Paolo Sorrentino torna al cinema pronto, nuovamente, ad ammaliare, stupire e celebrare la sua Napoli

Pluripremiato regista, sceneggiatore, scrittore, attore e – forse soprattutto – napoletano. In due parole: Paolo Sorrentino. A Napoli, dove nasce nel 1970, Sorrentino dedica (anche) la sua ultima opera, Parthenope, presentata al Festival di Cannes (conquistando oltre 10 minuti di applausi) nelle sale dal 24 ottobre, evoca e celebra la fondatrice della città secondo la tradizione, la sirena Partenope. Secondo la rivista Variety, l’ultima fatica di Sorrentinonon è una semplice storia di formazione; piuttosto, è un film sul ritorno a se stessi. È una ricerca artistica commovente, mentre il regista esplora, attraverso il racconto di una donna che trova la sua vita interiore – sia al di là della sua bellezza, sia attraverso di essa – le ragioni per cui brandisce la sua macchina fotografica in primo luogo: la ricerca di verità trasformative sul modo in cui vediamo il mondo e noi stessi meglio svelati attraverso la scoperta estetica”.

Il regista torna a raccontare la sua città dopo È stata la mano di Dio, il film che gli è valso una candidatura al Premio Oscar, 12 candidature (e cinque vittorie) ai Nastri d’Argento, 15 candidature (e cinque vittorie) ai David di Donatello. In È stata la mano di Dio Sorrentino percorre inoltre un viaggio autobiografico e rende omaggio a quel cinema che, di quel viaggio, è parte integrante.

Sorrentino lascia Napoli e l’Università per dedicarsi al cinema a 25 anni e, spiega in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno del 2009, che “la perdita dei genitori a 17 anni mi ha cambiato la vita in tut­ti i sensi. Se non fosse successo quello che è successo, non avrei mai fatto il regista. Da figlio di bancario avrei seguito, più o meno, le orme paterne. L’essere rimasto orfano mi ha dato l’incoscienza per provarci”. I genitori del regista infatti muoiono nel sonno a causa del guasto di una stufa mentre si trovano nella casa in montagna, avvelenati dal monossido di carbonio, mentre Paolo era riuscito a convincere il padre proprio in quel weekend a lasciarlo seguire il Napoli di Maradona in trasferta. Il titolo del suo film È stata la mano di Dio, alla luce di questi fatti, assume un significato in più.

Sorrentino alla premiere mondiale di “È stata la mano di Dio” al cinema Metropolitan di Napoli, novembre 2021. Il film è uscito nelle sale il 24 novembre dello stesso anno e a dicembre è stato rilasciato su Netflix. Crediti: ANSA/CIRO FUSCO

Dopo anni di gavetta e lavori minori, Paolo Sorrentino nel 2001 è regista e sceneggiatore del suo primo lungometraggio, L’uomo in più, lavoro che gli vale diversi premi e soprattutto segna l’inizio di un’unione artistica con l’attore Toni Servillo. Il sodalizio con Servillo prosegue infatti con il film di tre anni più tardi, Le conseguenze dell’amore, pellicola che fa incetta di premi e fa conoscere il regista partenopeo al grande pubblico. Se nel 2006 ne L’amico di famiglia il pubblico apprezza l’attore protagonista Giacomo Rizzo, nel 2008 ritrova la coppia SorrentinoServillo grazie al film ispirato a Giulio Andreotti, Il divo, che conquista il Premio della giuria al Festival di Cannes.

Nel 2010 Sorrentino si reinventa scrittore e con il suo primo romanzo, Hanno tutti ragione, ottiene una candidatura al Premio Strega (posizionandosi al terzo posto) e all’Alabarda d’oro. Al cinema il successo internazionale si rafforza significativamente l’anno successivo grazie al primo film in lingua inglese del regista napoletano, This Must Be the Place, con protagonista Sean Penn, per arrivare, nel 2013, alla consacrazione del Premio Oscar per la pellicola scritta con Umberto Contarello che torna ad avere Servillo come protagonista: La grande bellezza. Oltre al premio dell’Academy il film vince quattro European Film Awards (miglior film, miglior regista, miglior attore e miglior montaggio), un Golden Globe come miglior film straniero, il Premio BAFTA al miglior film straniero e cinque Nastri d’Argento.

Due anni più tardi esce il secondo film in lingua inglese di Sorrentino, Youth – La giovinezza, e nel 2016 si dedica per la prima volta alla scrittura di una serie tv, The Young Pope con protagonisti Jude Law, Diane Keaton e Silvio Orlando, accolta molto positivamente e rinnovata per la seconda stagione dal titolo The New Pope.

Il regista torna a fare coppia con Toni Servillo nel 2018 per il film ispirato a Silvio Berlusconi, Loro, che conquista due David di Donatello e quattro Nastri d’Argento ed è, però, una delle pellicole meno conosciute di Sorrentino dato che i diritti sono stati acquistati da Mediaset che non ha mai effettuato una distribuzione digitale né ha mai trasmesso il film in tv.

Dopo il primo romanzo Sorrentino ha pubblicato Tony Pagoda e i suoi amici nel 2012, Gli aspetti irrilevanti nel 2016 e Il peso di Dio. Il Vangelo di Lenny Belardo l’anno successivo. Da sottolineare anche le doti attoriali del regista che ha partecipato a Il Caimano di Nanni Moretti, Questione di cuore di Francesca Archibugi, Tre occhi di Marco Risi e in un indimenticabile episodio della serie tv Boris.

Da sinistra a destra: Luisa Ranieri, Gary Oldman, Celeste Dalla Porta, Paolo Sorrentino, Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Daniele Rienzo, Dario Aita and Peppe Lanzetta alla premiere di “Parthenope” durante la 77esima edizione del Festival di Cannes, maggio 2024. Crediti: ANSA/EPA/ANDRE PAIN

La poliedricità di Sorrentino rispecchia la sua visione del cinema che da un lato omaggia i grandi del passato e dall’alto si eleva ad assoluta novità che lascia il vuoto attorno a sé. I personaggi scritti da Sorrentino riescono a essere al contempo sgradevoli e straordinariamente simpatici, paradossali ma non macchiettistici; le sceneggiature sono originali e ogni singolo spettatore si trova a interpretare una chiave di lettura diversa a ogni singola scena. La capacità di Sorrentino è quella di superare ogni cliché, restando fedele innanzitutto a se stesso, capace di creare nuove maschere, per raccontare nuove storie.

L’opera cinematografica di Paolo Sorrentino si ascrive all’interno di una filosofia che sembra rifarsi all’aforisma attribuito a Bernardo di Chartres che vede i contemporanei come “nani sulle spalle dei giganti”, che il citazionismo dei grandi maestri sia un elemento centrale del cinema di Sorrentino è indubbio ed è parimenti indubbia la sua capacità di vedere (e, soprattutto, di portare lo spettatore a vedere) più lontano, poggiando sulle spalle di quei maestri per sposare la macchina da presa un po’ più in là. Il regista napoletano è così capace di dipingere affreschi meravigliosi che non siano solo esteticamente appaganti, ma che abbiano in sé una storia, capaci di raccontare le gesta eroiche e le pochezze, insomma: l’umanità. L’opera di Sorrentino non assolve né trova colpevoli, esalta semplicemente l’estetica della condizione umana con repentini cambi di colore o imprevedibili movimenti della macchina da presa.

D’altro canto cosa c’è di prevedibile nei film di Fellini o Antonioni? E, in definitiva, cosa c’è di prevedibile nella vita?