La dimensione del viaggio, l’incontro dell’altro da sé, pone il soggetto di fronte a una dimensione complessa. Cosa rimane, oltre la sabbia in fondo alle valigie, al ritorno dalle vacanze?

Il celeberrimo motto ericlateo πάντα ῥεῖ (“panta rei”) evidenzia non solo che l’acqua, scorrendo, muta continuamente, e quindi non è possibile immergersi due volte nello stesso fiume; Eraclito impone anche una riflessione superiore: con il passare del tempo il soggetto, che nel frattempo ha compiuto nuove esperienze (come lo stesso immergersi per la prima volta nel corso d’acqua), non può essere il medesimo. Così, non solo l’acqua scorre, ma anche il soggetto, e per questo πάντα, tutto, ῥεῖ, scorre. Una delle esperienze che più facilmente fa esperire novità dentro e fuori di sé è, senza dubbio, il viaggio.

Come ben sa “quel gran genio”dell’amico di Lucio Battisti, infatti, “dolcemente viaggiare senza strappi al motore” evitando “le buche più dure” e di “cadere nelle proprie paure” è la chiave per scoprire un nuovo posto e, di conseguenza, un nuovo sé. Viaggiando si esce letteralmente dalla propria “comfort zone” e, seppur in un’epoca di turismo di massa e gentrificazione che sembra aver per sempre compromesso l’esperienza unica e autentica della scoperta di un nuovo pezzo di mondo, uscire dalla mappa – anche mentale – attraversata ogni giorno è un arricchimento senza eguali.

Scrive Rudi Capra, PhD in Filosofie dell’Asia Orientale e autore del libro Filosofia del viaggio, che “ogni esperienza di viaggio si articola sempre in un triangolo che unisce lo spazio, il tempo e il desiderio: desiderio di vedere, di scoprire, di fuggire, di cambiare, di tornare, di immaginare, di muoversi, di arrestarsi”. In viaggio è possibile scoprire nuove dimensioni di sé fino ad arrivare a esplorare i confini dell’“ebrezza di essere le persone che non siamo, vivere le vite che non abbiamo vissuto”; è da sempre il desiderio, oggetto di speculazioni sin dagli albori della storia della filosofia, a spingere il soggetto in un altrove che può essere un luogo fisico o metafisico.

Va necessariamente sottolineata la dimensione del viaggio come necessità molto più significativa del vizio borghese della villeggiatura. Le persone migranti, che viaggiano per cercare un futuro, sono l’esatto opposto dei turisti. I primi vengono quanto più possibile allontanati e quando non è possibile sfruttati, costretti in situazioni non così dissimili da quella avvenuta a inizio estate a Rajwinder Sidhu Singh, bracciante sfruttato e ucciso dal caporalato e da un sistema che vede l’individuo come un mezzo di produzione agricola e non come un essere umano. Le persone turiste, invece, vengono quanto più possibile accolte e coccolate, con città che a mo’ di Faust sembrano aver venduto l’anima non tanto al diavolo quanto al profitto; città che Capra descrive “per turisti e nessun altro, allestite dai residenti per gli stranieri che sono destinati ad andarsene, ma il carattere di questo allestimento è tanto evidente e pervasivo che spesso sono i residenti stessi che le abbandonano, sentendosi oramai stranieri nella loro stessa città”.

Prima di Rudi Capra un altro filosofo – di origine spagnola, ma che si è formato e ha lavorato negli Stati Uniti -, George Santayana, si è occupato di filosofia del viaggio, scrivendo che “il movimento è il pregio dei soli animali ed è la chiave dell’intelligenza. Per questo, invece di dire che possedere le mani ha dato all’uomo la sua superiorità, sarebbe più giusto dire che l’uomo e gli altri animali devono la loro intelligenza ai piedi. Proprio perché non siamo alberi o piante, che non possono allontanarsi dalle proprie radici se non al prezzo di inaridirsi e quindi morire, ma esseri umani non inchiodati a nessun luogo in modo particolare, possiamo muoverci liberamente sulla terra. Vi è una grande saggezza nello spostarsi il più frequentemente possibile dal familiare all’estraneo, dal noto all’ignoto, mantiene la mente agile, distrugge i pregiudizi e accresce il buonumore”.

Nelle parole di Santayana riecheggia quella forza motrice che il provare nuove esperienze rende impossibile il bagnarsi sempre medesimi, riprova di intelligenza e curiosità, quella stessa che anima le parole di Nietzsche nella sua Gaia scienza: «c’è ancora un altro mondo da scoprire – e più d’uno! Alle navi, filosofi!», riconoscere l’incompiutezza della propria esperienza e andare alle “navi” in quanto filosofi pone l’accento sulla scoperta dei nuovi mondi, non solo esteriori.

Sin dall’Antica Grecia i filosofi, ben consci dell’importanza del viaggio, navigavano ed esploravano nuovi mondi venendo in contatto con nuove culture (lo stesso Platone viaggia sino all’Egitto) e ancora a proposito del viaggio si interrogano i pensatori contemporanei; Michel Onfray giunge a domandarsi “che cosa ho appreso di me” alla fine del viaggio? Arrivando a distinguere i turisti simili allo stabile agricoltore Abele e i viaggiatori più vicini al fratello, il pastore nomade, Caino. Una cosa, dunque, sono i viaggiatori, tutt’altra sono i turisti, pallida imitazione della prima categoria che si accontenta, però, di un’esperienza irreale.

Appare fondamentale allo scopo di apprendere quanto più possibile (anche di sé) l’atteggiamento che risuona in uno dei motti del comunalismo – l’ideologia socialista definita da Bakunin che intende “trovare uno stato d’eguaglianza sociale che non sia né comunismo, né dispotismo, né frazionamento, né anarchia, ma libertà nell’ordine e indipendenza nell’unità” -, “camminare domandando” in modo da smentire, per quanto possibile, il pensatore iperbolico Peter Sloterdijk che definisce l’uomo come “l’animale dal quale viene preteso troppo”, pretendendo di accantonare “quel gran genio”dell’amico di Lucio Battisti, e non viaggiare “dolcemente”, come farebbe Abele, ma come Caino che, di viaggi, si nutre.

«Il mito della bellezza prescrive un comportamento», leggi Il Mondo Filosofico di luglio/agosto