Luci e ombre del più grande statista britannico di tutti i tempi a sessant’anni dalla sua morte

Il 24 gennaio del 1965 moriva a Londra Winston Churchill. Benché siano passati 60 anni, lo statista britannico è considerato ancora oggi uno dei leader più carismatici del Novecento: sicuramente di quel Secolo è stato grande protagonista e nel corso della Seconda Guerra Mondiale ha impersonificato la volontà di resistenza del Regno Unito e degli alleati contro la minaccia nazista, conquistandosi il titolo di difensore della libertà grazie all’energia indomabile, alla popolarità e a quella buona dose di sarcasmo con cui condiva una indubbia capacità politica. Analizzandone oggi la figura, possiamo senz’altro dire che Churchill era un personaggio molto particolare, uno di quelli destinati a non passare inosservati. Per quanto fosse un politico (e uno scrittore) brillante e dotato di un’intelligenza acuta, detestò sempre andare a scuola e collezionò brutti voti: venne bocciato per ben due volte prima di entrare nella scuola militare. Prediligeva la storia, la lingua e la letteratura inglese, ma mal tollerava le imposizioni e i dettami dei professori e non sopportava di studiare cose che non riteneva essere nelle sue corde. La testardaggine faceva il paio con la sua tempra: durante l’adolescenza sfuggì alla morte innumerevoli volte. Subì una commozione cerebrale, rischiò di annegare in un lago, cadde varie volte da cavallo, fu investito da un’auto e si schiantò con l’aereo. Non si può dire che non fosse molto legato alla vita: è morto a 90 anni, dopo una lunga e intensa vita, a causa di un ictus. Benché non fosse cosa comune per gli statisti dell’epoca, Churchill aveva un tatuaggio: un’àncora tatuata sull’avambraccio, simbolo degli anni passati come corrispondente tra Cuba, India e Sudafrica. Peraltro mentre si trovava qui, durante la guerra anglo-boera, venne fatto prigioniero dai boeri: riuscì a fuggire e si nascose in una miniera prima di tornare in Inghilterra. Una delle cose che amava di più erano i gatti: ne aveva uno di nome Jock che lo accompagnò fino al letto di morte nel 1965. Era anche un maniaco della pulizia e una persona estremamente puntuale. Fu l’unico primo ministro a vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1953 (fu incredibilmente proficuo: scrisse oltre 20 libri di storia, svariate biografie e anche un romanzo). Abbiamo parlato di Winston Churchill con il professor Fulvio Cammarano, professore di Storia contemporanea e direttore del Master in giornalismo all’Università di Bologna.

Professore, Churchill è considerato ancora oggi  una figura chiave del XX secolo: quale fu la sua forza?
«Io direi la sua capacità di miscelare idealismo e cinismo. Non è una cosa semplice perché certamente partiva da salde convinzioni sulla superiorità della democrazia liberale – ovviamente in particolar modo quella anglosassone – però queste convinzioni ideali molto forti andavano a braccetto con la sua abilità nel destreggiarsi tra gli avversari, sapendoli trasformare in alleati all’occorrenza».

Il professor Fulvio Cammarano, professore di Storia contemporanea all’Università di Bologna. Per gentile concessione

Al netto della politica, se così si può dire, chi era Winston Churchill?
«Non è una domanda facile. Certamente Churchill fu in assoluto un fantastico oratore e un ottimo scrittore, aveva una penna eccellente, ma c’era anche un altro lato di lui, meno celebre. Soffrì a lungo i primi fallimenti della sua vita politica (pensiamo ad esempio al progetto Gallipoli durante la Prima Guerra Mondiale) che lo condannarono a essere considerato un politico poco affidabile, dovette lavorare a lungo per costruirsi una nuova immagine. E poi soffriva di depressione: aveva questi attacchi che da un lato lo isolavano dal mondo e dall’altro alimentavano il suo celebre sarcasmo. Era un uomo impulsivo, spregiudicato, una figura davvero poco convenzionale: un grande oratore, un grande scrittore, un grande bevitore; è difficile ancora oggi inquadrarlo all’interno delle figure tradizionali della classe dirigente britannica».

Partendo dal presupposto che la storia la “scrivono i vincitori”, quali sono le ombre annidate nella figura di Churchill, secondo Lei?
«Certamente, come è noto, Churchill aveva un fondo nemmeno troppo nascosto di razzismo. Riteneva il mondo e la cultura anglosassone superiori a quelli degli altri popoli e trattava tutto ciò che non era anglosassone con sufficienza. Una forma di razzismo politico e culturale piuttosto comune per il mondo dell’epoca. Inoltre fu un acerrimo nemico dell’indipendenza irlandese, che combatté ferocemente. Sempre in nome della “salvaguardia” dell’unità del Regno Unito come faro della libertà, era disposto ad atti durissimi pur di difenderlo e questo mette bene in luce l’insofferenza nei confronti di chiunque si opponesse alla centralità del modello britannico. Anche il suo sarcasmo era, nel profondo, figlio di un pensiero razzista: basti pensare a quando definì Gandhi “un fachiro in mutande” in quella che secondo lui era una battuta sarcastica e che nascondeva invece tutt’altro. Diverso il discorso sulla figura delle donne: rispetto ai suoi coetanei Churchill era più attento, aveva maggiori attenzioni e, benché immerso a piè pari in una società che considerava la donna nient’altro che un appoggio per la figura maschile, il legame che aveva con la moglie lascia pensare a una capacità di immaginare un rapporto maggiormente paritario».

Winston Churchill nel suo studio ad Hyde Park a Londra, Regno Unito. Crediti: ANSA/OLDPIX

Cosa rimane oggi dell’eredità di Churchill, considerato che alle porte dell’Europa si combatte una nuova guerra?
«Temo ci sia rimasto molto poco. Quell’eredità si basava sulla consapevolezza di essere il leader di una potenza mondiale, per quanto ormai in declino; oggi il peso della Gran Bretagna e della sua classe politica sullo scacchiere internazionale è ridotto ai minimi termini. Certamente Churchill avrebbe condiviso la linea della fermezza nei confronti di Putin. È stata d’altronde una sua indicazione precisa: nel momento in cui si individua il nemico mortale per la democrazia liberale bisogna essere fermi e non tirarsi indietro mai, nemmeno nei momenti più difficili. Non è difficile quindi immaginare che sarebbe concorde nella strategia di fermezza nei confronti di Putin. Churchill avrebbe probabilmente detto che non si può darla vinta agli aggressori che mettono in pericolo l’equilibrio basato su quei “valori anglosassoni” che, sempre secondo lui, dovrebbero diventare valori universali».

Tra luci e ombre, Churchill ha fatto la storia dell’Inghilterra e del mondo intero per come oggi lo conosciamo. “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale. È il coraggio di continuare che conta”, era solito ripetere, con una delle sue citazioni divenute più celebri.