Indecifrabile per i più, la scienza che ha cambiato il corso della Storia e ancora oggi tiene in scacco l’umanità: J. Robert Oppenheimer, tra cinema e realtà
«Abbiamo fatto un film sul padre della bomba atomica, in una situazione di guerra e se penso a quello che viviamo oggi, in un mondo ancora in conflitto, non posso che dedicare questo premio a chi si adopera per portare la pace».
A pronunciare queste parole, lo scorso 10 marzo dal palco dell’hollywoodiano Dolby Theatre, è stato l’attore irlandese Cillian Murphy mentre, commosso, stringeva in mano l’Academy Award of Merit, più comunemente conosciuto come Oscar, la famosa statuetta dorata a cui chiunque lavori nel mondo del cinema aspira. Murphy, alla sua prima candidatura in carriera, ha fatto il suo ingresso nell’Olimpo cinematografico interpretando uno dei personaggi più controversi del XX secolo, il fisico statunitense Julius Robert Oppenheimer. Nato in un aprile di 120 anni fa e passato alla Storia come “il padre della bomba atomica”, J. Robert Oppenheimer, ha lasciato un segno indelebile, fisico e morale, nel mondo; un segno che ancora oggi ogni abitante, umano e non, della Terra, porta impresso addosso come una cicatrice.
Il merito di aver riportato questo capitolo mai chiuso nuovamente alla ribalta va a Christopher Nolan e, ancora prima, a Kai Bird e Martin J. Sherwin. Con Robert Oppenheimer, il padre della bomba atomica. Il trionfo e la tragedia di uno scienziato (titolo che riteniamo doveroso riportare anche nella sua versione originale – American Prometheus: The Triumph and Tragedy of J. Robert Oppenheimer – dove il fisico viene paragonato a un moderno Prometeo), i due scrittori si erano aggiudicati il Premio Pulitzer per la biografia e autobiografia nel 2006. Allo stesso modo, in tempi più recenti, il celebre regista britannico si è visto assegnare il massimo riconoscimento del cinema per il Miglior film e come Miglior regista, laddove Murphy vanta oggi il premio come Miglior attore protagonista (la pellicola si è aggiudicata in totale 7 statuette su 13 candidature). L’Oppenheimer di Nolan è stato un successo, non si può definire in altro modo: terzo migliore incasso al botteghino nel 2023 con quasi un miliardo di dollari; un punteggio del 93% sull’aggregatore Rotten Tomatoes e di 90 su 100 su Metacritic; definito “uno dei migliori film del XXI secolo” nonché “finora il miglior film di Christopher Nolan”; il film biopic e il film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale con più incassi di sempre. Critica, pubblico e addetti ai lavori hanno, in sintesi, espresso un parere favorevole all’unanimità. Merito di chi l’ha creato e interpretato – e musicato, lo svedese Ludwig Göransson, anch’egli vincitore di un Oscar -, certamente, ma anche di un soggetto che va ben oltre la figura di J. Robert Oppenheimer, del Los Alamos National Laboratory, del Progetto Manhattan, del Trinity Test e della bomba atomica, un soggetto che trova il suo massimo apice in un dialogo (astorico, costruito ad hoc per il grande schermo) tra il vecchio e il nuovo, tra il teorico e lo sperimentale, tra chi ha lanciato un’idea e chi l’ha realizzata, entrambi senza forse realizzarne gli effetti o forse realizzandoli troppo tardi.
«Che ne è stato?» chiede un Albert Einstein interpretato da Tom Conti. «Credo che l’abbiamo fatto» risponde l’Oppenheimer di Murphy. Il finale del film e sua spiegazione (per quei pochi che non si sono ancora affidati a Google ci arriveremo) è anche il messaggio di fondo dell’opera nonché dell’operato del fisico dopo l’esplosione dell’atomica sul Giappone che mise fine al conflitto mondiale. Little Boy e Fat Man – ultimi anelli di una catena iniziata molto prima – hanno segnato uno spartiacque, o forse sarebbe meglio dire che hanno ribaltato il mondo, cambiando non solo il modo di fare guerra ma anche il modo di non farla. Ancora oggi il nucleare è considerato il deterrente più forte di una geopolitica in cui non contano le ragioni, conta la forza, soprattutto quella da cui non si torna più indietro, una geopolitica che ha spesso spinto l’umanità verso un precipizio senza fine.
Potrebbe forse risultare curioso pensare che proprio uno dei principali artefici di un tale, immane, cambiamento – l’invenzione e l’uso della bomba atomica tradizionale (“bomba A”) – si sia successivamente opposto al suo upgrade, la bomba all’idrogeno (“bomba H”). Per chi scrive, al contrario, tale posizione è forse la più sensata: chi conosce davvero dove porta il cosiddetto progresso scientifico ne ha più paura. Negli anni del dopoguerra, dunque, in un mondo ancora sconvolto da quanto accadde in Giappone, Oppenheimer si oppose alle ulteriori ricerche sul nucleare, ritenendo che lo sviluppo di armi nucleari strategiche con funzione deterrente avrebbe minato la condotta etica degli Stati Uniti. Sull’onda del maccartismo, il fisico, che in passato aveva manifestato simpatie comuniste, si vide mettere da parte e il 1° novembre del 1952 l’isola di Elugelab, un’isoletta disabitata dell’Oceano Pacifico, venne cancellata da Ivy Mike, la prima bomba termonucleare mai testata nella Storia. Il test, condotto da Washington, aprì un nuovo capitolo della Guerra Fredda e presentò al mondo il nuovo modo di non fare la guerra, modo a cui ancora oggi noi tutti assistiamo.
Dopo il “successo” di Los Alamos e fino alla sua morte, avvenuta il 18 febbraio del 1967, Oppenheimer usò la sua voce e la sua penna per riflettere sul potere della conoscenza e sulla scienza, soprattutto quando ostacolata o veicolata dalle questioni politiche, nei suoi effetti sulla società. L’eredità del fisico, tuttavia, non si limita all’appellativo con cui ancora oggi viene ricordato, “il padre della bomba atomica”, né alla successiva crisi di coscienza. Il suo apporto alla scienza ha inaugurato la fisica moderna, a partire dalle indagini degli spettri molecolari condotte insieme al fisico tedesco naturalizzato britannico Max Born (Premio Nobel per la Fisica nel 1954) e confluite nell’approssimazione adiabatica (o Approssimazione di Born–Oppenheimer).
Nella realtà immaginata da Nolan, Einstein avverte Oppenheimer che l’ordigno che sta creando (progetto a cui lui stesso aveva dato il via, prima con la teoria della relatività e dopo con la lettera-avvertimento al presidente Franklin Delano Roosevelt, salvo poi non ottenere il nulla osta per il Progetto Manhattan) potrebbe scatenare una reazione fisica a catena incontrollabile fino all’incendiamento dell’atmosfera e alla distruzione del mondo. Se l’Apocalisse immediata viene evitata, la miccia figurativamente accesa dal fisico innesca un altro tipo di reazione, una in cui gli uomini rincorrono una forza sempre superiore, con l’aiuto e la complicità di una scienza non più fine a sé stessa. Quando l’atomica venne lanciata su Hiroshima e Nagasaki Oppenheimer dovette realizzare che in quel momento la scienza aveva perduto la sua innocenza: «i fisici hanno conosciuto il peccato», disse.