Secondo i giudici i fatti “non presentano prove evidenti”, ma ci sono nuove prove
Sarebbe entrata nella caserma dei carabinieri di Arce, in provincia di Frosinone, all’epoca sotto la responsabilità di Franco Mottola. Ma da quella caserma Serena Mollicone non è più uscita, secondo il pm. E oggi si fa ancora più impenetrabile il buio dietro cui si nasconde la verità su quell’orrendo delitto. I giudici infatti hanno assolto i cinque imputati perché gli indizi raccolti non sono stati “sorretti da prove”.
Assolta dunque dalla Corte di Assise di Cassino la famiglia Mottola (padre, madre e figlio) e altri due carabinieri. Nella sentenza si legge che: “non sono stati provati molti degli asseriti depistaggi che secondo l’accusa il maresciallo Mottola avrebbe compiuto in sede di prime indagini”.
La tesi del pm
Secondo la pubblica accusa Serena fu uccisa da Marco Mottola, figlio di Franco, nella caserma di Arce. La causa della morte sarebbe stato un pugno sferratole con violenza che le avrebbe fatto sbattere la testa. I Mottola all’epoca (il delitto è avvenuto a giugno 2001) furono accusati di omicidio volontario in concorso e occultamento di cadavere. Per l’accusa, infatti, portarono nella notte Serena, ancora viva, nel bosco di Fonte Cupa, vicino Arce, dove poi fu ritrovata già morta. Aveva i piedi legati con delle fascette e un sacco di plastica in testa.
Il delitto fece scalpore anche per una serie di strane circostanze che si consumarono intorno al giallo della morte di Serena. Tra queste il suicidio l’11 aprile 2008 di Santino Tuzi, carabiniere di Arce. Tuzi pochi giorni prima, ascoltato dalla Procura, aveva dichiarato agli inquirenti che intorno alle 11:00 del 1 giugno 2001 una ragazza dalla descrizione compatibile con quella di Serena era entrata in caserma.
Nuove prove
A mancare, secondo i giudici, è il collegamento tra i Mottola e alcune prove, rinvenute ”all’interno dei nastri adesivi che legavano le mani e le gambe di Serena”. Si tratta di impronte digitali ”ritenute utili per l’identificazione” ma che ”non appartengono agli imputati”. Un’impronta in particolare sarebbe di origine maschile, non compatibile però coi profili genetici degli imputati.
Altra prova interessante, si legge nella sentenza, è “il rinvenimento sui pantaloni e sugli scarponcini di Serena di tracce di Lantanio e Cerio, riconducibili a una polvere a base di ossidi di cerio, utilizzata come polish, con cui la stessa dovrebbe essere venuta in contatto quando era già in posizione supina, così assumendo una connotazione indiziaria particolarmente rilevante nella ricostruzione della dinamica delittuosa“.
di: Caterina MAGGI
FOTO: ANSA/ANTONIO NARDELLI