La raccolta fondi 2.0 rappresenta una valida alternativa di finanziamento ai prestiti bancari: le tipologie e le piattaforme più famose
Avviare una startup non è mai semplice, anzi fino a qualche tempo fa per molti poteva rappresentare quasi un sogno irraggiungibile visti i limiti imposti dalle opzioni di finanziamento messe a disposizione. Oggi però le cose sono decisamente migliorate grazie al crowdfunding, un canale di finanziamento attraverso cui progetti personali o professionali di singoli individui e piccole imprese possono essere supportati direttamente da una moltitudine di soggetti. L’origine della parola spiega tutto: dall’inglese “crowd” ovvero folla e“funding” cioè finanziamento, può essere definito come un processo di coinvolgimentodal basso che avviene attraverso una piattaforma Internet. Si tratta quindi di uno strumento di raccolta fondi2.0, una valida alternativa ai prestiti erogati dalle banche, spesso troppo gravosi per via di alti tassi di interesse. Il crowdfunding ha assunto infatti un ruolo sempre più centrale con l’inizio della crisi economica: le aziende o gli imprenditori che non riuscivano a ottenere prestiti dalle banche si sono rivolti direttamente alla “folla” per farsi finanziare.
Il fenomeno nasce perlopiù in Australia e negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni ’90, per diffondersi poi anche in Europa pochi anni dopo. Nonostante in Italia arrivi solo nel 2005, il nostro è di fatto il primo Paese europeo ad aver introdotto nel 2012 una legislazione dedicata.
In Italia esistono quattro tipi di crowdfunding, di cui due basati sulle donazioni (Donation e Reward) e due basati sugli investimenti (Equity e Lending). Quello attualmente più diffuso è il reward–basedcrowdfunding che prevede una ricompensa non monetaria per i donatori. Solitamente è utilizzato per testare un nuovo prodotto: la startup lo crea, chiede un finanziamento e le persone che investono lo ottengono in cambio in anteprima. Abbiamo poi il donation–basedcrowdfunding dove la persona che decide di finanziare progetti perlopiù no profit lo fa a fondo perduto. Il loan–based è invece rappresentato dal prestito di denaro, una sorta di evoluzione online del microcredito. Infine c’è l’equity crowdfunding che prevede che gli investitori versino una somma per acquistare una quota del capitale dell’impresa diventandone così soci a tutti gli effetti. Visti i possibili rischi è regolamentato dal 2013 e tenuto sotto controllo dalla Consob e dalla Banca d’Italia.
Il mezzo per portare avanti la propria raccolta fondi sono, come già accennato, le piattaforme online dedicate. La celebre Kickstarter è tra le più utilizzate al mondo: la sua peculiarità risiede nel fatto che ai finanziatori non vengono addebitati gli investimenti a meno che la campagna non raggiunga il suo obiettivo. Anche Indiegogo è famosissima nel mondo ma al contrario di Kickstarter qui si possono mantenere tutti i fondi, anche se non si raggiunge il proprio obiettivo. Va poi ricordata WeAreStarting, piattaforma di equity crowdfunding per startup e PMI italiane in cui le campagne pubblicate hanno obiettivi di raccolta che vanno da 35.000 a 120.000 euro. C’è poi il CrowdFundMe, quotato in Borsa, Mamacrowd e 200Crowd, che appartiene a Two Hundred, una società fintech italiana gestore di portali per la raccolta di capitali.
Se utilizzato nel modo corretto il crowdfunding può rappresentare indubbiamente un ottimo strumento di marketing per chi vuole lanciare un nuovo progetto. Ed anche gli investitori hanno la possibilità di diversificare il loro portafoglio, puntando magari su progetti di cui condividono valori ed obiettivi. Ma i rischi, soprattutto per loro, non mancano. Il pericolo più insidioso è sicuramente legato all’equity crowdfunding perché si diventa proprietari di un pezzetto della società, con gli alti e bassi che ne conseguono. Attenzione anche al rischio di liquidità: nel caso in cui si prestano soldi si può aspettare anche anni prima di vederseli restituire.