A meno di 100 giorni dalle Olimpiadi di Parigi, scatta la corsa contro il tempo per strappare, almeno quest’anno, un’urgente tregua olimpica. Macron al lavoro: “chiederò aiuto a Xi”
Poche cose sono, come lo sport, vettori internazionali e davvero trasversali di valori condivisi. È per questo che con cadenza quadriennale, biennale considerando l’intramezzo dei Giochi invernali, le Olimpiadi sono fortemente attese come un momento corale di raccoglimento al di là di guerre, tensioni, blocchi politici. Ma davvero è così? Il presidente Emmanuel Macron, pronto ad ospitare le Olimpiadi di Parigi 2024, è già al lavoro per una tregua olimpica, ossequiando una tradizione antichissima ma spesso snobbata dalla storia. L’appuntamento nella Capitale francese è dal 26 luglio all’11 agosto per i Giochi della XXXIII Olimpiade; seguiranno, dal 28 agosto all’8 settembre, le Paralimpiadi. A 100 giorni dall’apertura dei giochi gli stadi e le piste sono pronti, la pace è ancora tutta da costruire.
Il canonico appello per la tregua olimpica non impedisce a Parigi di ribadire la ferma condanna delle azioni di Mosca. Il Comitato Olimpico Internazionale ha infatti decretato che gli atleti russi e bielorussi potranno partecipare ai Giochi, ma solo come “Atleti individuali neutrali“, e dunque senza bandiera e senza inno nazionale in caso di vittoria. Inoltre, saranno le federazioni coinvolte e il CIO ad attestare che gli atleti non abbiano “attivamente sostenuto la guerra in Ucraina” e che non siano sotto contratto con l’esercito o altre agenzie di sicurezza. Una decisione che Macron precisa di condividere. «La regola è semplice: – spiega il presidente ai microfoni di BFM TV – noi (Paese ospitante, ndr) co-invitiamo insieme al CIO e formalmente sono le federazioni che invitano i loro capi di Stato. Il fatto che la Russia non sia stata invitata è una decisione della famiglia olimpica» che, precisa ancora Macron, “ai miei occhi è proporzionata e giusta“. Quello che si chiede agli atleti è “la decenza di non fare commenti irrispettosi, di rispettare l’avversario, di non fare politica o essere aggressivi“. Dopotutto la neutralità politica, che può riguardare gli atleti ma di certo non è pane per i capi di Stato come ci dimostra anche l’inquilino dell’Eliseo, è un elemento fondante e costitutivo dei Giochi.

Tregua olimpica: storia di una pace a tempo
A testimonianza di ciò, si pensi che l’esigenza di una pace diffusa si palesò fin dalla prima Olimpiade della storia, l’appuntamento del 776 a.C., quando Iftios, re della regione di Olimpia, l’Elide, e i suoi omologhi di Pisa (Cleostene) e Sparta (Licurgo) siglarono una tregua per consentire lo svolgimento della manifestazione. È così che la tregua olimpica nacque insieme ai Giochi, e da essi dovrebbe essere inscindibile. L’esigenza di una pace in concomitanza con le Olimpiadi nasce certamente anche per motivi pratici, ossia per consentire agli atleti di spostarsi nel Peloponneso per raggiungere Olimpia senza rischiare la propria vita. Ad annunciare l’inizio della tregua, nelle settimane antecedenti i Giochi, erano gli spondophoroi che diffondevano il nunzio di pace con una corona di ulivo in testa e il bastone alato di Hermes in mano. È così che nacque quella che prende il nome di “Ekcheiria” (ἐκεχειρία, letteralmente “tenere ferme le mani”), la personificazione della pace degli dèi in occasione delle Olimpiadi.
La tradizione diplomatica dell’Ekechiria si dissolse però insieme alle Olimpiadi, né venne ripresa in occasione delle prime Olimpiadi moderne, quelle promosse da Pierre de Coubertin e inaugurate da Re Giorgio I nel 1896 ad Atene. Per assistere al primo tentativo di mediazione per mano del CIO bisogna risalire al 1991, quando il Comitato negoziò in prima persona con l’Onu un ripensamento delle sanzioni imposte all’ex Jugoslavia (all’epoca ormai Serbia e Montenegro), che comprendevano anche un divieto di partecipazione a eventi sportivi internazionali. Grazie all’intervento del CIO, alla fine alcuni atleti jugoslavi parteciparono ai Giochi estivi di Barcellona del 1992, seppur come “indipendenti”, una soluzione simile a quella promossa quest’anno per le Olimpiadi di Parigi 2024.

L’ONU e l’ideale olimpico
Gli appelli per la tregua olimpica, da allora, si susseguono puntuali a scadenza biennale, in occasione dei Giochi Estivi e di quelli Invernali. Anche in occasione dei Giochi Invernali di Pechino 2022 l’Onu aveva invitato le Nazioni a “costruire una cultura di pace” osservando un cessate il fuoco durante lo svolgimento dei giochi con la risoluzione 76/13 promossa da 173 Stati. Se Antonio Guterres aveva richiamato “la nostra famiglia” a rispettare un “appuntamento con la storia“, ci tocca purtroppo ricordare come non sempre la storia sia stata capace di imporre la pace (almeno) nello sport. L’intervento dell’Onu, oltretutto, è poco più che un pro-forma: il testo Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal viene infatti adottato ogni due anni per consenso (dunque non all’unanimità) e privo di qualunque valore vincolante, chiedendo una tregua dai 7 giorni antecedenti l’inizio delle Olimpiadi ai 7 successivi la conclusione delle Paralimpiadi, che seguono la prima manifestazione. Difficile parlare di efficacia della risoluzione, al netto dei quattro giorni che Putin fece intercorrere dalla fine dei Giochi Invernali all’invasione ufficiale dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Di tutta risposta, la comunità internazionale rispose penalizzando gli stessi atleti che, tremila anni fa, venivano tutelati con l’istituzione della tregua, impedendo la partecipazione alle Paralimpiadi agli sportivi russi e bielorussi.
Non si contano, nella storia, tutte le lampanti violazioni (o, più correttamente, sfacciate orecchie da mercante) della tregua olimpica. Non ci fu nessuna pace nel 2008 quando sempre la Russia invase la Georgia nel giorno di apertura delle Olimpiadi estive di Pechino, né nel 2014 quando sulle strade di Kiev si versava il primo, nefasto, sangue di piazza mentre erano ancora in corso le Olimpiadi Invernali di Sochi. Non ci si fermò neppure in Siria, nel 2012 quando la guerra civile impazzava durante i Giochi di Londra e nel 2018 quando la già martoriata Ghouta subiva l’ennesima repressione armata.
Oggi l’ambizioso Macron, in veste di moderno spondophoros, si appella anche all’aiuto di Xi Jinping per mettere pausa ai conflitti, perlomeno quelli più fragorosi, da Gaza all’Ucraina al Sudan dove esattamente un anno fa iniziava quello che l’ONU ha tristemente sintetizzato come uno dei “peggiori disastri umanitari della storia recente“.

Mancano 100 giorni all’ultima tappa della staffetta della fiaccola che, giunta a Parigi, inaugurerà i nuovi Giochi. Oggi è difficile immaginare che le parti coinvolte, offesi e offensori, siano pronte ad abbassare scudi e armi, non fosse altro che in continuità con le scelte del passato più recente. La storia più antica ci avrebbe suggerito diversamente.
di: Marianna MANCINI
FOTO: ANSA/EPA/FILIP SINGER
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