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Sulle note della canzone si sono svolte le proteste del 2019

La Corte Suprema di Hong Kong ha respinto la richiesta di divieto della canzone “Glory to Hong Kong, ovvero quello che è diventato nel 2019 l’inno delle proteste pro democrazia che il governo locale ha cercato di mettere al bando.

Il governo infatti il 5 giugno aveva chiesto di vietare la distribuzione e la circolazione della canzone in goni sua forma (compresa la melodia e qualsiasi adattamento). La Cina l’ha definita un inno alla “secessione” e un “grave danno nazionale”.

Dalla Corte Suprema però il rifiuto è stato netto e giustificato ed è arrivato venerdì 28 luglio. Ha spiegato che il divieto potrebbe minacciare la libertà di espressione con «effetti agghiaccianti».

La richiesta era avvenuta dopo che a Hong Kong la canzone era stata suonata a diversi eventi sportivi internazionali, tra cui gare di rugby e hockey su ghiaccio, al posto dell’inno nazionale cinese “Marcia dei volontari”. Subito dopo la richiesta, la canzone era salita in cima alle classifiche dell’iTunes Store di Apple a Hong Kong, ma moltissime versioni erano sparite da Spotify, iTunes, Facebook, dai reel di Instagram e da KKBOX, che è un servizio di streaming musicale giapponese sviluppato a Taiwan.

di: Alice GEMMA

FOTO: EPA/JEROME FAVRE