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La Svezia ha approvato una legge che semplifica la modifica dell’indicazione di genere sui documenti a partire dai 16 anni. Cosa succede nel resto del mondo?

Il Parlamento svedese (Riksdag) ha approvato una legge che facilita la riassegnazione anagrafica, ovvero la modifica del genere riportato nei documenti. Passato con 234 sì, 94 no (21 parlamentari non erano presenti), il provvedimento è, in realtà, costituito da due leggi: una riguarda la riassegnazione di genere allo stato civile, l’altra l’accesso alle procedure mediche.

Una delle norme abbassa da 18 a 16 anni l’età per la riassegnazione di genere a livello giuridico, anche se per i minori sarà comunque necessario avere il consenso dei genitori o dei tutori legali, di un medico e dell’Ente nazionale per la salute e del benessere. Non sarà più necessaria, invece, la diagnosi di disforia di genere. In base alla norma, che entrerà in vigore l’1 luglio 2025, gli interventi chirurgici per la riassegnazione di genere continueranno a essere consentiti dai 18 anni in su ma non sarà più necessaria l’approvazione dell’Ente nazionale per la salute e il benessere. La rimozione di ovaie e testicoli sarà permessa solo a partire dai 23 anni, come era già previsto dalla normativa.

L’ok è arrivato dopo un lungo dibattito. La proposta, infatti, ha diviso la coalizione di centro-destra guidata dal premier Ulf Kristersson: se da un lato aveva incassato l’appoggio di Liberali e Moderati (di cui Kristersson fa parte), dall’altro aveva, invece, aveva trovato il disaccordo dei Democratici Svedesi, di estrema destra, e dei Democratici Cristiani. Lo stesso primo ministroaveva difeso la proposta pur non trovandosi d’accordo con l’abbassamento dell’età e, secondo alcuni analisti, avrebbe “ceduto” alle richieste interne al suo partito. La legge è stata approvata soprattutto grazie ai voti dell’opposizione, composta da il Partito della Sinistra, i Socialdemcoratici, il Partito Verde e il Partito di Centro.

«La Svezia si è finalmente dotata di una legge moderna sull’identità di genere» ha dichiarato il leader del Partito di Centro Muharrem Demirok. Poco prima del voto Peter Sidlund Ponkala, presidente della Federazione svedese per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e intersex (Rfsl) aveva dichiarato all’Afp che “la procedura per la rettifica di genere allo stato civile è molto lunga, e può richiedere fino a sette anni”.

La proposta aveva creato divisione non solo all’interno della politica, ma anche dell’opinione pubblica. Secondo un sondaggio svolto poco prima del voto, e riportato da Afp, il 60 per cento della popolazione si dichiarava contrario, il 22 per cento favorevole.

Il Parlamento svedese (Riksdag) – SHUTTERSTOCK/ROMAN SIGAEV

Nel resto del mondo

Prima di proseguire è necessario ricordare che non tutte le persone transgender intendono sottoporsi a terapie ormonali o ricorrere alla riassegnazione chirurgica del genere. Ogni percorso di affermazione di genere è diverso e personale.

Nel 1972 la Svezia è stato il primo Paese al mondo a introdurre la possibilità di modificare i documenti con il genere di elezione. Ma sono diversi i Paesi che negli anni hanno cambiato la loro legislazione in materia. 

Solo pochi giorni prima il Bundestag, il Parlamento tedesco, aveva approvato la legge sull’autodeterminazione (Self-Determination Act) che semplifica la richiesta di modifica del nome e del genere riportati sui documenti. In base alla nuova legge, le persone tra i 15 e i 18 anni potranno presentare la richiesta autonomamente, previa l’autorizzazione dei genitori o dei tutori legali. Nel caso in cui questi ultimi non fossero d’accordo, il minore potrà avanzare richiesta al Tribunale della Famiglia. Per le persone al di sotto dei 14 anni, invece, la richiesta dovrà essere fatta dai genitori o dai tutori legali.

In generale la nuova legge consente ai maggiori di 18 anni di richiedere la modifica del nome e del genere riportato sui documenti tramite un’autocertificazione, senza certificati medici o il parere del tribunale, come invece richiedeva la vecchia legge promulgata nel 1980, considerata non solo antiquata ma anche disumanizzante. Erano, infatti, richieste due perizie psichiatriche da due medici differenti e l’autorizzazione del giudice per cambiare il nome. Da novembre 2024 tutto questo non sarà più necessario; basterà informare l’autorità con tre mesi di anticipo. Una volta indicato uno dei tre generi consentiti dalla legge tedesca non sarà permesso effettuare eventuali cambiamenti per un anno. La legge, però, non riguarda l’intervento chirurgico di riassegnazione del genere.

Anche in questo caso, come in Svezia, a opporsi sono stati il fronte conservatore, guidato dall’ Unione cristiano-democratica (Cdu), e l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd).

La prima a semplificare la procedura è stata la Danimarca, che nel 2014 ha approvato la modifica dell’indicazione di genere sui documenti senza la necessità di valutazioni mediche e psicologiche e dell’intervento chirurgico di riassegnazione. Poco dopo hanno seguito la stessa strada la Norvegia, l’Irlanda, il Belgio e Malta. Nel 2018 il Portogallo ha reso possibile la modifica del genere indicato sui documenti per le persone dai 16 anni in su (in precedenza era concessa solo dai 18 anni); tra i 16 e i 18 anni, però, è ancora necessaria l’approvazione di un genitore o di un tutore legale.

Nel 2023 il Parlamento spagnolo ha approvato una legge (chiamata anche “Ley Trans”) che sancisce la possibilità di autodeterminare la propria identità di genere dai 16 anni in su. Prima di allora in Spagna per modificare l’indicazione di genere sui documenti di riconoscimento era necessario sottoporsi a due anni di terapia ormonale, oltre all’attestazione dell’incongruenza di genere. La legge rappresenta sicuramente un importante passo avanti ma è stata criticata perché non prevede il riconoscimento delle identità non binarie.

Dal 2023 anche la Finlandia riconosce l’autodeterminazione di genere. Inoltre, con la legge è stata abolita una disposizione sanitaria che obbligava le persone transgender a presentare un certificato che ne attestasse la sterilità, pratica ancora presente in diversi Paesi europei (come il Montenegro, la Repubblica Ceca, la Serbia, la Slovacchia, la Romania, la Lettonia, il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina).

In Italia la riattribuzione del genere è regolata dalla legge 164 del 1982, approvata dopo lunghe battaglie (e una lunga contrattazione) da parte della comunità LGBTQIA+. La normativa è stata modificata negli anni e oggi per ottenere la riassegnazione anagrafica del genere è necessario presentare domanda al Tribunale, da sola o insieme alla richiesta di autorizzazione dell’intervento di riassegnazione chirurgica. In sostanza non è necessario l’intervento chirurgico di riassegnazione per ottenere la modifica del nome e la riattribuzione del genere a livello anagrafico. Questo è oggi possibile grazie a due importanti sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale, che hanno finalmente posto fine alla sterilizzazione delle persone transgender. Ancora oggi, però, per la riassegnazione anagrafica è necessario presentare la documentazione medica e attestare la disforia di genere.

Ma qual è la situazione al di fuori dell’Unione europea? L’Argentina è stato il primo Paese al mondo, nel 2012, ad approvare la riassegnazione anagrafica tramite autocertificazione. Altri Paesi del Sudamerica hanno seguito questa strada come Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Uruguay.

Nel 2022 il Parlamento scozzese, dopo un duro e lungo scontro, ha approvato una legge per consentire la modifica dell’indicazione del genere sul documento d’identità attraverso un’autocertificazione dai 16 anni di età, ma la norma è stata bloccata dal Regno Unito. In Scozia la modifica dell’indicazione del genere sui documenti è possibile dal 2005 ma solo dai 18 anni e previa certificazione della disforia di genere.

Il Pakistan è stato uno dei primi Paesi nel mondo, nel 2012, a riconoscere legalmente il terzo genere, permettendo di ottenere documenti di identità specifici. Nei passaporti statunitensi i cittadini hanno la possibilità di scegliere una X come indicatore di genere. Questa opzione è prevista anche in altri Paesi come l’Australia, il Canada, l’Islanda, l’Argentina e la Nuova Zelanda.

Sono stati fatti diversi passi importanti ma la lotta per l’inclusività è ancora lunga: i diritti delle persone transgender, non-binary e intersex sono ancora minacciati.

di: Francesca LASI

FOTO: SHUTTERSTOCK/SVET FOTO