L’omicidio di Simonetta Cesaroni avvenne il 7 agosto 1990
Un intercettazione del 30 marzo 2008 potrebbe portare al killer di Simonetta Cesaroni.
La donna è stata uccisa il 7 agosto 1990 e dalle intercettazioni emerge che almeno una persona, prima della scoperta del cadavere, sapeva che fosse già morta. Lo si apprende dalla relazione finale sulle “risultanze sull’attività di indagine ed acquisizione documentale per il delitto al civico 2 di via Carlo Poma del 7 agosto 1990 e sulle possibili interferenze con il corso delle indagini” della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere e proposta dalla deputata M5S Stefania Ascari.
A essere intercettati sono la moglie di Mario Macinati, e l’assistente dell’avvocato Francesco Carracciolo di Sarno, presidente regionale degli Ostelli e datore di lavoro di Simonetta, che avrebbe detto al figlio Giuseppe che “nell’ufficio degli Ostelli c’è una persona deceduta“. La donna dice anche di aver ricevuto qual giorno “più telefonate” da un uomo che diceva di chiamare “dagli ostelli“, chiedendo di mettersi in contatto con Carracciolo e poi parla di “una persona deceduta“.
Cesaroni venne uccisa con 29 coltellate in un palazzo poco distante dalla sua sede di lavoro. A scoprire il cadavere, come si legge sempre nella relazione, fu Pietro Vanacore, “ore prima dell’ufficiale ritrovamento del corpo” vi fu un’attività “post delictum, intesa ad occultare il fatto omicidiario o quantomeno a differirne la scoperta, oppure persino ad attuare un qualche proposito di spostamento della salma dal luogo in cui fu poi rinvenuta“. Secondo l’autopsia il decesso sarebbe avvenuto tra le 17:30 e le 18:30, secondo la relazione “resta ragionevole credere che l’omicida fu una persona che aveva un livello notevole di dimestichezza con lo stabile, se non proprio con l’appartamento” cioè qualcuno che conosceva il luogo in cui si trovava Simonetta, una persona che “poteva contare su un rapporto di confidenza con la vittima o almeno di non indurla in sospetto o allarme“.
Il cerchio si restringe dato che la persona in questione avrebbe il gruppo sanguigno A, al quale corrispondono le macchie trovate su interno, esterno e maniglia della porta della stanza in cui è stato trovato il cadavere, con ogni probabilità chi l’ha uccisa si è ferito, mentre lei si ribellava. Secondo quanto emerso dalla riapertura delle indagini ci sarebbero dei punti in comune con il furto al caveau del Tribunale di Roma avvenuto nel luglio del 1999 al quale ha preso parte anche l’ex Nar Massimo Carminati e il ruolo avuto da Carracciolo del delitto di via Poma, ora deceduto. Infatti “delle 900 cassette di sicurezza presenti nel caveau della banca ne vennero aperte soltanto 147, a riprova dell’interesse non tanto per i valori contenuti, ma per i documenti ivi conservati. Una delle cassette il cui contenuto fu sottratto era intestata proprio a Francesco Caracciolo di Sarno” all’epoca dei fatti presidente regionale degli Ostelli della Gioventù. Il fatto che una cassetta fosse titolare “proprio Francesco Caracciolo di Sarno, è un fatto che, se da un lato rende utile tentare di accertare quale fosse il contenuto sottratto da Carminati, dall’altro, induce a ritenere che Caracciolo di Sarno avesse un ruolo di potere ed una riserva di influenza tutt’altro che trascurabili quando, nel 1990, fu perpetrato il tragico delitto di Simonetta Cesaroni“.
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI