La risposta angloamericana agli attacchi degli Houthi alle navi nel Mar Rosso potrebbe aprire un nuovo fronte di guerra in Medio Oriente
La situazione in Yemen continua a far temere che lo scenario di guerra aperto dall’attacco di Hamas del 7 ottobre continui a espandersi.
A seguito degli attacchi compiuti dagli Houthi alle navi nel Mar Rosso, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno ripetutamente attaccato lo Yemen. Con gli attacchi angloamericani compiuti a inizio febbraio sarebbero stati colpiti oltre 30 obiettivi nel Paese, il membro dell’ufficio politico degli Houthi dello Yemen, Mohammed Al-Bukhaiti, a seguito degli attacchi ha assicurato che questa aggressione “non resterà senza risposta e risponderemo all’escalation con l’escalation”. A La Repubblica che lo ha intervistato, uno dei leader Houthi, Mohamed Ali al-Houti, ha minacciato anche l’Italia (“rea” di voler prendere parte alla missione dell’Unione europea Aspides nel Mar Rosso per proteggere le navi commerciali) che “diventerà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen. Il suo coinvolgimento sarà considerato un’escalation e una militarizzazione del mare, e non sarà efficace. Il passaggio delle navi italiane e di altri durante le operazioni yemenite a sostegno di Gaza è una prova che l’obiettivo è noto”. Nel corso della sua relazione alle commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva spiegato che a seguito delle azioni degli Houthi è stato registrato “un calo del 38% del traffico marittimo, l’aumento dei tempi di navigazione di 10-12 giorni, con costi quintuplicati ed il rischio di marginalizzazione dei porti del Mediterraneo”, e aveva messo in guardia riguardo alla missione per sconfiggerli, dato che “gli interventi della coalizione angloamericana contro gli Houthi hanno portato al dimezzamento delle loro azioni, ma il gruppo yemenita è il più organizzato dell’entourage iraniano, molto più di Hezbollah. Hanno capacità propria di produzione di armi, hanno resistito per anni agli attacchi di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, valgono dieci volte Hamas”.
L’Italia è presente nell’area del Mar Rosso con assetti navali e militari in tre missioni internazionali: Atalanta (Unione europea), Emasoh (europea a guida francese) e la Task Force 53 della Combined maritime forces (a guida statunitense). Aspides, aveva spiegato il ministro Crosetto, «dovrebbe agire nel Mar Rosso e parte del Golfo Persico, inglobando, in qualche modo, l’altra operazione europea Emasoh ed auspichiamo possa prevedere la partecipazione di Paesi arabi moderati che volessero unirsi a questo sforzo collettivo di sicurezza ed anche dell’India», con l’obiettivo di “creare un meccanismo di deterrenza per difendere il traffico marittimo in tutta l’area, fino a Suez. Gli assetti europei di previsto impiego per l’operazione comprenderanno, per ora, un minimo di tre unità navali, supporto intelligence e logistico, capacità di Early Warning aereo, protezione cyber, supporto satellitare e comunicazione strategica in supporto alla cosiddetta Information Warfare”. L’Italia “come anche la Francia e la Grecia, ha dato la sua disponibilità iniziale anche ad ospitare il Comando operativo o, in alternativa, ad assumere la responsabilità del comando tattico della forza europea da bordo di una nostra nave, nell’ottica di dare pratico impulso all’operazione, se questo si rendesse necessario”, ha spiegato il ministro.

Secondo Mohamed Ali al-Houti gli attacchi di Usa e Uk sono “aggressioni illegali e di un terrorismo deliberato e ingiustificato. Gli aerei d’aggressione americano-britannici hanno lanciato 48 attacchi aerei contro lo Yemen, colpendo Sanaa e Hodeida insieme ad altri obiettivi. In precedenza, hanno preso di mira le nostre pattuglie nel Mar Rosso, causando il martirio delle forze navali. Questi bombardamenti non influenzeranno le nostre capacità. Anzi ci rafforzano”. Secondo alcuni analisti, infatti, gli Houthi potrebbero utilizzare a loro favore la narrazione intorno agli attacchi stranieri in Yemen, dato che così accresce l’immagine rivoluzionaria del movimento e si fanno portavoce di chiunque consideri gli Stati Uniti un nemico. I primi Paesi a denunciare il tentativo statunitense di “infiammare ulteriormente il conflitto” e di “voler risolvere le crisi attraverso l’uso della forza e del militarismo” sono, non a caso, Russia e Iran.
Nell’intervista al quotidiano italiano Mohamed Ali al-Houti ha negato la volontà di bloccare il Mar Rosso: «prendiamo di mira solo le navi associate a Israele, che si dirigono verso porti occupati, di proprietà di israeliani, o entrano nel porto di Eilat. Qualsiasi nave non legata a Israele non subirà danni. Non abbiamo intenzione di chiudere lo stretto di Bab el Mandeb o il Mar Rosso. Se volessimo farlo, ci sarebbero altre misure più semplici rispetto all’invio di missili». Il leader Houthi si dice inoltre tranquillo in merito alla possibile guerra di terra, anzi sostiene che “è ciò che desidera il popolo yemenita, poiché si troverà finalmente di fronte a coloro che sono responsabili delle sue sofferenze da oltre nove anni. Se gli Stati Uniti inviano truppe nello Yemen, dovranno affrontare sfide più difficili di quelle in Afghanistan e Vietnam. Il nostro popolo è resiliente, pronto e ha varie opzioni per sconfiggere strategicamente gli americani nella regione”.
Gli Usa hanno inoltre colpito anche Siria e Iraq – con l’obiettivo di eliminare le milizie filoiraniane a seguito dell’attacco compiuto in Giordania a pochi chilometri dalla Siria costato la vita a tre militari statunitensi – e la Cnn, a tal proposito, ha espresso la sua preoccupazione dato che “errori o successi imprevisti possono portare a spirali e ciò può portare a conflitti inevitabili e più ampi in una zona ad alta tensione. È quasi un miracolo che un conflitto più ampio non sia già scoppiato in Medio Oriente”. Secondo quanto riporta il New York Times l’esercito a stelle e strisce in Yemen starebbe portando avanti una “via di mezzo” (gli ultimi attacchi sono stati meno intensi rispetto al primo, dell’11 gennaio) con l’obiettivo di indebolire le capacità degli Houthi ma evitare un’espansione del conflitto.

Lo Yemen, flagellato dalla guerra civile
Come riporta il sito internet di Save the Children lo Yemen è un Paese che è stato devastato dalla guerra che si è protratta dal marzo 2015 al settembre 2021. Durante il conflitto sono morte circa 20mila civili, con raffiche di 10 attacchi aerei al giorno nel Paese.
La guerra civile è iniziata all’indomani della primavera araba, portando il presidente Ali Abdullah Saleh, a cedere il potere al suo vice, Abdrabbuh Mansour Hadi. Il neopresidente si è trovato ad affrontare attacchi dalle forze militari fedeli all’oramai ex presidente, ma anche alla crisi economica e all’insicurezza alimentare nel Paese. Nel 2014 gli Houthi prendono il controllo della provincia settentrionale e hanno inizio i combattimenti, che si intensificano appunto nel marzo 2015 con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita che inizia ad attaccare gli Houthi, sostenuti dall’Iran, con bombardamenti aerei con l’obiettivo di ripristinare il governo di Hadi.
La guerra ha provocato un peggioramento delle condizioni della popolazione yemenita che è arrivata in fretta all’orlo della carestia e del collasso economico, come sottolinea Save the Children “la carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari” e per questo “a seguito degli attacchi statunitensi e britannici del 12 e 13 gennaio 2024, c’è grave preoccupazione per l’impatto umanitario della recente escalation militare nello Yemen e nel Mar Rosso“.
Non solo navi?
Secondo quanto riporta AdnKronos la nuova strategia degli Houthi sarebbe quella di sabotare i cavi delle telecomunicazioni occidentali. Riporta l’agenzia di stampa: «l’allarme è scattato dopo che un canale Telegram considerato vicino agli Houthi ha pubblicato una mappa delle infrastrutture digitali sui fondali del Mar Rosso e il messaggio: “ecco le mappe dei cavi internazionali che connettono tutte le regioni del mondo dal mare. Sembra che lo Yemen si trovi in una posizione strategica, dato che le linee Internet che connettono interi continenti, non solo Paesi, passano vicino al Paese”».
Un dato da ricordare è che nel Mar Rosso corre il 17% del traffico internet su fibra ottica a livello mondiale. Il ministro dell’Informazione del governo yemenita basato ad Aden, Moammar al-Eryani, ha denunciato la minaccia degli Houthi su “una delle infrastrutture digitali più importanti del mondo”, sono 16 i cavi sottomarini che passano dal Mar Rosso per arrivare in Egitto, di questi uno dei più strategici è il cavo di 25mila chilometri AE1 che collega Asia, Africa ed Europa.

Le motivazioni del conflitto
Sostiene la Senior Associate Research Fellow dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Eleonora Ardemagni, che le motivazioni degli Houthi ad aprire il conflitto siano molteplici in primis: «l’antisemitismo e l’antisionismo hanno contraddistinto il movimento houthi sin dai discorsi del fondatore Husayn al-Houthi e sono parte dello slogan del gruppo. Con notevole opportunismo politico gli houthi hanno poi colto la “finestra di opportunità” rappresentata dal conflitto a Gaza innanzitutto per accrescere il consenso interno sfruttando il tradizionale sentimento pro-palestinese degli yemeniti, distogliendo così l’attenzione dal malcontento delle popolazioni che vivono nel quasi-stato repressivo degli houthi», ma anche: «per sostenere la campagna di reclutamento interno nonché di donazioni raccolte per aiutare i palestinesi; per rafforzare il loro status di attore regionale, stringendo ulteriormente l’alleanza con l’Iran (attraverso armi, addestramento e intelligence), pur conservando significativa autonomia decisionale da Teheran; e infine per tenere sotto scacco l’Arabia Saudita nel corso dei colloqui per il cessate il fuoco bilaterale».
di: Flavia DELL’ERTOLE
FOTO: EPA/YAHYA ARHAB