L’agosto d’oro di Paola Egonu e del dream team dell’Italvolley femminile mette a terra razzismo, discriminazioni e polemiche: si torna a giocare
La perfezione non piace a nessuno, devono aver pensato, così si sono concesse un piccolo errore, una sbavatura. Poi hanno deciso che a loro quello che pensano gli altri non interessa, che le sbavature sono insegnamenti («Sono contenta che abbiamo avuto dei momenti di difficoltà, perché questa è la realtà. Dobbiamo essere pronte a doverci guadagnare ogni punto e saper soffrire»), non imperfezioni per dimostrare qualcosa, e da quel momento sono andate avanti per la loro strada. Ci piacerebbe fare la parte dei profeti, ma in un discorso sulle pallavoliste italiane le profezie non trovano posto: qui si parla solo di talento, impegno, preparazione. Noi abbiamo scelto il volto di Paola Egonu perché la opposto di Cittadella incarna tutto questo e molto altro ma non si parla “solo” di Paola Egonu: alla South Paris Arena c’era una Squadra, atlete, tecnici e sostenitori inclusi. Un rinato dream team.

Lo scorso 11 agosto l’Italvolley femminile capitanata da Anna Danesi e allenata da Julio Velasco ha fatto la storia conquistando per la prima volta dall’esordio nell’aprile del 1951 una medaglia olimpica, d’oro precisamente, strappando il titolo alle statunitensi con un solo set perso in 6 partite. Quello raggiunto a Parigi durante i XXXIII Giochi è il risultato di un anno di vera rinascita, fisica e soprattutto mentale, iniziato neanche 12 mesi fa, precisamente il 13 ottobre del 2023, quando la Federazione Italiana Pallavolo e l’allora Commissario Tecnico Davide Mazzanti annunciavano la fine del loro rapporto, durato 6 anni. Dopo una stagione di crescita, a settembre 2023, mentre tentava di mantenere il titolo europeo del 2021, la squadra era crollata, uscendo in semifinale contro la Turchia di Daniele Santarelli. A fare più scalpore, tuttavia, non era stato il risultato quanto il cosiddetto “caso Egonu”: il ct Mazzanti aveva deciso di nominare titolare Ekaterina “Kate” Antropova, tenendo Egonu in panchina (tranne poi ripescarla in extremis in semifinale, tentando di salvare il salvabile). Probabilmente delusa dal ridimensionamento del suo ruolo in squadra – lo stesso Santarelli, amico ed ex allenatore di Paola ai tempi della Imoco Volley Conegliano, in aperta critica al collega Mazzanti, Santarelli dichiarava: «hanno pescato dalla panchina l’opposto più forte del mondo che ha risolto diverse situazioni in certi momenti. Io conosco Paola, può vincere le partite da sola e vederla in panchina fa male al cuore» – con la fine del torneo e in vista del torneo preolimpico a fine settembre, Mazzanti e la Federazione annunciavano “un periodo di pausa” di Egonu dalla Nazionale richiesto dall’atleta, lasciando spazio alle speculazioni: malumori negli spogliatoi, diverbi tra la pallavolista e il ct, rapporti complicati con la Federazione? All’anno prima risaliva infatti il video in cui Egonu, al termine della finale per il terzo posto ai Mondiali, si sfogava in lacrime con il suo procuratore, denunciando chi le chiedeva “perché fosse italiana” e dicendo, sembra, “è la mia ultima partita in Nazionale”. La opposto aveva poi smentito in conferenza stampa l’addio alla maglia azzurra, sottolineando al contempo le difficoltà e le sofferenze vissute e annunciando di volersi prendere una pausa dal contesto italiano proprio mentre si preparava a partire per Istanbul ed entrare nel roster del VakıfBank Spor Kulübü (con cui, nella stagione 2022-2023, ha vinto la Sultanlar Ligi, la Champions League e la Coppa di Turchia, prima di rientrare in Italia nella stagione successiva con la Vero Volley). Lo “sfogo” nel 2022 così come la decisione di prendersi una pausa nel 2023 dopo il flop agli Europei – causato, in realtà, non solo dalla scarsa presenza di Egonu in campo – erano valsi alla opposto solidarietà, da una parte, e critiche, dall’altra, con molti che la definivano “capricciosa”. Tra i vari commenti a suo sfavore si era distinto quello dell’ex campione Andrea Lucchetta secondo il quale la pallavolista si era “fermata: è andata in Turchia per riempire la sua valigia di soldoni, ma doveva riempirla anche tecnicamente”, aggiungendo di notare “una fragilità di gestione della sua immagine”.
Lasciamo ai tempi passati il giudizio sul commento di Lucchetta; molto più utile, invece, tracciare una linea di confine tra la squadra degli Europei e la squadra delle Olimpiadi. Dicevamo, aver “preferito” Antropova titolare al posto di Egonu non sarebbe stato l’unico peccato di Mazzanti in quell’occasione: secondo molti avrebbero pesato anche altre assenze, in primis quelle di Monica “Moki” De Gennaro e Caterina Bosetti, scelta che potrebbe essere stata dettata dalla volontà di un ricambio generazionale forse prematuro, soprattutto in vista dei Giochi. Per il ct Bruxelles è stato il punto di non ritorno nella gestione di una squadra che per sua stessa ammissione “non aveva più in mano” e dopo quella partita, e tutte le polemiche che ne sono scaturite, un cambio alla guida (nonostante la fiducia dimostrata fino a quel momento dalla Federazione) sembrava non solo naturale ma anche necessario; fino all’annuncio ufficiale. Per riportare a galla il gruppo la FIPAV ha così deciso di rivolgersi al numero uno degli allenatori, l’italo-argentino Julio Velasco che già negli anni Novanta aveva guidato la Generazione dei fenomeni, che non ci ha messo molto a dettare le sue “linee chiare”: «tutti siamo importanti, ma nessuno è indispensabile», ergo “le migliori giocatrici” sì ma con disponibilità “totale”. Allora il ct definiva la VLN “importantissima” e sulle Olimpiadi diceva “sarà durissima: non vogliamo creare aspettative”. «Quello che posso fare io è aiutare le ragazze a crearsi gli anticorpi per allentare la pressione. Dobbiamo migliorarle a livello mentale e aiutarle ad adattarsi anche di fronte alle situazioni più difficili», spiegava, riconoscendo che il gruppo presentava ben poche carenze tecniche e che il vero lavoro sarebbe stato di gestione. Un altro punto su cui si era espresso subito, alla luce di quanto visto a Bruxelles, era stato il lavoro sulle “fortissime” Egonu e Antropova: escludendo la possibilità di vederle in campo contemporaneamente, Velasco ha così costruito un potente doppio cambio con Antropova e Carlotta Cambi in regia dentro, all’occorrenza, al posto delle collaudatissime Egonu e Alessia Orro. Una scelta che si è rivelata vincente da numerosi punti di vista: Antropova ha avuto “il suo spazio” senza il peso di vedersi come alternativa a Egonu, piuttosto come sua vice,ma con la possibilità – come ha fatto – di brillare per il talento che, indubbiamente, possiede, talento che non si è lasciato scalfire dalla brutta esperienza degli Europei che forse la vedevano troppo giovane (19 anni appena) e con poca esperienza (prima convocazione in Nazionale dopo l’ottenimento della cittadinanza italiana a inizio agosto). Sul ruolo di Egonu, poi, Velasco l’aveva detto: «non dobbiamo essere Egonu-dipendenti. Un giocatore da solo non può vincere, ci vuole un gioco intorno». E di gioco, intorno a Paola, ce n’è stato eccome, tra veterane e neofite.

Via i personalismi, via la polarizzazione, via la dipendenza da una delle giocatrici più forti al mondo che colleziona MVP su qualsiasi campo metta piede (e Parigi non è stata un’eccezione): dopo anni di Nazionale “di Egonu”, oggi sono in molti a parlare di Nazionale “di Velasco”, ma noi preferiamo parlare di Nazionale “delle atlete”. Atlete come le già citate Antropova e Cambi, un’ottima combinazione utilizzata per cogliere in fallo le avversarie quando il duo Egonu–Orro non lasciava più spazio alle sorprese, ma anche come De Gennaro e Bosetti, entrambe tornate in Nazionale: la prima che si è confermata la libero più forte al mondo garantendo all’Italia una difesa ineccepibile (per dirla ancora con le parole di Santarelli, suo allenatore a Conegliano e marito, non c’è che da essere “orgogliosi”), la seconda colonna portante di una stabilità che è servita fino alla fine, fino alla partita “che aspettava da tutta una vita”; Anna Danesi, altra veterana scesa in campo come capitana, premiata non per niente miglior centrale, centrale come la giovane Sarah Fahr, altra rivelazione tra le nuove leve; dal laterale, poi, ha brillato anche Myriam Sylla – miglior schiacciatrice – sostituita nel giro in seconda linea dalla recluta Gaia Giovannini. Da quel lato della rete c’era un gruppo che nel giro di pochi mesi è stato in grado di ricompattarsi, dove ogni atleta aveva ben chiaro il proprio ruolo all’interno del gioco, dove lo sport è stato sempre accompagnato dalla sportività. L’abbiamo visto nel mantra “partita dopo partita, palla dopo palla”, ma anche nei volti di Danesi e Sylla quando, non appena ricevuta la meritata medaglia d’oro, tra le lacrime – loro e nostre – si sono guardate e senza esitare si sono sfilate la rispettiva medaglia per metterla al collo dell’altra: non è passato molto da quando a inizio maggio (come aveva annunciato Velasco: “cambia allenatore, cambia capitano”) Sylla annunciava alla “cara Italia” la fine del suo periodo come capitana cedendo la fascia alla collega, compagna e amica Danesi. L’abbiamo visto nella maglia numero 2 di Alice Degradi, la schiacciatrice convocata da Velasco che non ha mai lasciato l’Italia a causa di un infortunio (sostituita da Stella Nervini e Loveth Omoruyi), che ha accompagnato le giocatrici per tutto il torneo fino alla vittoria finale.

Un altro esempio di sportività ce l’ha dato ancora Sylla, seppur fuori dal campo, quando a un giornalista che le chiedeva di commentare determinate parole ha risposto: «non so neanche cosa ha detto e sinceramente non mi interessa». Ad accendere, negli anni, i riflettori su Egonu – nonché su altre pallavoliste e altri atleti italiani -, oltre il suo talento, ha giocato un ruolo non da poco il razzismo, tema fino a ora solo accennato. La domanda rivolta a Sylla dal giornalista, in questa occasione, faceva riferimento a un ormai noto militare ed europarlamentare secondo il quale, come scriveva nel suo libro, i tratti somatici della pallavolista di Cittadella “non rappresentano l’italianità”; rincalzato dopo l’oro olimpico ha spiegato: «non ho mai messo in dubbio le sue capacità prestazionali o la sua italianità, ho solo sostenuto che ha origini non italiane ben visibili» (un gran bel giro di parole per dire, più semplicemente, che non somiglia a lui). È questo che Sylla ha deciso di non commentare, a giusta ragione se, come diceva la stessa Egonu in un’intervista rilasciata a Vanity Fair nel 2023 prima della partecipazione alla 73esima edizione del Festival di Sanremo, “quando ne parli [di razzismo] qualsiasi cosa dici ti si ritorce contro”.
E poi, è davvero possibile ridurre tutto a tratti somatici e “italianità”? Se da un lato Paola Egonu, Myriam Sylla e Loveth Omoruyi sono particolarmente prese di mira – e il perché lo ben spiega un altro celebre pallavolista azzurro, Ivan Zaytsev, che su Instagram ha commentato così l’imbrattamento con vernice rosa del murales dedicato a Egonu comparso davanti alla sede romana del CONI all’indomani della vittoria: «sono stanco, stufo e incazzato di vedere costantemente attaccata un’atleta eccezionale come Paola[…]. Qualcuno dirà che sono pochi ma rumorosi, che sono solo ignoranti o invidiosi ma la verità è che mai nessuno mi ha offeso per il colore della mia pelle o per i miei capelli biondi tipicamente “italiani”, no?» -, anche altre atlete della Nazionale vittoriosa alle Olimpiadi sono state naturalizzate italiane o provengono da una famiglia di origine straniera (è il caso di Ekaterina Antropova, atleta russa naturalizzata italiana, e Sarah Fahr, figlia di genitori tedeschi). A dirla tutta, sembra, anche “essere” italiani (qualsiasi cosa voglia dire) non sempre basta: all’indomani della vittoria, Moki De Gennaro, sorrentina di nascita e formazione, ha ripercorso in un’intervista a La Repubblica la sua esperienza nei primi anni Duemila quando appena 15enne venne chiamata a giocare a Vicenza: «non riuscivo a integrarmi, non ero ben vista in classe. Ho subito discriminazioni perché venivo dal Sud». Altri tempi, si dirà; a questi tempi, per spostarci su un altro fronte del sempiterno pregiudizio, appartengono invece le parole pronunciate dai commentatori RAI alla fine della finalina per il bronzo del torneo olimpico maschile (Italia-Stati Uniti, vinta dagli americani): “molto più complesso questo, rispetto al femminile” dice Maurizio Colantoni, “il nostro è un torneo veramente difficile” segue Andrea Lucchetta (ancora lui). Come a dire: “brave, sì, ma in fondo era facile”.

Invece, facile non lo è stato per niente: non bastano talento e tecnica – come abbiamo visto dalle parole di Velasco – e a volte non basta neanche sperarci; serve saper reagire alle pressioni, alle difficoltà che si affrontano non solo in campo ma anche nella vita, serve saper ignorare – come Sylla, a cui interessa solo avere un oro al collo – e serve sapersi riconoscere – come Egonu, “fierissima di noi donne”.
Dieci, cento, mille Egonu (di Flavia Dell’Ertole)

Arrivare al coronamento del sogno olimpico, ma anche “solo” rappresentare la propria nazione in competizioni internazionali, per gli azzurri “non ancora” italiani è un percorso ben complicato. In merito alla questione della cittadinanza e dello sport in Italia sono in vigore due norme: il cosiddetto Ius soli sportivo (previsto dalla legge 12/2016) e dallo Ius Culturae sportivo (art.1 co. 369 della Legge di Bilancio 2018). Il primo prevede che i minorenni che non sono cittadini italiani, ma che risiedono regolarmente nel nostro territorio almeno dal compimento del decimo anno di età, possano essere tesserati presso le società sportive con le stesse procedure previste per i cittadini italiani; il secondo stabilisce che i minori cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione Europea possano essere tesserati, purché siano iscritti da almeno un anno a una qualsiasi classe dell’ordinamento scolastico italiano. Lo Ius Culturae sportivo non è però applicato in tutta la sua portata perché, in molti casi, non è consentito il tesseramento di figli di genitori irregolarmente presenti sul territorio italiano o che abbiano difficoltà a ottenere il certificato di residenza anagrafica.
Prima della legge del 2016 soltanto la Federazione italiana hockey e la Federazione pugilistica italiana avevano adottato disposizioni per equiparare gli atleti e, nonostante l’obiettivo fosse l’inclusione, Ius soli sportivo e Ius Culturae sportivo non fanno che aumentare le discriminazioni dato che un minore che giunge in Italia all’11esimo anno di età si ritrova automaticamente escluso dai benefici previsti dalla legge, e anche la questione della “residenza regolare” apre una discriminazione visto che, anche se non viene menzionato, il tipo di residenza richiesto sembra fare riferimento alla residenza anagrafica, legata al permesso di soggiorno.
Come di consueto la vetrina olimpica mette in luce la questione del rapporto complicato tra cittadinanza e sport e già durante le Olimpiadi di Tokyo del 2021 Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, chiedeva di “anticipare l’iter burocratico per lo ius soli sportivo, che ad oggi è infernale”. Sono infatti spesso le Federazioni sportive a intervenire, a cercare di accelerare la burocrazia, molte volte senza risultati positivi dato che, secondo quanto dichiarato da Malagò nel 2017, “negli ultimi 15 anni abbiamo perso quattro milioni e mezzo di potenziali atleti tra i 14 e i 19 anni”. Milioni di Egonu, milioni di italiani.
FOTO: Crediti: Walter Arce/ZUMA Press Wire
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