Il principe saudita bin Salmān Āl Saʿūd si propone all’Occidente come una figura nuova di monarca e in Medio Oriente cerca di mettere a segno una partita storica, mentre le voci critiche non fanno che aumentare

Nel 2015 il settimo re dell’Arabia Saudita, Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, nomina viceprincipe ereditario l’ottavo dei suoi 13 figli, Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, decidendo la linea di successione per i decenni a venire; si tratta di una cosa non da poco per l’Arabia Saudita, dove la discendenza fino a quel momento non era tramandata di padre in figlio, quanto di fratello in fratello. Questa storia è, però, molto di più di una storia di reali e discendenze al trono, di re e principi che si avvicendano. È la storia di una monarchia che vuole mostrare un volto giovane e riformatore, per nascondere sotto il tappeto la repressione interna e la mancanza di diritti civili.

Andiamo con ordine. In politica il principe Moḥammad entra nel 2009, affiancando in qualità di consigliere speciale suo padre quando, non ancora re, era governatore della provincia di Riyad. La carriera di Moḥammad bin Salmān è rapida: nel 2015, con la successione al trono del padre alla morte di re ʿAbd Allāh, il giovane principe dismette i panni di Capo della Corte del Principe della Corona e di Segretario Generale della Corte Reale dell’Arabia Saudita, mantiene invece l’incarico come Ministro della Difesa e di Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo (carica che mantiene tutt’oggi). Dal 2015 al 2017 è Vice Principe della Corona e Secondo Vice Primo ministro, dal 2017 al 2022 Vice Primo Ministro e il 28 settembre 2022 viene nominato dal re Primo Ministro.

Moḥammad bin Salmān in qualità di ministro della Difesa ha organizzato e gestito un’operazione di bombardamenti in Yemen contro le milizie degli Houthi, l’Operazione Tempesta Decisiva, con l’obiettivo di riportare ordine nella zona settentrionale del Paese dove gli Houthi avevano preso potere alle dimissioni del presidente Abdrabbuh Mansur Hadi. Guidando la coalizione pan-GCC (Gulf Cooperation Council) dal marzo 2015 bin Salmān contava di eliminare i ribelli in fretta, ma la guerra, che voleva essere decisiva per stroncare l’influenza iraniana nello Yemen, si è rivelata lunga e di logoramento (e causa di frizioni interne, soprattutto per via del lancio di un intervento mentre il ministro della Guardia nazionale saudita Mutaib bin Abdullah Al Saud si trovava all’estero ed è stato di fatto escluso dalle decisioni). Oltre alle pesanti sconfitte e le perdite significative, la prima mossa come ministro della Difesa del principe si macchia anche, secondo uno studio britannico, di bombardamenti su scuole e ospedali e un terzo degli attacchi ha colpito obiettivi civili. Proprio la questione degli Houthi è al centro del difficile ruolo dell’Arabia Saudita in merito al conflitto in Medio Oriente scoppiato a seguito dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 a Israele. Per fare chiarezza sulle dinamiche mediorientali va ricordato che per via di una vicinanza etnica e religiosa l’Arabia Saudita ha appoggiato e sostenuto la causa palestinese, anche di fronte a differenze significative, come la visione politica laica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L’Arabia Saudita – proprio per la sua visione rigidamente religiosa (di corrente sunnita wahabita) e dato che da anni si muove politicamente per imporsi come guida politica e morale all’interno del mondo sunnita – guarda in particolar modo alla gestione di Gerusalemme, terza città santa per l’Islam per importanza (dopo le saudite La Mecca e Medina). Le cose si complicano perché, nonostante a Gaza il governo sia in mano a un soggetto islamista, Hamas è un alleato dell’Iran, storico avversario dell’Arabia Sauita (in quanto i due Paesi si contendono l’egemonia sulla regione). Inoltre, la visione dell’islamismo politico di Hamas è molto vicina a quella del movimento dei Fratelli musulmani che vede nella lotta al clero e alla politica wahabita un elemento costitutivo.

Seguaci del movimento Houthi durante le manifestazioni in Yemen a sostegno di palestinesi e libanesi dopo gli attacchi israeliani, ottobre 2024. Crediti: Osamah Yahya/ZUMA Press Wire

Come anticipato, anche la questione Houthi rappresenta un problema per l’Arabia Saudita nel perimetro del conflitto tra Israele e Hamas. La guerra in atto tra Riyad e la milizia yemenita è stata “congelata” per via della vicinanza degli Houthi a Gaza, nonostante per l’Arabia Saudita permanga come punto centrale della politica estera (e anche della sicurezza interna) l’eliminazione degli Houthi (che, va ricordato, sono uno dei principali sostenitori dell’Iran); un equilibrio precario che ha impedito al governo saudita di partecipare in forma attiva alla coalizione navale anti-Houthi a guida statunitense e britannica.

Ad aggiunta di tutto ciò ci sono anche i rapporti tra Arabia Saudita e Israele. Nonostante Riyad non abbia mai riconosciuto lo stato ebraico (e non abbia firmato gli Accordi di Abramo, che normalizzano per la prima volta le relazioni tra un Paese arabo – gli Emirati Arabi Uniti – e Israele), i rapporti si sono distesi nel corso degli anni, con un avvicinamento informale causato da significativi interessi economici condivisi dai due Paesi. Gli analisti del The Soufan Center (TSC) avevano prospettato (sembrava vicino, prima del 7 ottobre) il possibile riconoscimento formale di Israele da parte dell’Arabia Saudita che da un lato avrebbe aperto uno scenario del tutto nuovo nella regione, rappresentando per Israele la possibilità di iniziare a relazionarsi apertamente con una cospicua parte dei Paesi arabi e islamici; dall’altro avrebbe potuto portare alla fine della situazione duale tra Arabia Saudita e Israele che sono formalmente ostili e contemporaneamente alleati con gli Stati Uniti (in ottica anti-iraniana).

La possibilità di dare vita a una coalizione israelo-sunnita a guida statunitense sarebbe stata una delle migliori armi alla lotta all’Iran e di conseguenza agli Houthi, dando una spinta alle politiche saudite. Un’alleanza strategica con Israele, per l’Arabia Saudita, sarebbe necessaria anche per i piani del regno che intendono rendere l’area una delle più prospere ed economicamente avanzate del pianeta. Il governo saudita, dunque, ben consapevole che la realizzazione dei propri obiettivi strategici ed economici passi dalla normalizzazione dei rapporti con Israele è parimenti consapevole che una decisione di questo genere provocherebbe enormi conseguenze sia in ambito internazionale, sia in ambito interno. Con la guerra tra Israele e Hamas in atto Riyad ha colto l’occasione di giocare una nuova partita ponendosi come interlocutore e possibile negoziatore di una risoluzione del conflitto. L’Arabia Saudita infatti si è posta l’obiettivo di fare tutto il possibile per conquistare non solo la pace nella regione, ma indirettamente anche la normalizzazione dei rapporti diplomatici con lo Stato ebraico – presentati al momento come “necessari” – così da arrivare al risultato di normalizzare i rapporti con Israele senza, spera, provocare le conseguenze nefaste di cui sopra. Se Riyad riuscirà a giocare le sue carte potrebbe conquistare una doppia vittoria scambiando il riconoscimento formale di Israele con la creazione effettiva di una statualità palestinese. Chiaramente i sogni sauditi si scontrano con la realtà dei fatti dei numerosi documenti rispediti al mittente di Israele e Hamas, ma l’obiettivo di Riyad è quello di instaurare un programma su lungo periodo che, portando alla formazione di uno Stato Palestinese garantisca un allontanamento di Hamas (fattore necessario per essere accettato da Israele) e di conseguenza dell’Iran come ascendente sulla Palestina, ponendo l’Arabia Saudita tra i garanti del processo di costruzione dello Stato di Palestina e garantirsi così un posto in prima fila nella enorme ricostruzione necessaria a Gaza.

Il principe Moḥammad bin Salmān accolto dal presidente francese Emmanuel Macron durante una visita nel 2022. Le organizzazioni internazionali hanno spesso criticato i leader occidentali per la loro incapacità di riconoscere il clima di repressione in Arabia Saudita

Al momento una qualsiasi risoluzione sembra più lontana che mai e chiaramente in questa storia i “se” e i “ma” abbondano. La stessa cosa si può dire di Moḥammad bin Salmān. Il principe infatti si propone come volto nuovo di quell’Arabia Saudita che ha grandi progetti – nel 2016 Moḥammad ha presentato il progetto Vision 2030 che ha come obiettivo l’indipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio – eppure il nuovo che avanza, nonostante i tentativi di dare un’immagine pulita di sé, non riesce a celare tutte le ombre che lo inseguono.

Ad esempio nel 2017 per ordine di Moḥammad bin Salmān vennero arrestate centinaia di personalità saudite, tra cui ministri, principi e diversi grandi imprenditori. Il principe parlò di un’operazione anticorruzione, ma a ben vedere si trattava di suoi rivali e la loro eliminazione comportava una consolidazione del suo potere. L’anno successivo, dopo aver ricevuto il plauso occidentale per aver eliminato la norma che impediva alle donne di guidare, un’altra pesante questione si lega al principe: l’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Ahmad Khashoggi. Il reporter aveva in più occasioni criticato sia il principe sia il re e si era detto contrario alla guerra in Yemen, l’anno prima del suo omicidio aveva lasciato l’Arabia Saudita, autoimpenendosi l’esilio a seguito del “bando” da Twitter che il giornalista faceva risalire al governo saudita. Nell’ottobre del 2017 era entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul per ottenere documenti relativi al suo matrimonio e non aveva mai lasciato l’edificio. La polizia turca, a seguito di indagini e ispezioni, sostenne che si trattasse di omicidio, svoltosi entro le mura del consolato, mentre i funzionari sauditi assicurarono che Khashoggi se ne fosse andato da un’uscita secondaria, senza venir ripreso da nessuna telecamera. Il coinvolgimento del principe Moḥammad bin Salmān come mandante dell’omicidio nel novembre 2018 venne decretato anche da un’indagine della CIA; nel quinto anniversario della morte la segretaria generale di Amnesty International, Agnés Callamard, scrisse in una nota: «la sparizione forzata, la tortura e l’esecuzione extragiudiziale di Jamal Khashoggi sono crimini di diritto internazionale sui quali devono esserci indagini e processi in ogni stato del mondo attraverso la giurisdizione universale. È incredibile che invece di sollecitare giustizia per questo assassinio, la comunità internazionale continui a srotolare il tappeto rosso per i leader sauditi in ogni occasione, ponendo gli interessi diplomatici ed economici al di sopra dei diritti umani». Nel 2019 infatti le autorità dell’Arabia Saudita chiusero il procedimento giudiziario intorno all’omicidio del giornalista con 8 condanne in un processo a porte chiuse che non fece realmente chiarezza sull’accaduto; proprio Agnés Callamard, all’epoca Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, dichirò di avere prove credibili del fatto che Jamal Khashoggi era stato vittima di “un’uccisione extragiudiziale premeditata, di cui lo Stato dell’Arabia Saudita è responsabile”.

Manifestazione davanti al consolato saudita di Istanbul nel secondo anniversario della morte del giornalista Jamal Khashoggi, ottobre 2020

Nonostante Moḥammad abbia tentato di allontanare ogni voce in merito a un suo possibile coinvolgimento, la repressione in Arabia Saudita è comunque un serio problema, soprattutto per un leader politico che vuole presentare il Paese in modo più progressista e moderno così da attrarre investitori e migliorare i rapporti di politica estera. Come riporta un articolo di Le Monde che cita l’agenzia di stampa AFP, nel 2022 le condanne a morte sono state 138, l’anno precedente erano state 69, numero cresciuto ancora nel 2023 dato che secondo un rapporto redatto sempre da AFP sono state giustiziate almeno 172 persone.

Dal 2015, anno di ascesa di re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd e del principe Primo Ministro Moḥammad bin Salmān, sono state circa 1.257 le persone giustiziate, con una media di 140 persone uccise all’anno. L’anno scorso aveva fatto discutere la richiesta di pena di morte per Awad Al-Qarni, professore di diritto 65enne arrestato nel 2015 con l’accusa di essere un predicatore, dopo che sui canali social Intagram e Twitter e su WhatsApp aveva diffuso discorsi “ostili” al regime. Amnesty International riporta anche la storia di un altro insegnante, il 54enne Mohammed bin Nasser al-Ghamdi condannato a morte sempre per la sua attività online, come ha spiegato il direttore delle ricerche di Amnesty International sul Medio Oriente e l’Africa del Nord, Philip Luther, “le autorità saudite stanno spendendo miliardi di dollari per riabilitare la loro immagine, ma non c’è somma in grado di nascondere quando sia diventato repressivo il loro Paese. La condanna di al-Ghamdi, che ha sì e no 10 follower, è un altro segnale dell’aumento del giro di vite contro ogni forma di dissenso”. L’uomo aveva pubblicato post di critica verso il re e il principe, chiesto la scarcerazione di esponenti religiosi e criticato l’aumento dei prezzi in Arabia Saudita. Secondo il fratello del 54enne, l’esperto in Islam critico verso il governo saudita che vive in esilio nel Regno Unito, Saeed bin Nasser al-Ghamdi, la condanna di Mohammed sarebbe una ritorsione nei suoi confronti. In ogni caso non si tratta di un fatto isolato: da uno studio di Amnesty International, nel solo 2022 almeno 15 persone in Arabia Saudita sono state condannate a pene dai 10 a 45 anni per il loro utilizzo dei social.

Cartellone pubblicitario per la promozione del progetto VISION 30, programma strategico lanciato dall’Arabia Saudita per ridurre la dipendenza dal petrolio e diversificare l’economia del Paese

Nonostante dunque il principe Moḥammad bin Salmān si faccia promotore di un Paese moderno e con una interpretazione dell’Islam meno radicale – il principe al Future investment initiative nel 2017 disse che “torneremo a essere ciò che eravamo prima, a un Islam tollerante e moderato, che sia aperto al mondo e a tutte le religioni e alle tradizioni dei suoi popoli” assicurando che “non sprecheremo i prossimi 30 anni della nostra vita avendo a che fare con idee estremiste. Le aboliremo oggi, immediatamente. Vogliamo vivere una vita normale, una vita che rifletta la nostra religione tollerante e le nostre buone abitudini e tradizioni in modo da convivere con il mondo e contribuire allo sviluppo della nostra nazione e del mondo” -, la responsabile per il monitoraggio e advocacy dell’organizzazione umanitaria ALQST for Human Rights, Lina Alhathloul, lancia un monito: «l’Occidente crede alla narrazione del principe ereditario Moḥammed bin Salman e non sa, o fa finta di non sapere, che oggi l’Arabia Saudita reprime ogni tentativo di riforma o ribellione attraverso persecuzioni, sparizioni, torture. Anche solo per un post sui social media. E l’Europa non sa, o fa finta di non sapere, che a causa di tutti gli investimenti fatti dal regno saudita in futuro potrebbe pagare un prezzo molto alto riguardo alla propria libertà». L’Occidente dunque deve decidere da che parte stare: ignorare la situazione o esserne connivente.