MARCO MENGONI SANREMO

Cosa resterà della 73esima edizione della kermesse musicale italiana per eccellenza, tra rose, baci e le (immancabili) polemiche

«Che sensazione di leggera follia/ Sta colorando l’anima mia» cantava Lucio Battisti nella sua Innocenti Evasioni del 1972. Ecco, Battisti non c’entra niente con questo Festival di Sanremo e la canzone non ha mai preso parte alla gara ma, tanto per capirci, in questo 2023 più di 12 milioni di telespettatori e telespettatrici (solo nella finalissima) hanno consumato l’ormai consolidato rito apotropaico davanti alla tv, nel tentativo di evadere e accantonare il malessere per unirsi nella celebrazione della “musica leggerissima” e della televisione italiana.

Anche in questa 73esima edizione la kermesse rivierasca ha messo in scena la postmodernità, con tutta la sua autoreferenzialità e il tentativo di unire e annullare la distinzione tra cultura impegnata e cultura pop, incarnando il concetto di nazionalpopolare. Evasioni sì, ma fino a un certo punto, tra il tentativo di innestare tematiche importanti, dalle proteste in Iran alla condizione della donna e le polemiche di alcuni esponenti del governo (leggi Matteo Salvini) in un festival che, infatti, è stato giudicato da molti critici “poco meloniano”, con presenze video annunciate e poi ritirate, appelli alla legalizzazione della cannabis (citofonare Articolo 31) e baci queer.

A dare la benedizione a questo Amadeus-quater anche la presenza, durante la prima serata, di Sergio Mattarella, primo Presidente della Repubblica italiana all’Ariston. Il teatro lo accoglie con una lunga standing ovation e il Capo di Stato si commuove quando Roberto Benigni, durante il monologo per il 75esimo anniversario della Costituzione, cita il padre Bernardo Mattarella, che quella Carta contribuì a scriverla. Introdotto da un Inno di Mameli in versione pop cantato da Gianni Morandi, il comico toscano ricorda il ripudio della guerra (articolo 11) e la libertà di pensiero (articolo 21).

E così comincia la musica. Mai come quest’anno la selezione del direttore artistico Amadeus è stata caratterizzata da eterogeneità, dalla volontà di rappresentare le diverse realtà musicali contemporanee, rivelando la sempre crescente capacità del festival di intercettare un pubblico trasversale. Un modus operandi simboleggiato dal vincitore Marco Mengoni, un grande talento da sempre in grado di mettere tutti d’accordo, opinione pubblica e addetti ai lavori, con la sua vocalità sopraffina, brani pop di alta qualità e una grande consapevolezza, come dimostra la dedica alle donne in gara, escluse dalla finale a cinque.

Dopo l’artista di Ronciglione, che con la sua Due vite si è aggiudicato anche il Premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale assegnato dall’orchestra del festival, si è classificato Lazza conCenere. Arrivato a Sanremo con un enorme successo commerciale (il suo Sirio è statol’album più venduto del 2022), il rapper e produttore milanese ha saputo cogliere lo spirito originario della manifestazione senza snaturarsi e rinunciare alla sua identità.

Sorpresa al terzo posto, conquistato da Mr. Rain. Una parabola ascendente quella del rapper, balzato dal 17esimo posto della classifica della Sala Stampa al podio con l’ingresso del televoto. Il brano Supereroi tratta della depressione e dell’(in)capacità di chiedere aiuto, ma è stata molto criticata la scelta del cantante di portare sul palco un coro di bambini con le ali da angioletto. Operazione di marketing? Rassegna dei buoni sentimenti? No, ha detto Mr. Rain, si tratta semplicemente della sua “cifra stilistica”. Ai posteri (ma anche ai contemporanei) l’ardua sentenza, intanto il successo è arrivato come un fulmine.

Quarto posto per Ultimo e la sua Alba. Il cantautore romano era tra i favoriti alla vittoria, ma anche quest’anno, come nel 2019, non è riuscito a portare a casa il leoncino d’oro. Il cantante, però, non ha lesinato sulle frecciatine alla Sala Stampa (seppur a mo’ di boutade).

Il palco dell’Ariston è stata occasione per mostrare l’evoluzione di Tananai, passato dall’ultimo posto dello scorso anno alla quinta posizione. Tango racconta la storia di Maxim e Olga, lui al fronte in Ucraina, lei fuggita in Italia con la figlia Lisa. In tutta la sua struggente e dolorosa semplicità, il brano ha quasi spento le infuocate controversie sul videomessaggio (mancato) del presidente Zelensky e sulla possibilità di portare la tematica della guerra al festival. Durante la finale il cantautore è entrato in scena con due rose, una gialla e una blu, i colori della bandiera ucraina, quasi a ricordarci quanto un conflitto ricada sulla quotidianità della popolazione, costretta a vivere l’orrore lontano dalla retorica, dal clamore mediatico e dai giochi di potere.

Certo, le varie sfaccettature dell’amore e dei rapporti umani sono state molto presenti, dal racconto di una relazione tossica di Duemilaminuti, portata da Mara Sattei, alle difficoltà di un amore longevo e maturo raccontate neL’Addio dei Coma_Cose (vincitori del Premio Sergio Bardotti per il miglior testo e del Premio Lunezia per il valore letterario), ma quest’anno i brani in gara si sono fatti più introspettivi. Un esempio su tutti Splash di Colapesce Dimartino, un pezzo raffinato e malinconico, dalle sonorità vintage, quasi battistiane, che racconta la sensazione costante di fallimento e inadeguatezza, quel voler evitare di vivere la vita davvero, schiacciati dal peso delle aspettative, altrui e nostre. Per loro il Premio della Critica Mia Martini e il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla.

Musica sì, ma anche polemiche. Si torna sempre lì. Non si può non citare uno dei grandi protagonisti di questa edizione, Rosa Chemical, che ha suscitato le ire della deputata di Fratelli d’Italia Maddalena Morgante ancora prima dell’inizio del festival. Morgante si era addirittura opposta alla partecipazione del cantante piemontese al grido di “qualcuno pensi ai bambini”, ma la richiesta è rimasta, chissà come mai, inascoltata e il cantautore si è preso tutto il teatro e le attenzioni dei social, anche grazie al bacio con Fedez. Made in Italy, in realtà, non ha un testo particolarmente sovversivo, considerato anche il periodo storico, ma è un brano fresco, ironico e intelligente che ribadisce l’inutilità dei divieti e dell’innato bisogno di voler etichettare sempre tutto (persone in primis).

La presenza di Rosa Chemical e delle 6 nuove promesse selezionate durante Sanremo Giovani (Shari, Colla Zio, gIANMARIA, Sethu, Will e Olly) è stata sicuramente una mossa furba da parte del direttore artistico Amadeus, in un’ottica di apertura e svecchiamento costante, ma oltre a pensare ai bambini bisogna pensare anche al pubblico più adulto e, quindi, ecco qui l’idea vincente di invitare Massimo Ranieri e Al Bano. L’esibizione in trio con Gianni Morandi ha “fatto venire giù” l’Ariston, così come quella dei Pooh nella prima serata. Bravissimi tutti.

Musica e il resto scompare diceva Elettra Lamborghini nel pezzo portato in gara nel 2020. Non proprio, non sempre. Si è già detto come Sanremo sia sempre contrassegnato dalle polemiche. Arriviamo, quindi, agli elefanti nella stanza. L’affaire Blanco, innanzitutto, che ha tenuto banco per tutte e cinque le giornate. Il giovane cantautore, classe 2003, si è reso protagonista di una “sfuriata” quando, a causa di alcuni problemi di audio che non gli permettevano di sentire la sua voce negli in-ear, ha distrutto la scenografia composta da rose rosse. Subito l’opinione pubblica e la stampa si sono divise tra innocentisti e colpevolisti, Amadeus ha sbagliato i nomi, poi si è scusato per l’accaduto e Morandi è tornato sul palco con una scopa. L’Internet è esploso con la proliferazione di meme ma la vicenda ha avuto dei risvolti più seri. Blanco – durante la stesura di questo articolo – è indagato dalla procura di Imperia per danneggiamento, a seguito di un esposto del Codacons.

Le serate sembravano trascorrere in tranquillità ma poi sono arrivati Salmo, che dopo l’esibizione sulla Costa Smeralda si è tuffato in piscina con un costosissimo microfono in mano, salvo poi regalarne uno direttamente al conduttore con tanto di fiocco rosso durante la serata cover, e di nuovo Fedez. Durante un freestyle al vetriolo il rapper ha strappato la foto del viceministro delle Infrastrutture di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami vestito con l’uniforme nazista, con camicia nera e fascia con svastica sul braccio. Il cantante si è subito preso la responsabilità di quanto fatto, specificando che la Rai non era al corrente del testo. Forse Ama può tirare un sospiro di sollievo.

Veniamo al capitolo co-conduttrici. Quest’anno si sono alternate sul palco Chiara Ferragni, presente alla prima e all’ultima serata, la giornalista Francesca Fagnani, la pallavolista Paola Egonu e l’attrice Chiara Francini.

Si è molto discusso del monologo di Ferragni, che sotto forma di lettera alla sè stessa bambina parla di autodeterminazione ed empowerment. Al di là della costruzione e della forma, lungi dall’essere impeccabili, il dibattito del mondo femminista intersezionale ha messo in luce un altro aspetto. Il discorso dell’imprenditrice digitale più che un messaggio sociale universale è sembrato soprattutto un’autocelebrazione, che ha lasciato da parte la questione del privilegio. Certo, non è una colpa nascere in un contesto agiato, ma in un sistema basato sulle discriminazioni di genere, di etnia e di classe, non tutte le donne hanno sempre la possibilità di “pensarsi libere” (come recita la stola dell’abito Dior indossato dall’influencer). Bisogna, inoltre, considerare, che il percorso di Chiara Ferragni si inscrive perfettamente nella traiettoria neoliberista del “se vuoi, puoi”, appannaggio però di pochi (e pochissime). C’era da aspettarsi che Ferragni portasse una critica al tardo-capitalismo in prima (ma anche in seconda e terza, visto l’orario) serata su Rai1 durante il festival della canzone italiana?

Hanno suscitato critiche anche le parole di Paola Egonu, che in conferenza stampa aveva ammesso che l’Italia è un Paese razzista, nonostante i piccoli segnali di apertura e miglioramento. La pallavolista – perché questo è il suo mestiere, anche se non se ne è parlato molto – ha semplicemente raccontato la sua esperienza, fuori dal ruolo della “vittima” che sono soliti assegnare i detrattori, e ha messo sul piatto quello che facciamo fatica ad accettare.

Francesca Fagnani, invece, non ha voluto parlare di sé ma dei giovani detenuti del carcere minorile di Nisida di Napoli. La conduttrice di Belve ha portato all’Ariston un altro grande rimosso della società, raccontando la vita quotidiana dei ragazzi e delle ragazze, ma anche lanciando una stoccata allo Stato. «Lo Stato non può esistere solo per l’attività di repressione delle forze di polizia – ha detto la giornalista. – Lo Stato dovrebbe combattere la dispersione scolastica e la povertà educativa, dovrebbe garantire pari opportunità, è una questione di democrazia, di uguaglianza […]. In Italia la prigione serve solo a punire il colpevole non a recuperare».

Chiara Francini ha, invece, portato un monologo sulla maternità, o meglio sulla maternità mancata, in un’Italia in cui ci si aspetta ancora che una donna adempia per forza al ruolo di madre, ed entro una certa età perché attenzione all’orologio biologico, non sia mai. Ma il punto è proprio questo: bisogna sempre legare la figura femminile alla maternità, anche quando questa non è cercata e voluta?

L’attivista italiana di origini iraniane Pegah Moshir Pour e Drusilla Foer hanno dato spazio, con intensità e delicatezza, alle proteste in Iran e alla condizione della donna nel Paese. «In Iran non avrei potuto apparire così vestita e truccata e parlare su un palco di diritti – ha detto l’attivista. sarei stata arrestata e forse addirittura uccisa. Per questo ho deciso che la paura non ci fa più paura e voglio dare voce a una generazione cresciuta sotto un regime di terrore e discriminazione in uno dei Paesi più belli del mondo».

La musica è finita, direbbe Ornella Vanoni, ospite della finale. Questo festival gioioso, surreale, emozionante, chiassoso, strabordante, situazionista è stato ciò che è da sempre Sanremo: specchio, nel bene e nel male, del costume italiano. Certo ha avuto diversi meriti, come riportarci Giorgia (ricorderemo per sempre l’emozione del duetto con Elisa), Paola&Chiara, Anna Oxa, regine incontrastate della musica italiana, e ci ha regalato un sogno: vedere sullo stesso palco i Cugini di Campagna, Manuel Agnelli, che ha duettato con gIANMARIA, e i Depeche Mode, ospiti internazionali dell’ultima serata.

«Penso che un sogno così non ritorni mai più» cantava Domenico Modugno ne Nel blu, dipinto di blu, che vinse il Festival nel 1958. E, infatti, poi, subito dopo è arrivato il lunedì delle elezioni regionali in Lazio e Lombardia. E il sogno finì.

FOTO: ANSA/ETTORE FERRARI