Lo stile di vita nomade fa parte del patrimonio della Mongolia, Paese in cui vagabondare è ritenuto un diritto sacro. L’intervista al professore David Bellatalla
Si spostano con il loro bestiame per individuare pascoli migliori e poi cambiano nuovamente zona. Pensare ad un vasto territorio come la Mongolia porta automaticamente all’idea di nomadismo, pianure infinite, e ger. Pur essendo uno dei territori più estesi del Continente asiatico, è un Paese poco popolato, con appena 3,4 milioni di abitanti (di cui quasi la metà vivono nella capitale Ulan Bator) e 65 milioni di animali tra mucche, pecore, capre, cavalli e cammelli. Un popolo che innesca curiosità per il suo modo di vivere, per come affronta il clima tipico della regione, e per le sue tradizioni. Per saperne di più la redazione de Il Mondo SMCE ha intervistato David Bellatalla, professore d’onore presso l’Università MUST (Mongolian National University), membro del comitato scientifico del naMec (Centro Studi di Antropologia Università di Firenze e Parma), del CELSO -Istituto di Studi Orientali di Genova, e dello IAMS – International Association for Mongolian Studies di Ulan Bator.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra un popolo nomade della Mongolia?
«La risposta è strettamente connessa alla sua idea di libertà, una forma di disciplina con valori e principi etico-morali e un forte senso di sacralità nella quale nulla viene pianificato. Il nomade è indipendente, libero con la propria famiglia di svolgere le proprie attività, ma nel momento in cui si presenta una situazione che minaccia la sopravvivenza, il gruppo si unisce per superare insieme le difficoltà. Oggi il modello nomadico non rientra nei piani di sviluppo di nessun governo, in quanto non porta alcun vantaggio economico: si tratta probabilmente del maggior problema per il futuro di questo prototipo culturale. I cambiamenti in atto nel mondo del pastoralismo nomade sono dovuti alle politiche del Paese. C’è la necessità di riforme che diano la possibilità di un’interazione vantaggiosa, sia per le necessità degli agglomerati urbani, che per il mondo pastorale nomade».
Qual è il clima del Paese? Come si organizzano i nomadi della Mongolia in base alle diverse condizioni climatiche che affrontano nei vari periodi dell’anno?
«Il clima in Mongolia è freddo-continentale, inverni molto lunghi (fino a 6 mesi) e freddi (temperature comprese tra i -35°C e i -45°C), con brevi stagioni intermedie e un’estate solitamente calda (25-35°C). I cambiamenti climatici negli ultimi trent’anni sono soprattutto constatabili attraverso le precipitazioni durante il periodo estivo: siamo passati da poche giornate di pioggia, fino al 50% delle giornate di buona stagione. Se da un lato questo incremento è positivo per i pascoli, dall’altro rappresenta un problema per le frequenti inondazioni o esondazioni dei corsi d’acqua che spesso causano gravi danni. I nomadi mongoli seguono un itinerario ciclico annuale (tra i quattro e i 10 campi a seconda dell’etnia e dell’area geografica) che riguarda la relazione con il mondo degli antenati. In un certo senso muovere il campo verso la prossima destinazione significa sancire il legame con il passato, è come rinnovare ogni anno il ciclo della vita. Generalmente in inverno le carovane si muovono verso le aree montuose per cercare riparo dai freddi e gelidi venti invernali. Durante la buona stagione, invece, la maggior parte dei campi è situata nelle zone pianeggianti in prossimità dei corsi d’acqua. Gli spostamenti dei nomadi non sono mai casuali, seguono itinerari dettati dalla tradizione del clan specifico».

Cos’è il fenomeno dello dzud? Cosa comporta per i nomadi?
«Dzud letteralmente significa disastro dovuto a cause ambientali e climatiche, e si presenta ciclicamente ogni 10-12 anni. A fine inverno o inizio primavera i venti gelidi e improvvisi che arrivano da Nord scatenano tempeste con abbondanti precipitazioni nevose che per alcuni giorni coprono fino l’80% del Paese. Quest’anno ci sono stati quasi due milioni di animali periti a causa dello dzud, che a volte causa anche vittime umane, soprattutto pastori nomadi che durante la tempesta di neve si mettono in cerca dei loro animali per riportarli in prossimità dei campi. La capacità di adattamento ai rigori del clima o ai repentini cambiamenti climatici è una prerogativa di coloro che da migliaia di anni vivono nella natura. Generalmente i nomadi non temono il freddo, le loro ger infatti sono delle abitazioni mobili all’interno delle quali il fuoco nella stufa di ghisa, alimentato con legna o sterco essiccato, consente di avere 18-20°C anche quando fuori ce ne sono -45°C. Il caldo, invece, è per loro davvero insopportabile, l’area del Gobi è la zona della Mongolia dove si registra la più alta escursione termica tra l’estate e l’inverno: si passa da più 45°C a -40 gradi°C».
Tra le pratiche dei mongoli nomadi quali sono le più famose e tradizionali?
«Nella tradizione nomade ci sono moltissime pratiche che riguardano il mondo spirituale, quello sociale, e quello prettamente culturale. Direi che la festività dello Tsagaan Sar, letteralmente la festa della Luna Bianca, che si celebra dal primo al terzo giorno del primo mese del calendario lunare, è una delle festività mongole più importanti. La rilevanza dal punto di vista culturale e sociale è di primissimo piano, una vera e propria consacrazione al senso di appartenenza al proprio clan e di solidarietà tra le famiglie. Il Naadam è invece la festività del nomadismo: corse di cavalli, tiro con l’arco e competizioni di lotta sono gli eventi attorno ai quali si stringono le diverse etnie per sancire il valore di questa tradizione che risale al lontano 1638. Dal 2010, il Naadam è stato iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO».
Religione e spiritualità…
«La prima cosa che appare evidente per chi viaggia in Mongolia per la prima volta è il senso di tolleranza nei confronti delle religioni, delle credenze e del senso di spiritualità che ogni persona professa. Lo sciamanesimo, che è un complesso di credenze più che una religione vera e propria, è storicamente l’antica forma di spiritualità che vige tra le popolazioni nomadi della Mongolia. Il buddismo lamaista, invece, arrivò tra i nomadi della Mongolia dopo le conquiste del periodo di Chinghis Khan. Il senso del Sacro è ancora molto sentito e vissuto tra l’intera popolazione, indipendentemente dallo status sociale dell’individuo».

David Bellatalla è arrivato per la prima volta in Mongolia nell’inverno del 1992 con l’obiettivo di svolgere una spedizione di ricerca accademica, ripercorrendo gli itinerari delle antiche carovaniere dell’Asia, le Vie della Seta. Il viaggio è durato quasi due anni. Nel momento esatto in cui il professore ha iniziato a vivere a contatto con i nomadi si è reso conto di quanto gran parte di ciò che era stato scritto su di loro esaltasse soltanto gli aspetti negativi e mancasse di concreta conoscenza dello spessore sociale, culturale e anche spirituale del modello di questi uomini.
In un Paese che si trova a dover fronteggiare nuove sfide e cambiamenti, il nomadismo continua ad essere l’elemento principale della cultura mongola, un mondo tutto da esplorare.
Tutte le foto sono per gentile concessione