Un’attentissima selezione dei copioni, sodalizi artistici di qualità e una seria attitudine al mestiere: sono questi gli ingredienti della ricetta perfetta che l’attore porta in scena da oltre 40 anni senza sbagliare un solo colpo

Nel 2019 l’Hollywood Reporter, il primo giornale di sempre a specializzarsi sulla Settima arte e testata di riferimento nel panorama statunitense, lo definiva “l’ultima star del cinema“. Non perché l’industria sia a corto di talenti, tantomeno di star, ma perché oggi il settore è dominato da un oligopolio informe, un “gruppo intercambiabile di attori [che] si veste regolarmente in spandex o brandisce una spada laser per l’ultimo guadagno miliardario“. Leonardo DiCaprio sembra essere sordo al canto da sirena del franchise. «Leo è il franchising».

«Puoi lavorare con un tecnico o un direttore di fotografia di 60 anni e sapere comunque che Leo ha trascorso più tempo sul set di quella persona, perché lui è sul set da quando aveva 6 anni» racconta il regista Baz Luhrmann che ha diretto DiCaprio in capolavori come Romeo + Giulietta di William Shakespeare e Il Grande Gatsby. In questi oltre 40 anni di carriera DiCaprio ha sempre mostrato un rispetto sacrale per il suo mestiere, un sogno covato fin da bambino: appena adolescente è già comparso in un programma televisivo per bambini, in diverse pubblicità e nella settima stagione della serie Genitori in blue jeans. Negli anni Leo tiene saldo il timone, senza perdere di vista il suo orizzonte in un mare dove i mulinelli del gossip, degli eccessi viziosi e dei soldi “facili” hanno inghiottito molti. Le idee chiare e una buona riserva di dedizione lo aiutano a sublimare un talento globalmente riconosciuto che, quando esordisce al cinema, deve scrollarsi di dosso (o meglio, cavalcare ma senza lasciare le briglie) l’aura del sex symbol per teenager.

È così che, dopo il successo di Titanic (1997), DiCaprio si trova a un bivio: da un lato il successo di pacchetti preconfezionati in pratiche saghe e garantiti da brand cinematografici assodati; dall’altro la strada più tortuosa del talento che, giovanissimo, lo porta a “farsi le ossa” al fianco dei mostri sacri del cinema: Danny Boyle, Martin Scorsese, con cui sigla un duraturo sodalizio artistico («è la musa perfetta, mi ha fatto ringiovanire» commenta entusiasta il regista alla loro prima collaborazione), Steven Spielberg, Jack Nicholson, Robert De Niro (con cui ha già lavorato all’età di 17 anni in Voglia di ricominciare), solo per citare alcuni colleghi della gavetta. A rendere eccezionale la scelta della strada in salita è il responso dell’oracolo ultimo del cinema, il botteghino, che non si limita ad apprezzarne l’ambizione ma lo consacra come una scommessa sempre vincente. Non mina la sua popolarità nemmeno il fatto che la sua ultima apparizione in televisione risale al 1992. Sul grande schermo è anche grazie a ruoli eccentrici e megalomani che DiCaprio si impone nell’immaginario collettivo. Lo abbiamo visto, trasversalmente celebrato, nei panni dell’ambizioso broker miliardario Jordan Belfort (The Wolf of Wall Street), dell’intraprendente Frank Abagnale Jr. in Prova a prendermi di Spielberg. A 28 anni ha già scritto un’altra pagina della storia del cinema, calandosi nella malavita organizzata della Grande Mela come Amsterdam Vallon in Gangs of New York, primo epico sodalizio con Scorsese. Impossibile non menzionare l’infiltrato Billy Costigan in The Departed, l’agente federale Edward Daniels, insieme a Chuck Aule (Mark Ruffalo) sull’isola di Shutter Island, in un thriller psicologico firmato ancora una volta da Scorsese, o l’”estrattore di segreti” Dom Cobb nell’onirico Inception di Christopher Nolan. Pleonastico parlare di successo quando si pensa alle collaborazioni con Quentin Tarantino, da Django Unchained a C’era una volta a Hollywood. A imprimere il suo nome nell’olimpo degli attori contemporanei però non sono solo eccellenti partnership e ruoli eccentrici: ripercorrendo la sua carriera, dagli albori ai giorni nostri, con sensibilità, versatilità e un perfezionismo quasi maniacale DiCaprio intreccia sapientemente e dipinge con minuzia di particolari vizi e virtù la società americana, dall’Ottocento a oggi. Il “bel faccino” che sembrava destinato (condannato?) a incarnare l’idolo teen delle commedie romantiche decide invece di calarsi nei meandri dell’umanità occidentale, fra successi acclamati e pellicole bersagliate dalla critica. Ogni volta DiCaprio aggiunge al grande puzzle del cinema un tassello tridimensionale e sfaccettato: la solitudine di un amore idealizzato, l’aria rarefatta della provincia continentale, l’ambizione più secolarizzata, l’urgenza di libertà.

Il prodigio inizia nel 1993 quando DiCaprio, all’età di 19 anni, riceve la sua prima nomination all’Oscar come Miglior attore non protagonista in Buon compleanno Mr. Grape. Il film di Lasse Hallström si svolge a Endora, “un posto dove non succede niente e non succederà mai niente“. DiCaprio è Arnie, giovane autistico affidato alle cure del fratello maggiore Gilbert (Johnny Depp), che prende le veci della madre gravemente obesa e chiusa in casa da 17 anni, dopo il suicidio del marito. La signora Grapetrascorre le sue giornate fumando, mangiando e guardando la tv, in un mondo rurale e rarefatto. È qui che, per un provvidenziale guasto al camper della nonna, approda Becky (Juliette Lewis), ambasciatrice di amore e speranza per i fratelli Grape, due freaks di provincia in balia degli eventi che non accadono in una provincia povera e sbiadita. Così, la pellicola è grottesca e delicata allo stesso tempo. La disabilità di Arnieè incompresa, dai medici che non avevano nemmeno predetto la sua sopravvivenza fino al 18esimo e dalla stessa famiglia che si adagia sulla responsabilità del fratello maggiore. Sullo sfondo, un centro commerciale che sta per aprire e spazzare via la piccola drogheria locale racconta l’impietosa avanzata del mondo industrializzato in una periferia non ancora pronta. DiCaprio, invece, è già prontissimo nei panni di un personaggio complesso che modella ricostruendo da zero una mimica facciale e una presenza fisica degne del professionista più navigato.

«La natura per me è sempre stata un mezzo per salvarmi» racconta a Forbes in occasione dell’uscita di Don’t Look Up di Adam McKay. In questa pièce tragicomica DiCaprio, professore di astronomia, scopre che un asteroide dal potenziale distruttivo sta per impattare la terra e cerca (invano) di avvertire il mondo che però fa orecchie da mercante. Proponendo una riflessione critica sul rapporto fra media, scienza e scetticismo, l’attore è particolarmente a suo agio nei panni del sensibilizzatore delle masse: parallelamente alla sua carriera nel cinema, negli anni DiCaprio si è costruito una solida reputazione anche come ambientalista, staccando di parecchi metri (anni) l’insopportabile processo di greenwashing nei media e militando in prima linea, innanzitutto come preparato entusiasta di tematiche naturalistiche. In questa sua passione l’attore mette il carburante che la sua professione gli procura a pacchi: denaro e visibilità. Nel 1998 fonda la Leonardo DiCaprio Foundation per finanziare innumerevoli progetti, di tasca propria o coinvolgendo i suoi colleghi in aste di beneficenza. Al centro della sua campagna che oltre a divulgare investe in progetti concreti ci sono il cambiamento climatico, una tematica sulla quale racconta di essere stato sensibilizzato direttamente dall’ex vicepresidente Usa Al Gore, e la biodiversità della foresta Amazzonica. Non perde occasione di portare anche sul grande schermo la questione ambientale, con documentari di cui si fa voce narrante, protagonista e produttore; Cowspiracy (2014), Punto di non ritorno (2016), L’11esima ora (2017) e Ice on Fire (2019) sono solo alcuni. Il tema della natura è uno dei fili rossi della carriera di DiCaprio sin dai tempi di The Beach (2000), titolo controverso tanto per l’accoglienza della critica quanto per gli intenti. Il film vuole raccontare, con tutto il disincanto che ci si aspetta dal regista Boyle, la contrapposizione fra il caos alienante dell’industrializzazione e l’eterno miraggio di una vita più primitiva e genuina in un eden incontaminato, ma il vizio di fondo attraversa la quarta parete: le riprese del film scatenano le polemiche, con la troupe che danneggia il delicato ecosistema delle isole Phi Phi (lo stesso DiCaprio assicura alle autorità il pieno ripristino dell’ambiente mentre Fox paga le spese). Nel 2018 il film ha ormai trasformato le bianche spiagge della Maya Bay in una delle mete più gettonate al mondo e le autorità del Parco nazionale sono costrette a chiudere l’accesso all’isola per riparare i danni del turismo di massa – happy ending: le isole sono di nuovo visitabili dal 2022 anche se (per fortuna) con rigide restrizioni. La pellicola, in compenso, è impreziosita da una colonna sonora d’autore firmata da Angelo Badalamenti, il “braccio destro” di David Lynch, col tocco underground di New Order, Moby, Blur, Underworld e The Chemical Brothers, fra gli altri. Una scelta coerente del regista che guida la trasposizione cinematografica di un pilastro della cultura new age, l’omonimo romanzo sulla controcultura di Alex Garland.

Tutt’altro quadro in tutt’altra cornice quello che nel 2013 riporta DiCaprio protagonista al cinema, dopo lo spietato latifondista Calvin J. Candie antagonista di Jamie Foxx nella versione di Django riscritta da Tarantino nel 2011. Siamo negli anni Venti, ruggenti e decadenti, e DiCaprio porta in scena il quarto remake del grande classico della letteratura statunitense di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby. Rispetto alla precedente con Robert Redford e Mia Farrow, questa versione diretta da Luhrmann con Carey Mulligan e Tobey Maguire bissa solo il Premio Oscar per i costumi che, insieme alla colonna sonora, sono gli unici elementi univocamente celebrati dalla critica. La pellicola, secondo gli addetti, non riesce a centrare l’anima più intimistica e amara del romanzo di Fitzgerald. Nonostante questo, l’iconica immagine di Jay Gatsby che brinda ammiccante con un gin rickey a base di bourbon e gin aromatizzato al limone è già nei manuali di storia. Un DiCaprio finemente esteta preconizza l’imminente crollo del sogno americano, ridotto ad una festa frivola ed eccentrica. All’orizzonte c’è già il muro della Grande depressione mentre il protagonista, un losco miliardario, cela dietro al suo dandismo un patto col diavolo – i gangster degli speakeasy newyorkesi – e tenta invano di riempire con il denaro il vaso rotto dell’amore per Daisy. Un amore sbiadito nel passato di cui non è rimasta che una luce verde, il ricordo idealizzato di un’epoca al tramonto. Nei panni di Gatsby DiCaprio è enigmatico e malinconico, affamato di amore e solo. «Gatsby è uno di quei personaggi iconici perché può essere interpretato in tanti modi – racconterà poi l’attore: – un romantico senza speranza, un folle completamente ossessionato o un pericoloso gangster aggrappato alla ricchezza».

Nel 2016 Julianne Moore gli consegna la prima e ad oggi unica statuetta dorata degli Academy Awards, unanimemente considerata come un (tardivo) riconoscimento più che come un coronamento vero e proprio. A valergli l’Oscar come Miglior attore protagonista è The Revenant di Alejandro González Iñárritu che fa incetta di applausi, vincendo anche nelle categorie Miglior Regia e Miglior fotografia. Il film racconta la storia di Hugh Glass, esploratore e cacciatore di pelli statunitensi nato nel 1783, una figura realmente esistita la cui biografia oscilla fra mitologia e realtà e ricordato soprattutto per un’infausta battuta di caccia fra le gelide sorgenti del Missouri quando viene aggredito da un orso grizzly e lasciato agonizzante dai compagni senza armi né viveri, sopravvivendo, si narra, dopo essersi trascinato per 320 km. Una storia che richiedeva una buona dose di crudismo per essere raccontata: il regista sceglie lunghissimi piani sequenza girati interamente con le luci naturali, un “vezzo” di realismo che ha ulteriormente prolungato i tempi delle registrazioni durate 9 mesi. Le riprese mettono a prova l’intera troupe, con le durissime condizioni climatiche che arrivano a sfiorare i -40° nella gelida provincia canadese della Columbia Britannica; lo stesso DiCaprio ha affermato in seguito di aver rischiato in più occasioni l’ipotermia e di aver girato molte scene febbricitante: la bronchite non è un ostacolo ma l’ennesimo stimolo a spingersi oltre il mero compito recitativo e lo aiuta a proiettare sullo schermo tutto il tormentato travaglio del protagonista, provato dal gelo e dalle ferite. Il risultato finale è crudo, inclemente, brutale: autentico. Difficile rimanere impassibili, anche grazie al fascino incontaminato e irripetibile attraverso un green screen, catturato dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, l’unico ad aver vinto per tre volte consecutive il premio Oscar nella sua categoria.

A proposito di crudismo e immedesimazione, non manca fra i critici di Hollywood, esperti di tutto e appassionati di niente, chi punta il dito contro l’abuso del metodo Stanislavskij, la tecnica di recitazione per la quale un attore non sveste mai i panni del proprio ruolo, nemmeno a telecamere spente, per portare a compimento una sovrapposizione il più aderente possibile fra persona e personaggio. È la provocazione lanciata, ad esempio, dall’editorialista del Guardian e sceneggiatrice Hadley Freeman secondo cui la tecnica dell’impersonificazione completa tocca nel cinema di oggi vette di “assurdità pretenziosa, performativa, narcisistica”. Da un lato è sì “performativo” il fatto che Leo, che sarebbe orientato verso una dieta vegana, abbia realmente mangiato fegato crudo di bisonte non reputando la preparazione “riprodotta” abbastanza realistica. Così potremmo dire anche del fatto che quella in cui trova riparo dal freddo nel bel mezzo di una bufera è una carcassa di cavallo vera. Allo stesso tempo, però, uscire dalla propria comfort zone perché si prende (molto) sul serio il proprio lavoro non può essere considerato narcisistico, tanto più se il proprio mestiere richiede l’immedesimazione tridimensionale in un personaggio, nei suoi bisogni, nel suo stato d’animo, nelle sue condizioni fisiche: «potrei nominare 30 o 40 scene che sono state tra le più difficili che mi sia mai capitato di girare» racconta lui stesso durante la promozione del film. Tanto che secondo molti critici è proprio lo spirito di abnegazione dimostrato ancora una volta da DiCaprio ad assicurargli l’Oscar, più che un’interpretazione manualistica o retorica.

Discreto e immerso tra le righe della sua vita privata, considerando il suo status e con buona pace delle civette che ricamano sulle sue compagne 20enni (mai oltre i 27, precisa qualche maligno), a ottobre DiCaprio tornerà sul grande schermo, diretto ancora una volta da Scorsese in Killers of the Flower Moon. Secondo le (poche) indiscrezioni si tratterà di un crime drama di tre ore e 20 minuti su un gruppo di nativi americani negli anni Venti in Oklahoma che consacrerà anche il ritorno sulle scene di Brendan Fraser, insieme a Robert De Niro e Jesse Plemons. Gli ingredienti ci sono tutti e le agenzie di scommesse sugli Oscar 2024 si sono già messe l’anima in pace.