Centinaia di account falsi gettano un’altra ombra sulla reputazione dell’azienda
Twitter non ha monitorato centinaia di bot filocinesi, che sono così riusciti a censurare i video e le testimonianze delle proteste in Cina. È quanto emerge da un’analisi del New York Times, che riporta in primo piano uno dei temi centrali prima e dopo l’acquisizione della piattaforma da parte di Elon Musk: gli account falsi.
C’è da dire che, come rileva il quotidiano statunitense, molti bot pubblicavano post in lingua cinese: difficili da arginare, se non hai una struttura adatta di cui Musk non dispone, visto che al di là delle dichiarazioni nelle settimane successive all’acquisizione dell’azienda ha dimezzato la forza lavoro del microblogging, ha sciolto il Trust and Safety Council del social e non ha fatto passi avanti nella lotta a questa “piaga digitale”.
L’analisi del quotidiano si unisce ai dati pubblicati in uno studio edito a inizio settimana da David Thiel, ricercatore dello Stanford Internet Observatory. Thiel ha esaminato milioni di tweet cercando 30 città cinesi e ha scoperto che i bot erano attivi prima dell’inizio delle proteste e continuavano dopo che le agitazioni erano diminuite. «Come spesso accade – ha spiegato in particolare a proposito delle proteste a Urumqi, Shanghai, Pechino e Guangzhou – le persone si sono rivolte a Twitter per saperne di più. Tuttavia, durante la ricerca dei nomi cinesi di queste città, molte persone hanno notato che le notizie sulle proteste erano difficili da trovare a causa di un diluvio di spam e contenuti per adulti che utilizzavano quei nomi di città come hashtag». D’altronde i costi e i tempi per mettere insieme una campagna di bot sono ridicoli: con 1400 dollari al mese è possibile creare una campagna pubblicitaria su Twitter che coinvolge 200 account bot, per 150 post l’uno pubblicati al giorno, cioè un post ogni 5-10 minuti.
di: Caterina MAGGI
FOTO: EPA/RITCHIE B. TONGO