Oltre 100 italiani si trovavano nel Paese al momento dello scoppio degli scontri, sono stati evacuati insieme ad altri cittadini europei
La prima fase dell’evacuazione in Sudan si è conclusa con successo. Lo riferisce la Farnesina in una nota, l’operazione di evacuazione è stata coordinata dall’Unità di Crisi del ministero degli Esteri con assetti della Difesa e il supporto dell’intelligence e ha messo in salvo 105 italiani che si trovavano in Sudan (tra cui il personale diplomatico) e 31 stranieri.
Con due voli – un C130 dell’Aeronautica militare e un AM400 spagnolo – sono stati trasportati a Gibuti i cittadini italiani e gli stranieri (portoghesi, australiani, greci, britannici, svedesi). La Farnesina nella nota ha inoltre sottolineato che fin dall’inizio degli scontri in Sudan, il 15 aprile scorso, era stato attivato un coordinamento con Presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e Agenzie di sicurezza per osservare la situazione e decidere il da farsi.
Nella serata di oggi, 24 aprile, avrà luogo il rimpatrio in Italia dalla base militare di Gibuti.
Giorgia Meloni che ha commentato: «dopo una giornata di trepidante attesa, tutti i nostri connazionali in Sudan che hanno chiesto di partire sono stati evacuati. Con loro ci sono anche cittadini stranieri. L’Italia non lascia nessuno indietro. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a questa operazione così difficile, in piena zona di combattimento, il mio plauso va al ministro degli Esteri Antonio Tajani e all’Unità di crisi della Farnesina, al ministro della Difesa Guido Crosetto, al Sottosegretario Alfredo Mantovano, al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, al comandante del Covi, il generale Francesco Paolo Figliuolo, al nostro ambasciatore in Sudan, Michele Tommasi, ai Servizi di Sicurezza. Voglio rinnovare anche in questa occasione il mio appello alla fine della guerra, all’apertura di un negoziato che conduca a un governo a trazione civile, il Sudan ha bisogno di pace».
Nella notte si sono concluse anche le operazioni di evacuazione di 343 cittadini giordani, che sono stati fatti atterrare ad Amman. Il portavoce del ministero degli Esteri giordano, Sinan al-Majali, ha spiegato che a bordo dell’aereo erano presenti anche anche alcuni palestinesi, iracheni, siriani e due tedeschi.
Intanto anche il Papa ha parlato di Sudan: «rimane purtroppo grave la situazione in Sudan. Perciò rinnovo il mio appello affinché cessi al più presto la violenza e sia ripresa la strada del dialogo. Invito tutti a pregare per i nostri fratelli e sorelle sudanesi». E l’Alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell ha twittato: «ho parlato con entrambi i generali Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo sollecitando un cessate il fuoco immediato. Ho inoltre insistito sulla necessità di proteggere i civili e di garantire l’evacuazione sicura dei cittadini dell’Ue». Mentre l’Unhcr denuncia: «il Ciad orientale ospita già oltre 400mila rifugiati dal Sudan e i nuovi arrivi stanno mettendo ulteriormente a dura prova i servizi e le risorse pubbliche del Paese, già sollecitate oltre misura», ci sono “milioni di persone in fuga nella regione” del Sudan e, secondo le stime, solo negli ultimi giorni tra le 10mila e le 20mila persone hanno raggiunto il Ciad. Le Ong Mediterranea e Sos Mediterranée hanno lanciato l’allarme, dato che “con la crisi in Sudan aumenteranno le partenze dei profughi“. Mediterranea spiega che “quello che sta accadendo aggrava una situazione di grande sofferenza per la popolazione civile e chiaramente spingerà le persone a spostarsi dal Paese” e Sos Mediterranée assicura che “a prescindere da dove vengono i profughi siamo pronti a salvarli“.
L’Onu ha comunicato che circa 700 persone, tra operatori dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e personale della Ong e delle ambasciate del Paese hanno raggiunto Port Sudan, sul Mar Rosso e sono pronte per essere evacuate. L’Onu ha inoltre specificato che il suo inviato, Volker Perthes, resterà in Sudan. Secondo i dati di una deputata inglese diffusi oggi nella Commissione esteri potrebbero essere ancora oltre quattromila cittadini europei nel Paese.
Intanto il sindacato medico “Ccsd” su Facebook scrive che il 69% degli ospedali che si trovano nelle aree degli scontri hanno sospeso i servizio, nella capitale e Stati federali dei 79 ospedali presenti 55 non sono funzionanti.
I soli 24 ospedali ancora “completamente o parzialmente operativi” sono “minacciati di chiusura a causa della mancanza di personale medico, forniture mediche, acqua ed elettricità“. Inoltre durante gli scontri “6 ambulanze sono state attaccate” e “ad altre non è stato permesso di passare per trasportare i pazienti e prestare soccorso“.
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: EPA/MOHAMMED ALI