Il Cristianesimo è la religione più diffusa al mondo, eppure oltre 365 milioni di fedeli in tutto il mondo subiscono le stesse persecuzioni degli albori. Oggi come allora, non è la fede ma la politica a insanguinare la Croce

Se il sangue dei martiri fosse davvero, lo sosteneva lo scrittore berbero Tertulliano, “il seme della Chiesa”, sarebbe davvero rigoglioso di frutti l’orto del Signore. Qualche anno dopo di lui, Costantino abbracciava il Cristianesimo promettendo ai suoi legionari che “in hoc signo vinces”, eppure, anche oggi, nel segno della Croce si continua a morire. Nel 2023 un cristiano su 7 ha rischiato la propria vita per affidare la salvezza della sua anima a un Dio-mela della discordia. Il puntuale report World Watch List della onlus Porte Aperte/Open Doors stima 365 milioni (cinque in più dall’anno scorso) di cristiani perseguitati, in un Pianeta in cui quasi un terzo dei Paesi viola la libertà religiosa dei suoi cittadini.

È quello che succede ad esempio in Nigeria, il Paese con il più alto numero di martiri cristiani, 4.118 vittime e 3.906 rapiti solo nel 2023. Fra queste ci sono anche le famiglie cristiane trucidate lo scorso Natale fra Bokkos, Mangu e Barkin Ladi nello Stato nigeriano di Plateau, dove un migliaio di pastori Fulani hanno assaltato le comunità di agricoltori locali uccidendo almeno 170 cristiani. «Le persone sono state uccise sommariamente, le case e il mais raccolto bruciati, anche le chiese e le cliniche sono state date alle fiamme» racconta il direttore delle comunicazioni della Diocesi di Pankshin, padre Andrew Dewan. Lui non ha dubbi che “si tratta chiaramente di un conflitto religioso”, per il fatto che abbia “avuto luogo a Natale e che i cristiani siano stati deliberatamente presi di mira in una comunità mista, in cui i musulmani non vengono attaccati”. Morire per la propria fede, però, non è solo questione di salvezza delle anime. Da sempre le confessioni religiose si intrecciano con i fili del potere politico, dell’appartenenza etnica, delle logiche sociali. Spessissimo gli insindacabili simboli sacri del culto fanno da vessillo a questioni identitarie, geopolitiche, persino economiche: dopotutto, la fede è dialogare con Dio ma la religione è una questione fra uomini. È così che il peccato mortale di tante vittime di persecuzione non è il loro intimo credo, ma un’appartenenza politica inopportuna, un’identità etnica sbagliata o il semplice possesso di beni espropriabili.

L’area del mondo più rischiosa per i credenti cristiani è proprio l’Africa subsahariana, una regione in cui la povertà, la fortissima instabilità politica e la presenza sul territorio di spietati gruppi di ribelli e terroristi dediti a guerriglie interne soffiano sull’odio religioso. Così da decenni in Burkina Faso la popolazione cristiana (circa 23 milioni di persone pari al 30% del totale) vive nel terrore della minaccia jihadista che ogni anno miete centinaia di vittime. L’ultima incursione in ordine di tempo a fine febbraio, quando un commando di terroristi ha fatto irruzione in una Chiesa cattolica aprendo il fuoco durante una messa a Essakane. A imbracciare le armi sono miliziani stranieri (rimpinguati dagli specialisti militari che arrivano direttamente dalla Russia), ma anche giovani locali che trovano nella divisa una risposta alla povertà e alla disoccupazione. Ad oggi si stima che i vari gruppi jihadisti (fra cui Ansar-ul Islam e il Jnim) controllino circa la metà del territorio del Burkina Faso. Il loro obiettivo non è tanto l’islamizzazione della popolazione, quanto più “strumentalizzare le religioni per creare confusione nella nazione, contrapporre le diverse comunità e dare l’impressione che ci sia in corso una guerra di religione”. A dirlo è il vescovo di Dori, monsignor Laurent Birfuoré Dabiré, certo che “non c’è alcuna persecuzione in atto dei cristiani”.

Le violenze nei confronti dei cristiani assumono tratti ibridi, intrisi di etnicismo e odio politico, anche in India. Qui, anzi, “una lunga storia di contrasti interetnici ha acquisito dimensioni e connotazioni di persecuzione religiosa”, seguendo quindi un percorso inverso, come osserva Stefano Vecchia sull’Avvenire. Prendiamo il caso dello Stato settentrionale di Manipur, teatro di frequentissimi scontri tra la comunità Meitei di fede indù e quella cristiano-protestante dei Kuki, due gruppi simili per numero di fedeli, con la differenza che i primi hanno l’appoggio della classe politica attuale. Ecco che, come detta la strategia nazionalista e filo-induista del partito Bharatiya Janata Party del premier Narendra Modi, si soffia sul fuoco degli antichi dissidi fra comunità per trarne vantaggi e controllo politico del territorio. E il fuoco, a forza di soffiare, divampa: è successo nel 2008 nello Stato federale di Orissa, a Kandhamal, dove gruppi di estremisti indù compirono un vero e proprio pogrom contro le comunità cristiane: almeno 90 morti, mutilazioni, stupri, 5.600 case bruciate e 56mila fedeli espropriati e sfollati (gli induisti accusavano i cristiani dell’omicidio del loro leader religioso Swami Laxmanananda Saraswati, uccisione poi rivendicata da gruppi ribelli maoisti). Fra i motivi dell’accanimento in Orissa, lo spiega Paolo Affatato dell’agenzia Fides, c’è anche il fatto che qui “la Chiesa è sempre stata vicina a poveri e emarginati, lavorando per la loro promozione sociale, e ci sono state spontanee conversione al Cristianesimo”. Più che la vita eterna, qui l’unica posta in gioco è il potere più temporale e sacrilego della violenza.

Nella classifica di Open Doors, però, il Paese più pericoloso al mondo in cui seguire la dottrina di Cristo è la Corea del Nord. Come spiega la onlus, i cristiani (si stima sui 400mila) vivono in totale clandestinità, regolarmente “reclusi, in qualità di criminali politici” insieme alle loro famiglie; gli uomini sono costretti ai lavori forzati in campi di lavoro in cui è difficile sopravvivere, se non vengono direttamente giustiziati in base a una legge del 2020 contro il “pensiero reazionario” che punisce severamente persino il possesso di una Bibbia. La sorte delle donne è leggermente diversa, con le violenze sessuali da parte delle guardie che diventano strumenti deliberati per “minare gli insegnamenti cristiani circa la purezza sessuale”. Quando riescono a fuggire in Cina, le donne finiscono spesso vittime di tratta degli esseri umani, quando non sono arrestate e rimpatriate; se nel frattempo sono rimaste incinte, sono costrette all’aborto per non “contaminare” la purezza etnica. Nel solco di un etnicismo oltranzista spesso caro alle dittature, nemmeno la fede può sfuggire alle strette maglie del controllo politico.

A volte capro espiatorio per inchiodare al muro minoranze e comunità locali, a volte principio giustificatore di violente ma sante crociate: oggi sappiamo con certezza che la religione è un vaso poco capiente, più politica ci si versa, meno fede ci entrerà. «A nulla servono le vostre ingiuste crudeltà: – proseguiva l’apologeta nella Cartagine dei massacri di cristiani – noi diventiamo più numerosi tutte le volte che siamo falciati da voi»: e non aveva tutti i torti Tertulliano, che in tempi non sospetti aveva aderito alla religione oggi più diffusa al mondo, con 2,14 miliardi di fedeli stimati e un tasso di crescita dei battezzati che nel 2023 era ancora positivo. Con questo ritmo, secondo le stime del Pew Research Center, entro il 2060 i cristiani rappresenteranno un terzo della popolazione mondiale (32%). Raggiunto, a pari merito, dall’Islam in più rapida crescita di proseliti, in un mondo ottuso e prepotente, incapace di difendere il suo pluralismo.