini per La città delle donne. I due iniziano a collaborare nel 1993 con L’età dell’innocenza e, ricorda Ferretti, date le numerose delusioni “avevo deciso di non andare più, sempre mi attendeva una delusione. Quando vinsi il primo Oscar con The Aviator fu Martin che mi spinse a partecipare alla cerimonia”. Gli anni che separano la prima vittoria dalla prima nomination sono, comunque, ricchi di successi e il nome di Ferretti si impone nella scena internazionale. Nel 1994 firma la scenografia di Intervista col vampiro, l’anno successivo è impegnato in Casinò e nel 1997 in Kundun, nel 1998 lavora a Vi presento Joe Black mentre nel 1999 è lo scenografo di Al di là della vita e Titus. Nel 2002 è la volta della sfida di Gangs of New York che Scorsese vuole girare in Italia, così Cinecittà si trasforma nella Manhattan dell’800. Il secondo Oscar Ferretti lo vince nel 2008 con Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, la pellicola di Tim Burton, e la terza statuetta arriva nel 2012 per il suo lavoro in Hugo Cabret, diretto nuovamente da Scorsese.  

I premi sono tutti vinti insieme alla moglie, Francesca Lo Schiavo, che lavora a suo fianco dal 1981. Alla domanda di Geppi Cucciari nell’intervista dell’aprile 2023 su dove tenessero i 6 Oscar nella loro abitazione, Ferretti risponde semplicemente: “sulle mensole dell’Ikea”.  Il sodalizio artistico della coppia deriva dalla voglia di stare insieme, dato che lo scenografo era impegnato per mesi lontano dall’Italia Lo Schiavo decide di lasciare il lavoro da arredatrice di interni per provare la via del cinema “eravamo sposati, io però stavo tre mesi fuori per un film, altri tre per un altro. Al che lei mi dice: ‘Scusami, facciamo una cosa, io faccio l’arredatrice, tu lo scenografo, perché non lavoriamo insieme così stiamo insieme?’ Ho iniziato a lavorare con lei e lei era talmente brava che io non le dovevo dire quasi niente. Ci guardavamo e facevamo questo lavoro insieme ed era per noi perfetto” ricorda Ferretti in un’intervista alla Rai.  

Dante Ferretti ha dichiarato più volte di essere stato un predestinato al cinema, ma le strutture oniriche e celestiali che è riuscito a produrre hanno dimostrato come non fosse un predestinato, ma come Ferretti fosse il cinema stesso.