Il mito del lavorare “fino a morire” è un altro stereotipo che con la pandemia è entrato definitivamente in crisi

Il nome trae spunto da un operaio della Russia sovietica, Stachanov appunto, che lavorando indefessamente riuscì a migliorare in modo impossibile a credersi il rendimento di una miniera. Ma se il regime della Russia comunista amava questo tipo di modelli, tanto da premiarlo e fargli fare carriera, oggi la musica è un’altra. Tra i miti sociali e morali venuti meno con la pandemia, c’è proprio quello del lavorare fino allo sfinimento come sinonimo di successo.

Trend per miliardari

Legatissima alle nuove critiche allo stakanovismo è la sua traduzione inglese: workaholism, cioè dipendenza dal lavoro. Un concetto finito nel mirino degli scienziati e degli psicologi in particolare dopo le recenti uscite di Elon Musk. Brande in ufficio, licenziamenti di massa, minacce di provvedimenti se non si lavora indefessamente a ritmo serrato: sono solo alcune delle misure draconiane del tycoon di Tesla. Un atteggiamento che oltre a non renderlo il magnate più amato sembra non ingranare al meglio con il nuovo “lavoro agile” dei nomadi digitali, che permette orari più flessibili e maggiore autonomia del lavoratore.

Il concetto di workaholism, letteralmente “dipendenza dal lavoro”, è in realtà una scoperta del secolo scorso: fu introdotto dallo psicologo americano Wayne Edward Oates nel 1971 e si riferiva al fenomeno tipico di quegli anni. Si tratta tuttavia di un fenomeno diffuso anni prima in diverse comunità nel mondo. Famigerata è, ad esempio, l’ossessione asiatica (in particolare giapponese ma anche cinese e coreana) per il lavoro massacrante. Basti pensare al giornalista giapponese, morto nel 2017 per insufficienza cardiaca, dopo 159 ore di straordinario in un mese.

Lavorare per vivere, non viceversa

Secondo Silvia Bellezza, professoressa associata di marketing alla Columbia Business School di New York, le cose stanno cambiando. «In passato, una vistosa astensione dal lavoro trasmetteva prestigio, ma uno stile di vita sovraccarico di lavoro e occupato è diventato progressivamente uno status symbol e un distintivo d’onore»; ma dopo il Covid19 tutto è cambiato e «molti professionisti, soprattutto quelli più giovani, hanno iniziato a mettere in discussione lo stile di vita stacanovista precedente alla pandemia e a ritagliarsi più tempo libero». 

Perfino a Pechino arriva la rivoluzione del lavoro equilibrato. In un Paese usato come simbolo dell’ossessione per il lavoro, nel 2021 ha preso piede il movimento “tang ping” (letteralmente “sdraiarsi”) in protesta contro un mercato del lavoro ipercompetitivo e altre pressioni sociali.

Una rivoluzione giovane

Guarda caso, a guidare questo cambiamento di pensiero sono i giovani e giovanissimi: la Generazione Z e i Millenials, tra i promotori del tang ping. Secondo James Muldoon, capo dell’osservatorio Autonomy, ad essere entrata in crisi, grazie anche a una maggiore consapevolezza dei giovani rispetto alle disuguaglianze sociali, è il mito del “se vuoi puoi”. Quello che una volta si chiamava “self made man/woman”. «L’intera cultura – attacca Muldoon – del dire “non stai lavorando abbastanza” maschera le disuguaglianze di opportunità che le persone hanno». Mentre oggi sui social influencer giovani e giovanissimi pubblicano video e messaggi che invitano i propri utenti a rispettare i propri ritmi, i propri tempi per crescere e maturare. Insomma, non correre.

di: Caterina MAGGI

FOTO: PIXABAY