È un percorso tutto al contrario quello che ha portato Giuseppe Conte da premier outsider e dalle versatili alleanze ad aspirante leader dell’opposizione di sinistra. L’ora della maturità politica pentastellata è scattata: adesso o mai più

Si narra che un sacrestano di Pietrelcina fosse preoccupato per l’intensità delle esperienze di preghiera di Padre Pio che, preso dall’estasi evangelica, sembrava addirittura trapassare: «non ti preoccupare: – lo tranquillizzava Don Salvatore Panullotu a mezzogiorno suona le campane e poi vai a mangiare a casa, che il morto resuscita». È forse con questo spirito che Giuseppe Conte, devotissimo al Santo naturalizzato pugliese, è tornato in Parlamento, dagli scranni dell’Esecutivo ai banchi dell’opposizione, a caccia di un riscatto che vale una carriera. La minoranza dopotutto è un ottimo moltiplicatore di consensi.

Democristiano moroteo, scaltro, pacato ma risoluto, diplomatico e sicuro di sé, in poche parole avvocato, da professore di diritto privato a presidente del Consiglio senza passare per il via di un tesseramento. Per Conte è giunto il momento di gettare la maschera da moderato e vestire i panni del progressismo. Senza false modestie, di cui non si è mai macchiato, il leader del Movimento 5 Stelle rincorre l’ambizione di diventare leader della sinistra facendo tesoro della lezione del compianto sociologo Domenico De Masi, che in lui riponeva moltissima stima e accusava i partiti di sinistra di convergere al centro “inseguendo una classe media che, intanto, economicamente si proletarizzava e politicamente spariva nell’astensionismo”. Per questo c’è bisogno, forse, di un pizzico di populismo che all’avvocato del popolo non manca, a discapito dell’autenticità ancora tutta da dimostrare. Dopotutto “in questi anni Conte ha rivelato più doti da mediatore che grinta da vero capo – nota Pierfranco Pellizzetti su MicroMega. – E la leadership è soprattutto carattere. Se no la gentilezza declina in debolezza. Anche dalla Gruber”.

Così come una buona memoria aiuta chi studia ma non basta a convertire un “asino” nel primo della classe, allo stesso modo una buona propensione al trasformismo è utile per oliare gli ingranaggi della politica ma non erge qualunque scaltro a grande statista. Ecco dunque che Conte dimostra una buona tenuta istituzionale: fra il primo e il secondo Governo, l’avvocato resiste quasi mille giorni diventando il presidente indipendente (la leadership del Movimento viene formalizzata in un secondo momento) più longevo della storia d’Italia, senza lesinare alleanze eterogenee di cui pentirsi, ma solo in un secondo momento, e anche grazie a una gestione degli affari correnti moderata, una buona dose di testardaggine e una dialettica forbita. Eppure, lo sa bene lo stesso Conte, a forgiare la sua statura politica è stata proprio la pandemia, palcoscenico protetto nel quale scontare una gavetta politica partita direttamente da Palazzo Chigi che gli permette di entrare nelle case degli italiani per chiedere “lo sforzo di tutti”, perché “è in gioco la tenuta del Paese” e non c’è spazio, nell’emergenza sanitaria, per le scaramucce parlamentari. Quando però la tempesta è passata e si raccolgono i cocci, il giudizio politico attende Conte al varco, e forse è proprio questo il primo vero banco di prova per lui. I due anni alla Presidenza del Consiglio dei ministri (prima di lui solo Carlo Azeglio Ciampi era stato nominato senza un precedente incarico) non sono che l’antipasto per l’avvocato che, lasciata scorrere la parentesi draghiana, si deve rimboccare le maniche della camicia e mettere da parte il camaleontico aplomb per mostrare di che pasta politica è fatto. La prima occasione la offre già la fine della scorsa legislatura: il voto è imminente e il Movimento non ci vuole arrivare come una qualsiasi delle forze “responsabili” che hanno sostenuto il Governo di unità nazionale del banchiere. Durante la conversione in Senato del dl Aiuti i Cinque Stelle si astengono, in aperta polemica anche con la Lega che rompe ancora più platealmente uscendo dall’Aula. Il voto di fiducia raggiunge appena la maggioranza relativa e la caduta del Governo è annunciata dall’eco dei sassolini che cadono dalle scarpe di Conte, più in barba a Matteo Renzi che non a Mario Draghi stesso.

La campagna elettorale dell’estate del 2022, repentina, segna la definitiva svolta a sinistra per i grillini guidati da Conte, forte della consacrazione alla Presidenza del Movimento: bastano 62mila voti a marcare la personalizzazione definitiva del quasi-partito, con buona pace di Beppe Grillo ormai declassato a quadretto votivo sul camino, o meglio consigliere “nella comunicazione, per elaborare proposte e progetti comunicativi”, come recita il suo contratto di consulenza da 300mila euro fresco di rinnovo col Movimento. Due anni di Governo hanno sicuramente insegnato a Conte che un’opposizione degna di questo nome non può limitarsi a bocciare le proposte della maggioranza ma va costruita in positivo, partendo da tematiche e proposte. Il problema sono i contenuti di un partito aggrappato ad un’identità ormai vecchia e finora incapace di rigenerarsi. Anziché vestire i panni di un progressismo davvero moderno, i pentastellati battono ferro (ormai freddo) sul reddito di cittadinanza, rivendicano numeri da capogiro sul Superbonus, anch’esso al capolinea, alzano gli scudi contro il termovalorizzatore della Capitale, già ampiamente avallato dal Tar del Lazio. Il reddito avrebbe avuto il vero merito di introdurre in Italia un nuovo approccio al problema dell’indigenza, approccio che sfocia nel mero assistenzialismo solo se chi lo attua preferisce gongolare dal balcone di Palazzo Chigi di aver “abolito la povertà” piuttosto che rifiutare per cruccio politico di riconoscerne limiti e storture. L’altro grande cavallo di battaglia, dicasi ossessione, dell’avvocato del popolo è il Superbonus, incubo del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che, solo a pensarci, gli “viene il mal di pancia”, mentre a detta di Conte avrebbe creato “un milione di posti di lavoro”. Un dato difficile da calcolare con esattezza ma smentito con decisione dai principali analisti che non commettono il grossolano errore di confondere la forza di lavoro impiegata con l’occupazione generale. Le misure “pagate da tutti gli italiani”, come spiega Giorgetti (lo stesso ministro dello Sviluppo economico del Governo Draghi che prorogò la misura) “hanno interessato meno del 3% del patrimonio immobiliare esistente: prime e seconde case, al mare e ai monti, di ricchi e di poveri, e anche6 castelli”. Quanto al malfunzionamento dell’istituto, chiunque abbia provato ad accedere agli sgravi non ha bisogno di altre dita nella piaga.

Così, il 22 settembre 2022 Conte esce dalle urne come il più vincente dei perdenti: «la nostra asticella si è alzata» ammonisce rivolgendosi in parte al Pd con cui “valuteremo una eventuale alleanza” ma soprattutto al suo elettorato, in particolare quello perso, pari a 6.5 milioni di voti in meno, un record negativo che curiosamente corrisponde al numero di astenuti in più alla Camera rispetto al 2018. Il leader ha deciso da che parte stare e accelera su precariato, parità salariale, economia circolare, diritti civili ed europeismo “proattivo e non fideistico”. Più in linea con il più puro spirito grillino, non mancano i tradizionali veti, dai termovalorizzatori all’energia nucleare alla lotta ai vitalizi. Ma Conte sa bene che non può tornare a Palazzo Chigi da solo e quindi allunga lo sguardo sul periodo proponendo di “costruire un percorso che sia sostenibile, senza buttarci a fare alleanze posticce”, un errore che lui sicuramente si perdona ma dal quale ha almeno imparato qualcosa. Un anno dopo le elezioni è sul palco della Festa nazionale dell’Unità di Ravenna insieme a Stefano Bonaccini, con cui probabilmente rimpiange i voti dei gazebi che hanno favorito Elly Schlein, l’avversaria più temibile per lui perché movimentista e di sinistra, quasi il suo riflesso ma con la verginità politica ancora intatta, sempre che questo sia ancora un vanto. Qualche giorno dopo Conte è ospite anche di Nicola Fratoianni che lo chiama sul palco della festa nazionale di Sinistra Italiana a Salerno insieme a Schlein, “così proviamo a federare il campo largo”, ripartendo da un punto fermo sul quale le forze progressiste si sarebbero finalmente messe d’accordo superando, persino col beneplacito dei sindacati (non tutti beninteso), l’atavica idiosincrasia sinistrorsa per le alleanze: il salario minimo, con un progetto di legge condiviso da tutta l’opposizione Italia Viva esclusa. Non portare a casa il risultato sarebbe il colpo di grazia per ciò che rimane dell’arco mancino del Parlamento.

La sinistra allargata parla anche di sanità pubblica, scuola, diritti civili, e l’impressione è che i due capisquadra principali siano più interessati a strapparsi il ruolo di playmaker lanciando il cappello sulle singole proposte, un presupposto naturale per chi arriva sconfitto e non ha voti da condividere, a patto però che l’antagonismo sia sano e la competizione al rialzo. Per farlo, ciascuno marcia sui propri elementi caratterizzanti nel tentativo di distinguersi, a partire dall’invio di armi in Ucraina, un valzer di giravolte e casqué nel quale il Movimento si è gradualmente assestato sulla posizione contraria. Sui migranti è il Pd a fare da scuola mentre Conte rimane inconsistente negli sterili attacchi al Governo per gli sbarchi incessanti. Se la situazione nei banchi dell’opposizione potrebbe sembrare entropica, emerge insomma fra le righe un piano che potrebbe accendere l’entusiasmo di chi, meschino, sogna ancora una sinistra unita: concentrandosi su patti localizzati piuttosto che generiche alleanze, Conte prepara il terreno per un eventuale cartello politico nazionale, ricordando comunque ai quasi-alleati che ciò che li divide è anche la loro forza, a meno che non vogliano condividere lo stesso bacino elettorale portando a casa figuracce anziché maggioranze. Anche perché il lavoro interno da fare per i due leader è precisamente opposto: mentre Schlein richiama a sé l’anima più movimentista del Pd e si appella ai circoli locali, alla rete che deve prendere il posto della piramide, Conte è in marcia nel senso contrario e cercando di non dare troppo nell’occhio lavora per trasformare definitivamente il Movimento in un partito. Non alzare troppo la posta in gioco è anche una necessità per i pentastellati, chiamati a lavorare sulla propria credibilità sopravvissuta a stento all’ultima legislatura e intenti a non affogare nella loro stessa trappola del secondo mandato. Sottovalutare l’impatto di una leadership salda e condivisa, che Conte cerca disperatamente di radicare, è un altro errore da non commettere se non si vuole perdere altro tempo in diaspore e frizioni arriviste. Dietro al professore, l’ombra di Chiara Appendino che si avvicina alla vicepresidenza o, addirittura, alla sua sostituzione in caso di disfatta alle elezioni europee, un esito finora scongiurato dai problemi legali dell’ex sindaca di Torino condannata in secondo grado per i fatti di piazza San Carlo. Messi in cantina i giochi di palazzo, almeno fino al prossimo turno, la speranza del mondo progressista non è tanto che la sinistra riparta da Conte, ma che Conte riparta davvero dalla sinistra, questa volta, senza inversioni di marcia.

BOX Un aiuto per la povertà o uno schiaffo al lavoro?

Lo stesso Istat nel 2022 aveva evidenziato come il reddito di cittadinanza avesse avuto “un impatto non trascurabile anche sulla condizione di povertà assoluta delle famiglie”, evitando che un milione circa di persone scendessero sotto la soglia della povertà assoluta nel terribile 2020 e riducendo di “circa due terzi la caduta del reddito primario” in Italia. Del tutto mancato, invece, il secondo obiettivo relativo al mercato del lavoro che ha visto un “peggioramento della qualità complessiva dell’occupazione”. Secondo Anpal, solo il 42% dei percettori è stato coinvolto in politiche attive del lavoro, e ad accedere al reinserimento lavorativo è stato appena il 12,1% degli iscritti al programma, mentre la maggior parte dei percettori (55,9%) è rientrato nella sola riqualificazione aggiornando la propria formazione.

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