La chiarezza e la comunicazione efficace dovrebbero essere l’obiettivo di chi fa politica, perché il bene comune dovrebbe poter essere inteso da tutti

Nel libro di Frank Philipp Einstein: His Life and Times del 1972, Ronald W. Clark riporta un aneddoto che contiene una citazione che avrà molto successo negli anni successivi: «Einstein, avendo un’ultima discussione con de Broglie sul binario della Gare du Nord a Parigi, da dove erano partiti da Bruxelles per partecipare alle celebrazioni del centenario di Fresnel, disse che tutte le teorie fisiche, a parte le loro espressioni matematiche, dovrebbero prestarsi a una descrizione così semplice “che persino un bambino potrebbe capirle”». Deriva più o meno da qui la celebre frase del fisico e filosofo Premio Nobel 1921 “se non sai spiegarlo a un bambino di 6 anni, non l’hai capito neanche tu”; qualche anno più tardi, nel 1977, sulle pagine della rivista Reader’s Digest a Einstein venne attribuita un’altra frase che può apparire in contraddizione: “tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non semplificato”.

Si tratta, come visto, di due frasi riportate ed è dunque impossibile scoprire se Einstein le abbia effettivamente dette, se il fisico intendesse fare una dissertazione epistemologica o solo dare una risposta sagace. Risulta evidente che dire “prova a passare cinque minuti con una persona che ami e cinque minuti con una che detesti” non è equiparabile a dire che “in fisica la dilatazione del tempo, in accordo con la teoria della relatività ristretta, è il fenomeno per cui la durata di un medesimo evento risulta maggiore se misurata in un sistema di riferimento in moto rispetto a quello assunto come solidale con l’evento. La dilatazione temporale diventa rilevante solo se la velocità relativa tra i due sistemi di riferimento è una frazione significativa (>10%) della velocità della luce nel vuoto”. È altresì evidente però quale definizione proporre di fronte a un bambino di 6 anni o a una conferenza di fisici e soprattutto che non è possibile ridurre un concetto complicato a qualcosa di semplice se di quell’argomento non si ha la massima padronanza. A queste osservazioni si può aggiungere che, come sosteneva Galileo Galilei nel Considerazioni al Tasso,“parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi” e come ribadisce il principio metodologico del rasoio di Occam entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, ovvero, “non bisogna moltiplicare gli elementi più del necessario”.

Per essere compresi, insomma, è necessaria la chiarezza, per essere chiari è necessario non essere inutilmente ridondanti – quel “less is more” dell’architetto e designer tedesco Ludwig Mies van der Rohe per voler essere più moderni – e barocchi. Con queste premesse fa, quantomeno, sorridere che ci sia ancora qualcuno che veda nell’esposizione ricca di vocaboli ricercati e poco comuni un modo per esprimere brillantemente le proprie idee. Per fare un esempio pratico, dire: «di fronte a questo cambiamento di paradigma, la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare. L’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della ipertecnologizzazione, e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro intese come una minaccia», anziché «di fronte a una accelerazione di tutti i processi di trasformazione e di fronte alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, dell’intervento che trasforma anche la linearità dell’essere umano, cioè di fronte alle frontiere tecnologiche che stiamo vivendo, bisogna evitare l’apologia, bisogna evitare di pensare che la tecnica risolverà tutti i nostri problemi; e così l’atteggiamento apocalittico di chi ritiene che questo significhi un post-umano, la distruzione dell’umano» (la prima citazione è presa dal discorso di presentazione delle linee programmatiche del neo nominato ministro dei Beni culturali Alessandro Giuli durante un’audizione alle commissioni Cultura di Camera e Senato, la seconda ne è la “traduzione” del filosofo Massimo Cacciari intervistato da Luca Sommi).

Evidentemente un bambino di 6 anni avrebbe ancora grandi perplessità in merito a questi concetti, che però venendo asciugati e resi più comprensibili, divengono immediatamente più accessibili.

In Omero il termine greco νοῦς (nous) – traducibile con “intelletto”, parola composta da intus e lègere ovvero “leggere dentro”, o da inter e lègere, nel senso di “raccogliere, scegliere” – indica l’organo sede della rappresentazione delle idee chiare, la “comprensione”. Comprendere un concetto, averlo fatto proprio, è dunque intimamente collegato alla frase di Einstein a proposito dello spiegare un concetto a un bambino. Chiaramente la platea di fronte a Giuli non è composta da bambini e il significato del discorso non è così difficilmente comprensibile, resta però una domanda: perché? Perché aggiungere gradi di difficoltà anziché toglierli? Perché chiudere la cultura nell’elitarismo e non permettere di abbracciarla a un pubblico più ampio? Inoltre, è la presentazione delle linee programmatiche di un ministero la sede opportuna per un discorso di questo calibro?

Niccolò Tommaseo, a cui dobbiamo il risorgimentale Dizionario della Lingua Italiana, definisce la chiarezza come “quel giudizioso ordine d’idee, e quella scelta di parole proprie e loro natural collocamento, per cui le cose esposte sono chiaramente intese da chi ascolta o legge”. Esporre chiaramente le proprie idee, soprattutto se chi le espone ricopre importanti ruoli politici e soprattutto se quelle idee andranno a impattare sulle vite di numerosissime persone, significa abbracciare la collettività e non chiudersi all’interno di un ambiguo castello inaccessibile ai più.

Per Pericle la politica era “l’arte di vivere insieme” e alla base del vivere insieme non vi può che essere la comprensione, la chiarezza, il rendere tutto “il più semplice possibile” senza banalizzarlo e senza semplificarlo. “Semplicemente” rendendolo accessibile.