30 anni fa la banda che ha terrorizzato l’Italia intera per quasi 10 anni metteva a segno il suo ultimo colpo. E c’è chi sostiene non sia ancora stata scoperta tutta la verità
Dal 1987 al 1994 in Italia, tra Emilia Romagna e Marche, la “Banda della Uno Bianca” ha compiuto, secondo il servizio centrale operativo della Polizia di Stato, 103 azioni criminali. Sono state uccise 34 persone e ferite un centinaio. La Banda ha iniziato compiendo rapine ai caselli autostradali, poi è passata a rapinare banche e portavalori, poi ancora è arrivata a compiere agguati ai cittadini privati. Hanno agito per anni, i componenti della banda, anche e soprattutto perché i banditi erano uomini dello Stato, due componenti erano infatti carabinieri.
L’attività criminale
L’attività della banda criminale inizia il 19 giugno 1987: riescono a rapinare poche lire da un casello autostradale, a Pesaro. Altre 13 rapine simili ai caselli autostradali lungo la A14 vengono compiute in 47 giorni, viene inoltre rapinato l’ufficio postale di Coriano. I colpi vengono compiuti a bordo di una Fiat Regata di colore grigio e i giornali iniziano a parlare di una “Banda della Regata fantasma”; per queste rapine finiscono in prigione quattro persone completamente estranee ai fatti. Intanto l’obiettivo della Banda vira sulle rapine ai danni di supermercati e uffici postali, nell’ottobre del 1987 la Banda tenta un’estorsione ai danni dell’auto rivenditore riminese Savino Grossi, il giorno in cui è previsto il pagamento del riscatto l’imprenditore ha avvisato la polizia e i criminali, una volta scoperto, aprono il fuoco e feriscono gli agenti Ada di Campi e Luigi Cenci e rimane gravemente ferito (muore il 29 luglio 1989) il sovrintendente Antonio Mosca. Si tratta del primo omicidio commesso dalla Banda.
Come detto l’attenzione della Banda si concentra sui supermercati, in particolar modo i negozi Coop. Avviene un nuovo omicidio a Rimini, durante una rapina in un supermercato viene uccisa la guardia giurata in servizio, Giampiero Picello: è il 30 gennaio 1988. Quasi un mese dopo, il 20 febbraio viene uccisa un’altra guardia giurata, Carlo Beccari, che stava lavorando in un supermercato di Casalecchio di Reno e viene ferito un collega della vittima, Francesco Cataldi, durante la rapina al portavalori. Il 20 aprile di quell’anno nel parcheggio di un supermercato Coop di Castel Maggiore, in provincia di Bologna uomini a bordo di una Fiat Uno bianca sparano un’assurda quantità di proiettili contro due carabinieri, Umberto Erriu e Cataldo Stasi, uccidendoli. I militari sono “colpevoli” di essersi avvicinati all’auto utilizzata dalla banda durante un’attività di perlustrazione. Avevano 22 anni. Nei pressi del supermercato abita un’infermiera, che uditi i colpi e le urla scende in strada, come riporta nel podcast Indagini il giornalista Stefano Nazzi la testimone racconta: «ho sentito urlare e sono corsa in strada, un carabiniera era per terra con la faccia verso la ruota posteriore dell’auto, “mamma” mi ha detto quando l’ho girato, aveva il viso di un bambino. Dopo la respirazione artificiale si è un po’ ripreso, ma solo per un attimo. L’altro era tra l’Alfetta e la rete ferroviaria, in ginocchio, la testa sul sedile, non ha detto nulla. Insieme con mio marito e un’altra persona l’ho girato e mi è sembrato che respirasse. Mi son sentita una nullità. Morivano due ragazzi e non potevo farci nulla. Poi un minuto dopo è arrivata l’ambulanza e quella fretta mi è sembrata un po’ irreale quasi stonata. Per quei due ragazzi c’era oramai solo da piangere».
Il 13 ottobre la Banda riesce a compiere uno dei suoi colpi più proficui, a un supermercato Coop di Bologna, dove il bottino è di 100.000.000 lire, di nuovo il 12 novembre riescono a mettere la mani – con una rapina sempre ai danni di un supermercato Coop stavolta a Pesaro – su 159.500.000 lire.
Un nuovo omicidio viene compiuto il 26 giugno 1989, dopo la rapina a un Coop di Corticella i componenti della banda incontrano in strada un uomo, un pensionato 52enne che viene freddato con un colpo di fucile dopo aver chiesto “cosa fate, delinquenti?”, Adolfino Alessandri.
Nel 1990 continuano le rapine, le vittime in totale sono 6 e all’inizio dell’anno successivo si compie la strage del Pilastro. È il 4 gennaio quando la Banda, nel quartiere bolognese alla ricerca di auto da rubare, assalta l’auto di pattuglia dei carabinieri che, solo casualmente, sorpassa l’auto su cui viaggia la Banda. I militari, in realtà, sono nella zona a causa dell’aumentato numero di violenze verso persone extracomunitarie (il 23 dicembre 1990 proprio gli uomini della Banda hanno sparato contro le roulotte di un campo nomadi in via Gobetti a Bologna uccidendo Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina). Il sorpasso fa credere ai banditi che i carabinieri stiano per braccarli, così aprono il fuoco contro il militare alla guida, Otello Stefanini. Stefanini finisce per far sbattere l’auto contro i cassonetti, e i criminali sparano all’impazzata, gli altri due carabinieri a bordo, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, rispondono al fuoco, riuscendo a ferire uno dei criminali, ma non hanno scampo e sono freddati con un colpo alla nuca. La quantità di colpi esplosi è tale che i periti balistici necessitano di mesi prima di riuscire a ricostruire la dinamica e, in questa occasione, viene scoperto che l’auto della Banda è una Fiat Uno di colore bianco, auto che hanno già utilizzato nel corso di diversi colpi precedenti, questa viene però presto abbandonata e incendiata con l’obiettivo di nascondere le macchie ematiche lasciate da uno dei componenti della Banda ferito dai carabinieri.

Intanto le indagini non riescono a scoprire e fermare i criminali, così le rapine proseguono e i banditi tornano a uccidere il 2 maggio 1991. Mentre rapinano un’armeria vengono uccisi sia la proprietaria, Licia Ansaloni, sia il carabiniere in pensione Pietro Capolungo. In questa occasione una donna riesce a vedere il volto di uno dei banditi, una volta effettuato l’identikit viene mostrato al marito di Ansaloni, che nota la somiglianza con un cliente abituale, un carabiniere, ma questa pista non viene seguita dagli investigatori.
I criminali non solo continuano a derubare, ma aumentano anche la violenza, specialmente nei confronti degli stranieri. Il 18 agosto 1991 a San Mauro Mare vengono uccisi due operai senegalesi, Ndiaj Malik e Babou Chejkh, e il terzo a bordo dell’auto, Madiaw Diaw, viene ferito. L’aggressione non ha scopo di rapina o di eliminazione dei testimoni di un furto, ma è motivata dalle ideologie razziste dei membri della Banda.
L’anno seguente vengono compiute altre rapine ma nessun omicidio, mentre il 24 febbraio del 1993 la Banda uccide un 21enne “reo” di aver assistito a un cambio di macchina dei criminali, Massimiliano Valenti. Il 7 ottobre viene invece ucciso a Riale Carlo Poli, un elettrauto.
Nel 1994 la Banda della Uno bianca decide di cambiare target e rapinare gli istituti di credito, in un solo anno sono 9 le rapine riuscite. Il 24 maggio del 1994 viene freddato il direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro, Ubaldo Paci, mentre apriva la filiale.
Le indagini
Per anni il lavoro degli inquirenti è stato vano, indagano alle rapine le Procure di Bologna, Rimini, Pesaro, Forlì, Cesena, senza comunicare tra loro e collegare i crimini, gli inquirenti sono convinti si tratti di due bande diverse, una della “Regata fantasma” che si occupa di rapine ai caselli autostradali e la “banda delle Coop” che rapina i supermercati. Solo dopo 7 anni di attività criminale il magistrato di Rimini Daniele Paci organizza un pool dedicato esclusivamente alla Banda della Uno bianca, unica vera banda criminale dietro tutti i crimini in questione. È il gennaio del 1994.
Intanto gli inquirenti, nell’88, avevano seguito una pista dopo l’omicidio dei carabinieri a Castel Maggiore, nella Uno bianca abbandonata viene rinvenuta la cartuccia inesplosa di una 38 special. Nell’armadietto del bagno dell’abitazione di Salvatore Adamo, arrestato qualche settimana dopo il colpo della Banda per traffico di droga, vengono rinvenuti cinque bossoli di 38 special marca Winchester, bossoli identici a un bossolo trovato sulla Uno bianca. Nell’abitacolo dell’auto usata dai criminali, però, era stato rinvenuta solo la cartuccia inesplosa, mentre adesso si parla di un bossolo che sarebbe stato trovato sotto un tappetino della Uno bianca dopo un controllo più attento, in realtà si scoprirà che il bossolo nell’auto è stato messo in un secondo momento, come anche i cinque bossoli, piazzati ad hoc nell’abitazione di Adamo. Si tratta di un depistaggio, che viene scoperto circa due mesi dopo l’omicidio, il 17 giungo viene arrestatoa Bologna Domenico Macauda, il carabiniere che ha posizionato i bossoli sia nell’auto sia nell’armadietto, “per mettersi in luce coi suoi superiori”, sostiene. L’avvocato di alcuni parenti delle vittime della Banda, Alessandro Gamberini, intervistato da Stefano Nazzi, sostiene che “Ia vicenda del brigadiere Macauda è stata liquidata come un depistatore bizzarro che si mette in testa di fare un depistaggio – lui non ha mai spiegato tra l’altro fino in fondo quale vantaggio avrebbe ottenuto – ma la cosa singolare è che è un depistaggio avvenuto in tempi e modi che sono incompatibili con l’idea di un depistaggio fatto ex post, e sono invece del tutto compatibili con l’idea di un complice della Banda, forse anche di un complice dell’omicidio”. Continua l’avvocato, spiegando che Macauda “dice di aver messo il proiettile sparato dalla sua pistola dietro il sedile, parliamo di un giorno e mezzo dopo l’omicidio, e poi collocherà quattro proiettili uguali a quello sparato dalla sua pistola nella casa di un pregiudicato che verrà accusato dell’omicidio” e “lima il cane della sua pistola perché non si possano ricondurre i proiettili alla sua pistola, ma guardacaso emergono due circostanze che non sono state valorizzate: la prima è che i carabinieri chiedono a tutti i componenti del Nucleo operativo dei carabinieri di Bologna di dare le armi per fare la verifica sui proiettili e i primi sospettati da parte dell’Arma, come indagine amministrativa, sono i carabinieri del Nucleo operativo. Questo è il primo passaggio di cui non si è mai saputo niente e che emerge molto significativamente e andrebbe spiegato: perché i carabinieri sospettavano di quelli del Nucleo operativo? Il secondo passaggio: Macauda dice di aver messo il proiettile dietro il sedile, sparato dalla sua pistola, e poi fatto tutta l’operazione di depistaggio, ma c’è un carabiniere che deporrà davanti alla Corte d’Assise che dice che c’era già un proiettile dietro il sedile di guida, e quindi la Corte d’Assise quando sentirà questo carabiniere si accontenterà di dire ‘forse allora l’ha sostituito’ il meccanismo non è più solo quello di un depistaggio è il meccanismo di uno che avrebbe preso un proiettile sparato dagli assassini, mettendocene un altro, facendo sparire il proiettile sparato dagli assassini, che è già un’operazione questa un po’ diversa dal depistaggio, perché è un’operazione che consiste nel cancellare una prova di un omicidio nei confronti dei tuoi commilitoni”.
Nel 1994 a dedicarsi praticamente giorno e notte ai criminali sono, soprattutto, l’ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza, che iniziano a sospettare che tra i componenti della Banda ci siano uomini in divisa data l’abilità dei banditi con le armi da fuoco e l’uso, in più occasioni, di armi non facilmente reperibili, come i fucili Beretta AR 70/90. Gli investigatori sospettano inoltre che la Banda sia composta da uomini delle forze di polizia anche per la loro lunga attività senza essere acciuffati, data probabilmente dalla conoscenza delle tattiche delle forze dell’ordine e le azioni quali la strage del Pilastro sembrano azioni militari.
Appare evidente anche il fatto che gli agguati siano compiuti con una precisione data da lunghi appostamenti che i componenti della Banda devono fare per conoscere le abitudini dei dipendenti degli istituti di credito. Baglioni e Costanza iniziano così ad appostarsi davanti alle banche e il 3 novembre 1994 uno degli uomini della Banda compie un passo falso: un uomo a bordo di una Fiat Tipo di colore bianca e la targa illeggibile a causa del fango che la copre, viene notato fare un sopralluogo nei pressi di una banca a Santa Giustina, nel riminese. L’auto attira subito l’attenzione degli investigatori che decidono di seguire l’uomo che risale a bordo e si reca al paese di Poggio Torriana, dove poi viene visto entrare in una villetta. Baglioni e Costanza a questo punto non devono far altro che recarsi al Comune del paese e scoprire chi abita in quella villetta: Fabio Savi. In realtà non è la prima volta che il cognome Savi compare durante le indagini. Nel 1991 il dirigente della Squadra Mobile di Bologna, Giovanni Preziosa, chiede che venga fatto un accertamento sui fucili Beretta AR70 in Emilia Romagna, vengono trovati 31 possessori di fucili, tra questi compare il nome di Roberto Savi. Sull’elenco, a penna, viene scritto “collega”. Savi è un poliziotto, risulta aver acquistato due fucili d’assalto (uno il 3 gennaio 1989 e un secondo il 27 dicembre 1990), consegna il proprio fucile per la verifica; Savi fornisce una sola arma (senza che nessuno chieda del secondo fucile), inoltre, monta cane e spoletta dei due fucili fornendo praticamente una terza arma, irriconoscibile per le perizie balistiche. Il 2 febbraio 1991, poi, compare anche il nome di Fabio Savi, che risulta aver acquistato una carabina Sig Manurhin calibro 222 Remington in un’armeria di Rimini.

I membri della Banda
Roberto Savi, il fratello maggiore, è in polizia dal 1976, nel 1991, a quasi 40 anni, vive a Sasso Marconi, dopo aver lasciato la moglie, con una ragazza nigeriana di 21 anni. Durante la sua carriera è stato segnalato per alcuni episodi violenti (una volta ha sferrato un violento pugno all’addome a un ladro d’auto e ha rasato i capelli a un tossicodipendente).
Anche il fratello, Fabio Savi, avrebbe voluto entrare in polizia, ma viene scartato per un difetto alla vista. Decide allora di aprire un’officina che poi a causa di alcuni debiti si trova a chiudere e si reinventa camionista; si separa nel 1992 dopo aver conosciuto una ragazza a Budapest che lo segue in Italia. C’è anche un terzo fratello, Alberto Savi, il minore, anche lui poliziotto. I tre fratelli hanno in comune la passione per le armi da sparo e vanno abitualmente ai poligoni di tiro. I fratelli più grandi, Roberto e Fabio, condividono inoltre gli ideali politici di estrema destra, il maggiore ha militato nel Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) da ragazzo.

Gli arresti
Quando Costanza e Baglioni riescono a identificare il membro della Banda, Roberto Savi, indagando sulle armi in suo possesso, non sono ancora a conoscenza del fatto che sia un poliziotto. Lo scoprono per caso all’ufficio amministrativo della Questura, il momento in cui una poliziotta nota la somiglianza è ancora nitido nella memoria di Baglioni che racconta: «io e Pietro siamo rimasti veramente di marmo, ci si è gelato il sangue, ha capito la ragazza probabilmente che avevamo scoperto qualcosa di importante ed è stata zitta, per fortuna, è stata grande. Abbiamo detto loro “se dite che è un collega ci siamo probabilmente sbagliati, noi stiamo indagando su un traffico di armi”. Abbiamo chiuso il fascicolo, non abbiamo preso nulla, anzi, abbiamo anche ritirato la richiesta che avevamo fatto per vederlo perché ho detto non lasciamo tracce, portiamo via tutto. Siamo scappati dalla questura di Bologna perché scoprire che all’interno – perché noi eravamo sicuri che questi soggetti appartenevano alla Banda della Uno Bianca – c’era un poliziotto in servizio ci ha fatto paura».
Vengono allora posti sotto controllo i telefoni dei fratelli Savi, il 20 novembre gli inquirenti scoprono che l’indomani i fratelli intendono compiere una rapina a Ravenna. Alle 4 del mattino del 21 novembre Fabio e Roberto Savi escono dalle rispettive case, Fabio capisce di essere seguito, notando le troppe auto dietro di lui vista l’ora, così tramite una ricetrasmittente mobile avverte il fratello Roberto. Secondo le ricostruzioni Roberto dice a Fabio di andarsene, aggiungendo che “alle 19 prendo servizio se è tutto a posto io ti chiamo e tu torni, altrimenti capisci”. Quella sera stessa Roberto Savi viene arrestato nella sala operativa della Questura di Bologna; gli agenti si recano poi a casa di Fabio Savi, che è al momento in fuga, dove vengono rinvenute numerose armi (tra cui le pistole rubate nell’armeria dove sono stati uccisi Ansaloni e Capolungo). Fabio Savi è arrestato il 24 novembre, a pochi chilometri dall’Austria insieme alla sua compagna, Eva Mikula, proprio la donna racconterà numerosi dettagli sulla Banda, ma anche i fratelli Savi raccontarono tutto ed emerge come Roberto e Fabio fossero i leader della Banda. Alberto Savi viene arrestato il 26 novembre, anche lui, si scopre, fa parte della Banda, come anche Pietro Gugliotta, un poliziotto in servizio alla Questura di Bologna. All’assalto al portavalori alla Coop di Casalecchio di Reno partecipa anche Marino Occhipinti, vice sovrintendente della sezione narcotici della Squadra Mobile a Bologna, mentre l’agente scelto della polizia stradale di Cesena Luca Vallicelli partecipa alla prima rapina, poi coprì le altre.

I processi
I giudici della Corte d’Assise di Pesaro, Rimini e Bologna hanno condannato, il 6 marzo 1996, Roberto, Fabio e Alberto Salvi all’ergastolo. Anche Marino Occhipinti ha ricevuto lo stesso verdetto mentre per Pietro Gugliotta la pena è stata di 28 anni di reclusione (poi tramutata in 18 anni). Luca Vallicelli ha patteggiato una pena di tre anni e 8 mesi di carcere.
Occhipinti, il cui pentimento è stato giudicato sincero, è libero dal 2018, Gugliotta dopo aver scontato la sua pena è tornato in libertà dal 2008.
Secondo molti, però, tutta la verità sulla Banda della Uno Bianca non è ancora stata portata a galla. A livello di coperture da parte di altri agenti di polizia o a livelli superiori. Secondo Paci le coperture sarebbero da escludere “per ragioni logiche, ovviamente la certezza nessuno può averla però, per quella che è stata la nostra esperienza, non appena abbiamo avuto degli elementi che portassero a individuare questi soggetti c’è stata, dentro la Polizia di Stato – che è la forza di polizia con cui sono stati individuati – una gara a chi svolgeva maggiori indagini per svelare questi retroscena”. Di tutt’altro avviso l’avvocato Gamberini, che sostiene ci siano state coperture importanti, con un ruolo fondamentale giocato dai servizi segreti.
Il 4 gennaio 2022, a 31 anni dalla strage del Pilastro, i parenti delle vittime hanno annunciato un esposto tornando a chiedere luce sui crimini della Banda. Ludovico Mitilini, fratello di Mauro una delle vittime della strage, ha spiegato: «non accettiamo chi ci risponde dicendo che la verità è questa e che la dobbiamo accettare le sentenze sono passate in giudicato e le indagini sono state complesse, ma ci possono essere elementi nuovi. La verità non è assoluta. Ci furono molti depistaggi. Al Pilastro, ad esempio, avevano già il kerosene per incendiare l’auto. Quindi probabilmente era un agguato premeditato e studiato, come tante altre azioni». Rosanna Zecchi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca, sottolinea che “vogliamo che venga fuori tutto: se c’è qualcos’altro o se c’è qualcun altro dietro, è ora che venga fuori. Se non c’è niente, bene: la chiudiamo lì. Altrimenti è ora che venga fuori, come per la strage del 2 agosto”. I familiari della vittime specificano che “non conosciamo tutta la verità su quella strage. Di quell’eccidio, come di tante altre azioni della famigerata banda di assassini, conosciamo solo alcuni esecutori materiali”. A inizio gennaio 2024 la Procura di Bologna ha aperto un nuovo fascicolo di indagine sui fatti della Uno Bianca, proprio a seguito dell’esposto presentato dai familiari delle vittime, secondo le ipotesi degli avvocati dei parenti delle vittime della banda criminale, Alessandro Gamberini e Luca Moser, è infatti quella che non siano ancora state accertate le responsabilità, i mandanti e le coperture sostenendo che quella della Uno bianca non fosse solo una banda di assassini, ma che i crimini compiuti si iscrivessero in un disegno eversivo e terroristico più ampio, teso ad alimentare la strategia della tensione.
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: ANSA / PASQUALE BOVE