170 anni fa nasceva il dandy più famoso d’Inghilterra, l’indimenticabile Oscar Wilde. La sua penna ha incantato generazioni di lettori e ha travalicato i confini del tempo, ma chi era davvero il “papà” di Dorian Gray?
Di Oscar Wilde si è detto davvero di tutto. Lo si è definito geniale e impertinente, gli si è data l’etichetta di “dandy”, di “pioniere”, di “femminista”, qualcuno oggi lo considera persino il “primo influencer della storia”. Famoso per le sue opere tanto quanto per il suo essere, è un caposaldo della letteratura inglese, Paese dove è cresciuto benché fosse nato in Irlanda, ma è anche un’icona che non ha mai avuto, in vita, il riconoscimento che avrebbe meritato. Nel tracciare la storia di Oscar Wilde, di cui quest’anno celebriamo il 170esimo compleanno, viene dato pochissimo spazio ai suoi ultimi anni di vita; non si sa quasi nulla del Wilde che denuncia le condizioni delle galere inglesi tramite lettere che poi contribuiranno a rendere possibile la riforma delle carceri; non si sa quasi nulla del modo in cui combatté per i diritti civili delle persone omosessuali. Non si sa quasi nulla nemmeno dell’Oscar Wilde marito, padre, e non si parla abbastanza della sua ultima opera, scritta in carcere e ultimata in Italia. C’è uno spartiacque nella storia che viene raccontata tradizionalmente su Wilde: l’infanzia dorata, l’adolescenza trasgressiva e la prima parte della vita adulta trascorsa negli agi, nei vizi, la penna che vibrava in mano rapida e pungente come la sua lingua che incantava il pubblico, abile oratore qual era. Ma ci si affretta sempre sulle parti più tristi e meno conosciute della sua esistenza. Eppure anche queste raccontano una verità, è una storia nella storia potremmo dire, e per conoscerla vale la pena accostarsi alla porta e osservare da quello spioncino, perché è il Wilde segreto che oggi, forse, vale davvero la pena di ammirare.
Nel 1884, a Londra, Oscar Wilde è all’apice del successo. È uno scrittore affermato, è richiesto nei migliori salotti culturali della città, è l’uomo del momento: bello, elegante, raffinato, tutti vogliono parlare con lui, tutti vogliono la sua opinione, la sua energia e la sua creatività paiono inesauribili. Mentre gli occhi della società lo inseguono, i suoi sono fermi su un personaggio piuttosto eclettico: Alfred Douglas è giovane, viziato, insolente, passa le sue giornate a giocare d’azzardo e flirtare con altri esponenti dell’alta società, e tra lui e Wilde si instaura una tensione sensuale a cui molto presto l’irlandese cede, benché sia ancora sposato con Lady Constance Lloyd. La sua omosessualità non è un segreto a Londra ma, nonostante sia considerata un reato, la società è disposta a “tollerare” quelli che vengono definiti “vizi” dell’élite londinese. Oscar e Alfred però sono sempre più sfacciati e il padre di quest’ultimo, il marchese di Queensberry, venuto a conoscenza della relazione scrive un biglietto a Wilde nel quale gli dà del “ruffiano” e del “sodomita”. Invece di lasciar cadere la questione, lo scrittore denuncia Queensberry per diffamazione, convinto di poter vincere la causa. Non va così e non solo il marchese viene assolto ma poche ore dopo la sentenza Wilde viene arrestato e condannato a due anni di prigionia e lavori forzati per “indecenza grave”.
Quando le porte della galera britannica si chiudono alle sue spalle, inizia un nuovo capitolo della sua vita: il più buio, il più difficile. In quegli anni Wilde conobbe di persona la durezza del modello carcerario dell’Inghilterra della regina Vittoria. Perse molti chili in poco tempo, la sua salute peggiorò; un giorno, nella cappella svenne e riportò seri danni all’orecchio destro. Quest’ultimo avvenimento e l’attenzione mediatica sul suo caso gli valsero un miglioramento nelle condizioni di vita: cambiò carcere due volte e infine gli vennero fornite carta e penna, con cui poté scrivere quella che sarebbe diventata una delle sue migliori opere in prosa, una lunga e amarissima lettera a Douglas, da lui chiamato Bosie, che mai era andato a trovarlo peraltro: il De Profundis. «Fu un periodo difficile. Gli amici cercavano di aiutarlo, si rivolsero persino all’allora primo ministro, ma la verità è che in galera Wilde non godeva di trattamenti di favore, anzi. Era considerato un “diavolo”, per la morale vittoriana. A stargli vicina rimase solo la moglie, lady Constance Lloyd», ci spiega la professoressa Laura Guglielmi, autrice del romanzo Lady Constance Lloyd, l’importanza di chiamarsi Wilde. «Non sono rimaste molte testimonianze del rapporto che legava i coniugi Wilde: le lettere che Oscar scrisse alla moglie sono andate perdute, sono state rubate quando lui venne arrestato e lei fuggì oltre la Manica con i bambini. Ma da quel che sappiamo di questo periodo possiamo supporre che fossero rimasti molto legati e che lei avesse accettato i tradimenti del marito con altri uomini. Robert Ross, che era stato il primo amante di Wilde, era un grande amico di Constance e fu l’esecutore testamentario. Con Bosie invece Constance non ebbe mai un buon rapporto. D’altronde non deve sorprendere: lui era stato una vera croce per Oscar, e quando lei venne a sapere che Wilde, uscito di galera, era andato a Napoli con lui si arrabbiò moltissimo e smise di mandargli soldi».

Scontati i due anni di galera infatti, Wilde andò prima a Parigi dove scrisse La ballata del carcere di Reading, la già citata denuncia alle condizioni delle carceri vittoriane che promosse la riforma della giustizia. L’opera, un successo editoriale assoluto, venne conclusa a Napoli, dove Wilde giunse nel 1897 nuovamente insieme a Bosie. «Oscar Wilde scelse Napoli per vari motivi. Intanto, nella giovane legislazione italiana non esisteva un reato analogo a quello della “sodomia”; e poi Napoli godeva ancora dell’aura di “capitale culturale” che aveva acquisito tra il ‘600 e il ‘700», ci spiega il professor Gianpasquale Greco, storico dell’arte all’università Federico II. «La Napoli che accoglie Wilde è una città in declino, fortemente contraddittoria: è la Napoli dei grandi giornali, uno su tutti Il Mattino, ma anche dello sventramento dei grandi rioni; la Napoli di Matilde Serao ed Edoardo Scarpetta, la Napoli che qualche anno prima aveva accolto Gabriele D’Annunzio. Una Napoli con una discrepanza enorme tra l’ambiente culturale estremamente ricco e le frange più povere della popolazione che vivono in condizioni terribili. Sono gli anni in cui comincia il grande esodo oltre confine, la grande migrazione, una vera e propria emorragia a cui non si sa porre rimedio. È una Napoli che risulterà poco accogliente per Wilde perché se da un lato è vero che era la città dell’amore, della libertà, della cultura, dall’altro lato era anche incredibilmente bigotta. E Wilde viene ostracizzato, isolato: contrariamente a D’Annunzio non verrà mai invitato a partecipare per esempio a salotti letterari, e lui stesso non scriverà alcunché qui, gli mancherà proprio la serenità per farlo. Si sposterà tra il Grand Hotel Excelsior e la Villa del Giudice a Posillipo dove, ancora oggi, non esiste nemmeno una targa che lo ricordi».Quelli passati tra l’Italia e la Francia furono anni difficili, tormentati. Solo e abbandonato, povero in canna e deprivato di quella capacità artistica che gli aveva permesso di scrivere alcuni dei più bei capolavori del secolo, Wilde morì nell’infamia, senza riuscire a riabbracciare i suoi due figli, Cyril e Vyvyan. L’onta della sua incarcerazione perseguitò anche la progenie: Cyril entrò nell’esercito e morì in trincea, durante la Prima Guerra Mondiale. Per quanto riguarda Vyvyan invece, fu lui a lottare per ripulire il nome del padre e lo fece con uno straordinario romanzo portato in Italia da La Lepre Edizioni, Essere figlio di Oscar Wilde. Il Mondo SMCE ha intervistato il figlio di Vyvyan Holland, l’unico nipote in vita di Wilde: Merlin Holland.

Si può dire che Vyvyan perse il padre due volte, quando fu costretto a cambiare cognome e quando poi Oscar Wilde effettivamente morì?
«In realtà la situazione era anche peggiore. Quando Vyvyan tornò in Inghilterra dopo la morte della madre, nel 1898, a lui e a suo fratello fu “lasciato intendere” che il padre era morto. Non fu detto direttamente, ma fu fatto loro credere. Poi, quando il padre morì davvero, potete immaginare cosa gli passò per la testa? “Negli ultimi due anni e mezzo avrei potuto vedere mio padre, se la mia famiglia non fosse stata così critica nei suoi confronti”. Ogni volta che leggo questa frase non so se sentirmi triste o arrabbiato».
Il libro è stato un modo per riconciliarsi con la figura del padre?
«Sì, è stata una sorta di catarsi. Era certamente un modo per venire a patti con tutto il dolore emotivo che aveva sofferto da bambino, dall’età di 9 anni in poi, quando suo padre fu mandato in prigione. Iniziò a scriverlo solo 53 anni dopo la morte di Oscar e in quegli anni parlò molto raramente dei suoi sentimenti riguardo all’intera vicenda. E non dimentichiamo che, sebbene all’epoca i libri di Oscar venissero letti e le sue opere rappresentate, egli era ben lontano dalla figura iconica che è diventata oggi. È stata mia madre, in parte, a incoraggiarlo a mettere tutto in parole e a dimostrare che Oscar non era semplicemente il mostro depravato che alcuni in Gran Bretagna consideravano ancora negli anni Cinquanta, quando il libro fu pubblicato. Oscar era certamente un padre amorevole e premuroso, per quanto riguarda i padri vittoriani, molto più di molti altri. Vyvyan lo dimostra. Non era un padre “alla mano” come quelli di oggi, ma erano altri tempi».

Il memoir di Vyvyan può essere considerato oggi un appello contro l’intolleranza e l’omofobia?
«Per certi versi, sì. Fa riflettere il fatto che la legge che criminalizzava l’omosessualità fu abrogata solo tre mesi prima che mio padre morisse, nel 1967. È una lezione storica sull’intolleranza e, nel caso di mio padre, sui suoi effetti a lungo termine. È interessante notare che quando il libro fu scritto, nel 1953, in Inghilterra l’omofobia era forse al suo apice negli ultimi 100 anni. Uno dei nostri più grandi attori (e tra l’altro amico di mio padre), Sir John Gielgud, fu arrestato per omosessualità proprio in quel periodo e Vyvyan pensò che questo avrebbe potuto “uccidere” le vendite del suo libro. Non fu così e il libro vendette bene».
Cosa significa crescere sapendo di essere il nipote di Oscar Wilde, che tipo di eredità ha lasciato questo su di lei?
«Da bambino, negli anni Cinquanta e Sessanta, mi dicevano che se qualcuno mi chiedeva “Oscar Wilde era tuo nonno?”. avrei dovuto rispondere “Sì, ma è morto molto tempo fa e non l’ho mai conosciuto”, e poi cambiare argomento. Molto più tardi, quando la sua reputazione di importante figura fin de siècle e di scrittore serio è stata ristabilita insieme a quella di drammaturgo, ho dovuto cambiare atteggiamento piuttosto che argomento! La gente si aspettava che parlassi di lui, che avessi un’opinione, che conoscessi la sua vita e le sue opere. Il fardello delle aspettative divenne piuttosto pesante. “Beh, era tuo nonno, no?”. Ormai ci sono abituato. Qualche tempo fa ho capito che le mie conoscenze potevano essere messe a frutto, non nel raccontare la sua storia, che è stata fatta molte volte, bene e male, ma nel raccontare la sua vita “postuma”, che spesso è altrettanto drammatica. Ha influenzato indirettamente la vita di decine di persone e lo ha portato a essere coinvolto indirettamente in più cause giudiziarie dopo la sua morte che durante la sua vita».
Poco prima di morire, Wilde aveva dichiarato: «non ho alcun dubbio che vinceremo. Ma la strada sarà lunga e costellata di supplizi tormentosi». Oggi possiamo dire che, ancora una volta, si era mostrato purtroppo acuto e in anticipo sui tempi.
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