Le crescenti tensioni tra Pechino e Washington lasciano il mondo con il fiato sospeso ma celano uno stallo alla messicana in cui premere il grilletto non conviene a nessuno
«Muta la pelle dello scarabeo d’oro». Il 21esimo precetto dei 36 stratagemmi della tradizione cinese invita il guerriero a mascherare il proprio aspetto per sfuggire alle insidie di un nemico che, per il momento, non può essere sconfitto. È forse aderendo a questo dettame che il Dragone, in questi anni, ha intessuto i suoi rapporti con l’Occidente, mascherando l’ostilità dietro a un cerone inflessibile, vago e impenetrabile. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno perseguito il dogma della mano invisibile, certi che prima o poi l’apertura al mercato globale avrebbe liberalizzato, leggasi soggiogato, anche il nemico rosso. Nell’ultimo decennio, però, le cose sono cambiate. Fra i commentatori della geopolitica è infatti sempre più attestata la definizione di una Nuova Guerra fredda, i cui poli si sono allargati estendendosi da Washington a Pechino, con l’Europa solo marginalmente coinvolta, tirata per le maniche dal suo posizionamento Atlantico e dall’obiettivo di ritagliarsi una propria indipendenza politica. Il conflitto in atto è freddo ma la posta in gioco è caldissima, soprattutto considerando che l’equazione è complicata da una terza variabile indipendente come la Russia di Vladimir Putin.
Fino al 2006, la Repubblica Popolare Cinese ha perseguito la strada dell’isolazionismo nelle relazioni internazionali, rispondendo al protagonismo statunitense con una convinta politica di non ingerenza. Il “basso profilo” fortemente voluto da Deng Xiaoping però oggi deve fare i conti con il crescente ruolo internazionale di Pechino che, per mantenere e consolidare una posizione ormai economicamente dominante, è chiamata a dimostrare una rinnovata maturità diplomatica, innanzitutto a livello territoriale con le crescenti tensioni ai confini – leggasi Taiwan. È così che la Cina sviluppa la sua diplomazia periferica, atta a intensificare a livello regionale l’integrazione economica e l’influenza culturale cinese, consolidando la propria sovranità con gli attori confinanti. Al di fuori della propria dimensione regionale, la politica estera cinese si è sempre mossa nel segno dell’ambiguità. Ce ne ha fornito un ennesimo e chiaro esempio l’invasione dell’Ucraina, con i diplomatici cinesi impegnati a promuovere sforzi per la pace nei consessi internazionali, salvo celebrare a Mosca il reciproco sostegno con la Russia, inneggiando ad un “partenariato strategico globale di coordinamento”per una “nuova era”. Dopotutto nel 2022 la Russia si è confermata il primo importatore di petrolio in Cina, con il greggio venduto a prezzi stracciati. Un opportunismo che consente a Mosca di aggirare le sanzioni occidentali e che sarebbe impossibile condannare senza ipocrisia. Dopotutto, “perché gli Stati Uniti chiedono alla Cina di non fornire armi alla Russia mentre continua a vendere armi a Taiwan?”, si chiede il neo-eletto ministro degli Esteri cinese Qui Gang. È così che gradualmente il terzo mandato da presidente di Xi Jinping apre la strada a una nuova retorica cinese, molto meno “vaga” e più diretta. In modo eccezionalmente esplicito, in occasione delle Due Sessioni, l’annuale appuntamento programmatico con gli imprenditori, il presidente accusa i “Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti” di aver “applicato una politica complessiva di contenimento, accerchiamento e oppressione nei nostri confronti, e hanno creato problemi di una gravità senza precedenti allo sviluppo del nostro Paese”. Il riferimento compare solo nella trascrizione ufficiale in cinese del discorso, e non in quella in inglese, ma è la prima volta che Xi tira esplicitamente in causa gli Stati Uniti. Rincara la dose anche Qui Gang: «se gli Stati Uniti non frenano ma, al contrario, continuano ad andare sempre più veloci sulla strada sbagliata, non ci sono guardrail che possano evitare un deragliamento: sicuramente ci saranno conflitto e scontro» afferma senza mezzi termini, accusando Joe Biden anche di “neo-maccartismo isterico”.
Nell’algebra che mette a sistema le questioni alla base della Nuova Guerra fredda tra Usa e Cina insomma rientrano anche altre equazioni, non solo geopolitiche. Ripercorrendo gli stessi modelli dimostratisi infruttuosi già 60 anni fa, le ostilità disarmate si dipanano anche attraverso lo spionaggio. Più che di un vezzo, si tratta della consapevolezza che oggi più che mai la privacy e i dati personali costituiscono una delle risorse più preziose, tanto per le imprese di marketing quanto per i governi. È così che lo scorso 4 marzo esplode il gate dei palloni spia cinesi, individuati e abbattuti nei cieli statunitensi. Un programma di rilevazione meteorologica, secondo la versione ufficiale di Pechino, un imbarazzante dossier interno per la Casa Bianca che contrattacca puntando il dito contro le gru cinesi: dei “cavalli di troia” costruiti dalla statale cinese ZPCM i cui sofisticati sensori di movimento sarebbero capaci di raccogliere informazioni logistiche estremamente sensibili, fornendo una precisa mappatura dei porti statunitensi. Un’ipotesi che configurerebbe un problema molto concreto se pensiamo che nel 2021 il 27% del commercio globale di container è passato attraverso porti e strutture cinesi o di Hong Kong. Il Dragone però conosce bene il suo nemico e ha imparato che per spiarlo deve prenderlo per la gola. È così che il social cinese TikTok offre l’occasione perfetta: una piattaforma di entertainment infarcita di contenuti leggeri e disimpegnati che fa impazzire l’Occidente e che, tra un balletto e una videoricetta, si approprierebbe dei dati sensibili di milioni di utenti. TikTok appartiene all’azienda cinese ByteDance e, nonostante si sia sempre negato che il Governo possa accedere a questi dati, il rischio sembra essere concreto, tanto che a gennaio anche la Commissione europea ha intimato ai suoi dipendenti di cancellare l’app dal telefono aziendale, seguendo quanto già imposto dagli Stati Uniti ai propri dipendenti federali. Non che negli ultimi anni siano mancati scandali riguardanti piattaforme statunitensi e il loro impiego improprio dei dati degli utenti. Basti citare, fra tutti, il maxi data leak di Facebook, con 533 milioni di utenti nel mondo i cui dati nel 2021 sono stati trafugati e venduti per scopi (quantomeno) di targetizzazione commerciale.
Il principale motore immobile del mondo, dopotutto, è fatto di cifre, e oggi è soprattutto su un piano economico che lo Ying e lo Yang del mondo si fronteggiano. Nel 2022 gli scambi bilaterali tra Usa e Cina hanno toccato i 690,6 miliardi: si tratta di un valore record, indicativo di quanto sia anche e soprattutto l’economia a dettare la road map delle relazioni fra i due Paesi, in un senso o nell’altro. Potrebbe trattarsi di un primo, timido, segnale che l’epoca trumpiana che ha innescato una guerra commerciale con Pechino starebbe volgendo al termine. Nel 2018 l’allora presidente Donald Trump aveva infatti imposto dazi per 50 miliardi di dollari su migliaia di prodotti provenienti dalla Cina, che ripagò il mercato statunitense con la stessa moneta. Nel 2022 è stata poi la segretaria del Tesoro Usa in persona, Janet Yellen, a dichiarare come molte di queste tariffe abbiano danneggiato consumatori e imprese americane, suggerendo un loro ricalcolo al ribasso, a riprova del fatto che buone relazioni politiche non possono che giovare alle economie di entrambi i Paesi. Eppure oggi la Nuova Guerra fredda serpeggia anche nei listini azionari, con la lunga serie di delisting delle società cinesi in ritirata dal New York Stock Exchange. Parliamo di compagnie statali che vanno dalle petrolifere Sinopec e PetroChina alle telco China Telecom e China Mobile, solo per citarne alcune, con Wall Street che, occhio per occhio, sguinzaglia la Sec e minaccia l’espulsione dalle borse di tutte le compagnie che impediranno di ispezionare gli audit dei loro conti. Emblematico anche il fatto che nel 2022 la Cina detenesse 967,8 miliardi di dollari del debito governativo; non certo briciole, ma il dato è in netto calo nel medio termine, con Pechino che sta progressivamente vendendo i titoli americani allo scopo di indebolire il dollaro.
Al netto di queste tensioni, l’ex ministro degli Affari Esteri Wang Yi sosteneva che la Cina fosse disposta a “gestire efficacemente le divergenze e a stabilizzare le relazioni con gli Usa sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti”: era il 22 febbraio 2022 e due giorni dopo la storia avrebbe riscritto l’ordine delle priorità nella diplomazia mondiale. Oggi, più di un anno dopo, le relazioni fra i due Paesi sono tutt’altro che stabilizzate, ma a che prezzo? Mentre l’Europa resta a guardare, orfana di segnali distensivi in questo conflitto freddo ma pervasivo, il recente viaggio del diplomatico Wang Yinel Vecchio Continente sembrerebbe suggerire che “la Cina vuole slegare la geopolitica dal business per consentire quella che definisce una cooperazione win-win”, come nota Gabriele Carrier. Chissà che la strategia del disimpegno internazionale non si perpetri, a discapito dell’alleato moscovita ma aprendo ampi spazi di crescita economica per il Paese: il protrarsi della guerra e dunque del pugno duro di Xi e Putin, dettato anche e soprattutto da esigenze di standing interno, potrebbe nel medio periodo trasformarsi in un lose-lose per la Cina che oggi più che mai, dopo la stangata pandemica, ha bisogno di aprirsi a nuovi mercati e di non precludersi nulla per riprendere l’ascesa economica. In questo delicato contesto, un nuovo conflitto è l’ultima cosa di cui la Cina ha bisogno. Uno scontro diretto non potrebbe lucidamente interessare nemmeno gli Stati Uniti, affetti da manie di controllo ma non da istinti suicidi. A trascinare il Dragone fuori dalla tana e a costringerlo ad un confronto infatti non sono solo le ambizioni economiche della Cina o le questioni belliche: nel solco della politica estera già tracciata dalle precedenti amministrazioni, già dal 2009 Barack Obama aveva spostato il mirino statunitense dall’Atlantico al Pacifico, tratteggiando il cosiddetto “Pivot to Asia”, un riposizionamento strategico che ritrova nel Continente il teatro principale delle sfide internazionali, rendendo così il confronto con l’eterno nemico inevitabile. Il braccio di ferro che nessuno penserebbe davvero di risolvere con le armi nasconde anche ragioni interne: secondo le previsioni demografiche nel 2055 gli asiatici scalzeranno i latinosdiventando la prima “minoranza” statunitense o un nuovo “sleeping giant” da risvegliare ogni quattro anni.
«Sia Biden che Xi Jinping hanno nelle mani un bel cerino: possono usarlo per accendere una miccia o per fumarsi una sigaretta. Dipende da loro, ma è soprattutto Xi a dover decidere quando liberarsi dello scomodo Vladimir» nota il senior fellow dell’Atlantic Council Paolo Alli. L’economia di guerra è un’arma dalle cartucce limitate e tanto Washington quanto Pechino sanno bene che per consolidare il proprio primato economico dovranno forse rinunciare a quello geopolitico, riconsiderando i termini di una convivenza difficile ma necessaria.
BOX – La Cina corteggia l’Italia nella Nuova Via della Seta
Grazie al protocollo d’intesa siglato nel 2019 con Pechino dal Governo Conte, l’Italia ad oggi è l’unico Paese del G7 a far parte della BRI – Belt and Road Initiative, meglio nota come la Nuova via della Seta. La partnership commerciale prevede un rinnovo automatico alla fine del 2023 salvo ripensamenti di una delle due parti. Una possibilità già ventilata dalla controparte italiana, con Giorgia Meloni che ha definito l’accordo “un grosso errore” e il ministro alla Difesa Guido Crosetto che parla di un rinnovo “improbabile“, condizionato dalle scelte geopolitiche di Pechino sull’Ucraina. Nel frattempo il Governo Meloni è già al lavoro per scavare un canale parallelo verso l’Oriente, passando attraverso l’India di Narendra Modi e gli Emirati Arabi Uniti.