Tra notizie false, foto e video manipolati, il problema dei contenuti “fake” avvelena la politica e la società

A fine luglio l’Inghilterra è sprofondata, a seguito di un fatto di cronaca particolarmente cruento, in un vortice di violenze razziste fomentato da fake news ed estrema destra. 

Tutto inizia nel nel nord-ovest dell’Inghilterra, a Southport, dove il 29 luglio tre bambine sono state uccise da un giovane che ha fatto irruzione in un evento di danza e yoga. L’assalitore armato di un coltello ha colpito 11 bambini e due adulti, poco dopo la polizia ha arrestato un 17enne con l’accusa di omicidio e tentato omicidio. 

L’evento era dedicato alla cantautrice statunitense Taylor Swift che ha scritto sui social che si trattava di “bambini a una lezione di danza. Non so come esprimere le mie condoglianze a queste famiglie” e i fan della star hanno raccolto circa 120mila euro per le famiglie delle persone ferite. Sempre sui social, però, si sono rincorse in fretta notizie false in merito all’identità del giovane assassino. Sono state queste fake news ad accendere la rabbia e fare precipitare la situazione con disordini, violenze e proteste di stampo razzista, islamofobico e anti migranti che hanno provocato il ferimento di circa 50 poliziotti. A soffiare sul fuoco e rinforzare le fake news sono stati politici e personalità molto vicine all’estrema destra britannica che hanno sostenuto con forza la possibilità che l’aggressore fosse giunto in Regno Unito illegalmente e che la polizia avesse sottovalutato il rischio da lui rappresentato. Notizie false, che la polizia ha immediatamente e fermamente smentito, ma che si sono rincorse online infiammando gli animi.

Su X un profilo con un nickname simile a quello di un’emittente televisiva, Channel3Now, ha sostenuto, per primo, che l’assalitore si chiamasse Ali Al-Shakati, che fosse arrivato nel Regno Unito su un barcone e che fosse già stato considerato potenzialmente pericoloso dalle forze dell’ordine. La polizia aveva smentito categoricamente questa ricostruzione e, nonostante la legge vietasse di rendere nota l’identità dell’assalitore, aveva dichiarato si trattasse di un 17enne nato nel Regno Unito, a Cardiff, in Galles, residente a Banks, poco lontano da Southport. La legge britannica stabilisce che le autorità non possano condividere pubblicamente il nome di un sospettato fino a quando non venga formalmente accusato di un reato, ed è consuetudine non rivelare l’identità dei minori di 18 anni. È stato il tribunale di Liverpool a rendere pubblico il nome del giovane omicida, Axel Muganwa Rudakubana, nato nell’agosto del 2006 a Cardiff, da genitori provenienti dal Ruanda. Il tribunale ha ritenuto necessario diffondere le generalità del giovane perché, tenerne celata l’identità avrebbe aumentato il clima di disinformazione e caos.

A proposito delle proteste avvenute la sera del 30 luglio nei pressi della zona degli omicidi il parlamentare del partito Laburista che rappresenta la zona di Southport, Patrick Hurley, ha dichiarato: «centinaia di persone sono arrivate a Southport da fuori, intenzionate a causare problemi con la speranza di provocare divisioni nella comunità, che sia perché credono a quello che hanno letto online, oppure perché sono loro le persone che hanno scritto quelle cose in malafede». Durante questa prima manifestazione sono stati lanciati oggetti contro gli agenti di polizia, è stato saccheggiato un negozio e sono state sfondate le finestre di una moschea. Sono stati poi incendiati i bidoni della spazzatura e un furgone della polizia, l’incendio è stato domato dopo diverse ore. Anche la sera successiva, mercoledì 31 luglio una manifestazione è avvenuta a Londra, vicino al Parlamento, qui sono state arrestate oltre un centinaio di persone per reati quali disordini violenti e aggressione a un operatore dei servizi di emergenza, anche in questa circostanza alcuni agenti hanno riportato ferite lievi. Contemporaneamente nella città di Hartlepool, nel nord dell’Inghilterra, è avvenuta una protesta violenta, sono stati lanciati oggetti alla polizia e sono state arrestate 8 persone. Venerdì 2 agosto a Sunderland, vicino Newcastle, circa 100 persone si sono radunate e hanno dato fuoco a un edificio e un’auto, oltre che ribaltato dei cassonetti, in Irlanda del Nord sono stati vandalizzati e incendiati un bar e un supermercato a Belfast, mentre nella periferia di Liverpool è stata date alla fiamme un biblioteca e i manifestanti hanno bloccato l’accesso ai vigili del fuoco. A Rotherham i manifestanti, convinti che all’interno si trovassero dei richiedenti asilo, hanno preso d’assalto un hotel Holiday Inn rompendo finestre, lanciando all’esterno sedie e poltrone e tentando di appiccare un incendio. La polizia ha arrestato oltre 140 persone durante le rivolte che sono state tra le più gravi degli ultimi anni e un anche la prima sfida significativa per il governo Starmer, eletto all’inizio di luglio. Il primo ministro ha parlato di “delinquenza organizzata e violenta” e non di manifestazioni. Per le violente manifestazioni 494 persone sono state accusate di vari reati.

Una nuova destra?

Secondo le ricostruzioni di polizia, politici ed esperti di estremismo online, le violenze sono state scatenate da personaggi famosi di estrema destra che, approfittando della disinformazione attorno all’accoltellamento, hanno agitato i propri follower. Sunder Katwala, direttore di British Future, un think tank che studia le posizioni dei britannici a proposito di temi come l’integrazione e l’identità nazionale, ha spiegato che “esiste un universo parallelo in cui le voci circolate online coincidevano con la realtà dei fatti” e che i personaggi che le hanno fatte circolare maggiormente “probabilmente lo fanno solo per generare visualizzazioni, forse perché sperano di poterle monetizzare”. Lo dimostra il profilo di Channel3News che rimanda a un sito web di “traffic farming”, ovvero: attira i lettori con titoli fuorvianti e allarmisti e poi mostra loro articoli privi di alcuna fonte, generati molto spesso con software di intelligenza artificiale. 

Nelle ore successive all’aggressione ai bambini, online sono circolati molto video e post di personaggi alla stregua di Tommy Robinson, fondatore dell’organizzazione islamofobica di estrema destra English Defence League (di cui facevano parte molte persone di quelle che hanno attaccato la moschea di Southport), che domandava “perché il nostro governo ha permesso a questo tizio siriano di entrare nel nostro paese e pugnalare bambini innocenti?” e in un video da milioni di visualizzazioni anche Andrew Tate, noto per lo più per la sua misoginia espressa online, sosteneva che “qualcuno è arrivato nel Regno Unito su una barca e nessuno sapeva chi era, nessuno sa da dove venga”. Alex Gross, vicecapo della polizia della regione di Southport, Merseyside, ha spiegato: «ci sono state molte speculazioni e ipotesi sull’identità di un maschio di 17 anni che è attualmente sotto custodia cautelare della polizia, e alcuni individui le stanno sfruttando per portare violenza e disordine nelle nostre strade. Abbiamo già detto che la persona arrestata è nata nel Regno Unito e le speculazioni in questo momento non aiutano nessuno», aggiungendo che molte delle persone che hanno dato vita alle proteste non provenissero dal Merseyside. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che “coloro che hanno disturbato la veglia in memoria delle vittime con violenza e delinquenza hanno insultato una comunità che soffre” e assicurato che i manifestanti violenti “subiranno tutta la forza della legge”.

Nella settimana di scontri violenti avvenuti a seguito degli omicidi sono state oltre 400 le persone arrestate. A fianco dei manifestanti violenti si è posto il partito sovranista di Nigel Farage, Reform Uk (che alle ultime elezioni è riuscito a conquistare cinque seggi nella Camera dei comuni). Farage, dopo le prime manifestazioni, aveva dichiarato che il governo non avrebbe dovuto escludere la possibilità di schierare l’esercito per contenere le violenze, ma la responsabilità della situazione sarebbe stata dell’“immigrazione incontrollata di massa”. Lo stesso Farage ha diffuso online teorie complottiste a proposito dell’accoltellamento domandando se la polizia stesse “nascondendo qualcosa” a proposito dell’identità dell’assalitore sostenendo che le rivolte fossero “una reazione alla paura, al disagio e alla tensione che là fuori sono condivise da milioni di persone”.

Secondo gli esperti di estremismo politico britannico l’estrema destra non ha organizzato direttamente le proteste, ma è riuscita a infiltrarsi in quelle nate a livello locale. Questi fatti, inoltre, hanno mostrato la struttura dell’attuale estrema destra britannica, dispersa in una serie di fazioni, ma aggregata attorno ad alcuni leader che comunicano come influencer e fanno attivismo politico sui social network. Un caso è appunto quello del gruppo EDL, che la vicepremier laburista Angela Rayner aveva anche ipotizzato di mettere fuori legge, ma l’English Defence League non esiste più da anni nel suo senso originario. Il gruppo nasce nel 2009 e tra 2010 e 2013 ha raggiunto i consensi maggiori della sua storia, per poi scomparire sotto il peso di fatti e scandali particolarmente significativi. Nel 2011, infatti, furono condannati due sostenitori dell’EDL che stavano pianificando un attentato in una moschea ed emerse che il gruppo aveva legami con l’estremista di destra che uccise 77 persone nella strage di Utøya, Anders Behring Breivik. Nel 2017 l’EDL fu data per morta quando a una marcia si presentarono solo 6 persone e da quel momento il leader del gruppo, Stephen Yaxley-Lennon, anche noto come Tommy Robinson, ha seguito la via dell’arrivismo online e a oggi conta 800mila followers su X (account che nel 2018 era stato sospeso per incitamento all’odio e ripristinato nel novembre 2023 secondo la decisione del nuovo proprietario del social, Elon Musk). Secondo quanto riporta BBC News anche se il gruppo non esiste più formalmente “le sue idee di base – in particolare l’opposizione all’immigrazione illegale, mescolata a un odio prevalentemente diretto ai musulmani – sono ancora vive e vegete, e diffuse largamente tra i simpatizzanti online”. Dopo l’accaduto a Southport Yaxley-Lennon ha pubblicato video alimentando fake news intorno al 17enne, principalmente sul fatto che fosse arrivato con un barcone in UK. Le fake news diffuse da Yaxley-Lennon sono state le stesse propagandate da altri attivisti di estrema destra come l’ex membro del gruppo neonazista National Action – sciolto nel 2016 dopo che venne dichiarato organizzazione terroristica – Matthew Hankinson, che si è recato a Southport per aderire alle manifestazioni e pubblicare dei video online per denunciare l’“oppressione della polizia” nei confronti di “manifestanti pacifici preoccupati per l’assassinio di bambine bianche”. Su X è tornato virale anche il motto del gruppo minoritario Patriotic Alternative, “enough is enough” (“quando è troppo è troppo”). Dopo l’accoltellamento, inoltre, è stato creato un canale su Telegram rivolto alla comunità di Southport, ma è stato invaso dagli attivisti di estrema destra che l’hanno utilizzato per propagare notizie false circa l’identità del assalitore, secondo il centro di ricerca antirazzista britannico Hope not hate gli avvenimenti hanno dimostrato che “non c’è un organizzatore centrale” in merito alle rivolte e che “se i fatti di Southport sono stati l’innesco, molti degli eventi esprimono una più ampia ostilità al multiculturalismo, un pregiudizio anti-islamico e anti-migranti, oltre a una viscerale striatura di sentimenti anti-establishment populisti”. Dalle analisi del centro di ricerca emerge che a promuovere e aizzare le manifestazioni violente sono soprattutto i gruppi neonazisti Patriotic Alternative e British Movement, e che ai riots hanno partecipato anche gli hooligans, tifosi estremisti e violenti. Al New York Times Joe Mulhall, il direttore di Hope not hate, ha spiegato che i gruppi di estrema destra britannici sono stati in grado di organizzare questo genere di manifestazioni perché da tempo hanno adottato strutture informali e flessibili, capaci di adattarsi ai social e la polizia ha dunque difficoltà a rispondere con tempestività ai raduni violenti e che questo genere di rivolte è una parte fondamentale dell’ascesa dei grandi gruppi di estrema destra, oltre che essere uno strumento di reclutamento. Paul Jackson, professore all’Università di Northampton specializzato in storia dell’estremismo, ha scritto: «i movimenti sociali prosperano grazie a tali manifestazioni. Sono “performance” che possono rafforzare la sensazione di ingiustizia e di essere ignorati dagli ambienti mainstream».

L’arresto per terrorismo informatico

In Pakistan, a Lahore, un uomo è stato arrestato con l’accusa di diffusione di notizie false intorno all’uccisione delle tre bambine avvenuta a Southport. Accusato di “terrorismo informatico” avrebbe diffuso informazioni false in merito all’identità dell’aggressore che avrebbero fomentato i sentimenti razzisti e anti islamici. L’uomo è uno sviluppatore informatico, Farhan Asif, che lavorava per il sito internet Channel3Now che raccoglie notizie di cronaca nera dal mondo per riportarle con toni scandalistici. Il sito è stato chiuso dopo l’inizio delle rivolte ed era stato il primo sito d’informazione a sostenere che l’autore degli omicidi fosse si chiamasse Ali Al-Shakati, che fosse arrivato nel Regno Unito nel 2023 come richiedente asilo e che fosse già stato considerato potenzialmente pericoloso dalle forze dell’ordine, proprio l’articolo di Channel3Now era stato ripreso e aveva circolato moltissimo sui social. Secondo quanto ha dichiarato a BBC News un poliziotto pakistano rimasto anonimo, durante gli interrogatori Asif ha confermato di aver scritto l’articolo sull’accoltellamento copiando delle informazioni da un account social britannico senza verificarle. L’uomo, inoltre, ha dichiarato di gestire Channel3Now da solo. Individuando il sito internet come uno dei principali motori della disinformazione, all’indomani dei primi scontri diverse inchieste giornalistiche si erano già soffermate su Channel3Now e BBC aveva trovato legami tra il sito d’informazione e nomi di varie persone apparentemente di diverse nazionalità, una, rimasta anonima, aveva accettato di essere intervistata e aveva sostenuto che l’articolo contenente la falsa identità dell’attentatore “non sarebbe dovuto essere pubblicato” assicurando che l’errore non fosse stato intenzionale. Un’inchiesta del notiziario del Regno Unito ITV News era già arrivata a identificare in Asif uno dei principali gestori del sito e con i giornalisti l’uomo aveva negato di aver scritto l’articolo sull’accoltellamento, dichiarando di occuparsi di notizie di cronaca nera provenienti dagli Stati Uniti, aveva poi contestato l’accusa di aver fomentato le violenze in Uk: «non so come un articolo così breve o un piccolo account di Twitter possa aver causato tanta confusione», da questa inchiesta era stato scoperto, inoltre, che Asif era associato alle registrazioni di altri siti internet di contenuto simile, tutti con una forte assonanza a media famosi e autorevoli Fox3Now e Fox7Now. Inizialmente si era ipotizzato che la fake news diffusa da Channel3Now fosse stata fatta circolare da una rete organizzata con l’obiettivo di propagare messaggi d’odio, ma le indagini condotte dalla polizia pakistana avrebbero escluso questa pista. Il sito internet associato ad Asif, in realtà, era orientato come anticipato al “traffic farming”.

Non solo fake news

a cura di Micaela FERRARO

Le fake news, le informazioni false e manipolate perché veicolino determinati messaggi, sono uno dei nuovi strumenti di un certo tipo di politica aggressiva, infima, che più o meno discretamente conduce due tipi di campagna elettorale: quella alla luce del sole e quella sottobanco, fatta appunto di post sui social e nuove tecnologie. Le fake news non sono, di fatto, l’unica grande arma di questo tipo di inganno ai danni degli elettori: ha fatto molto discutere in questo senso l’uso che è stato fatto da alcuni grandi personaggi della nostra attualità di video deepfake e, soprattutto, dell’intelligenza artificiale.

Il clima negli Stati Uniti è piuttosto teso. Non sorprende: il passo indietro di Joe Biden e la candidatura di Kamala Harris, la campagna elettorale tutta da riscrivere tanto per la candidata Dem quanto per l’avversario, l’aggressivo per definizione Donald Trump, la corsa verso le Presidenziali tra diatribe legali e sgambetti via web, mentre intorno il mondo esplode tra la guerra in Ucraina e quella in Medioriente. Tutto ciò spiega perché ci troviamo ad assistere a una campagna elettorale tra le più feroci a cui abbiamo mai assistito, persino da “esterni” (per quanto si possa generalmente ritenersi esterni alla politica di un Paese che influenza così tanto tutta l’Europa e tutto il Mondo).
Se è vero che i risultati elettorali sono di difficile previsione, bisogna riconoscere il fatto che ci sono grandi personaggi che, pur non appartenendo al mondo politico, hanno la capacità di influenzare notevolmente l’elettorato americano. Una su tutte è la popstar Taylor Swift.

In passato, Swift è stata molto critica nei confronti di Donald Trump: nel 2020 aveva appoggiato pubblicamente Joe Biden, si era scagliata contro Trump in seguito all’omicidio di George Floyd, e c’era stata una diatriba abbastanza pesante legata a una teoria del complotto che la voleva nel ruolo di “promotrice” dei vaccini anti Covid secondo Trump e i repubblicani. Fino a questo momento Swift, impegnata nel suo Eras Tour (con tutte le difficoltà del caso tra minacce terroristiche e cancellazioni) non ha espresso preferenze per nessuno dei due candidati di quest’anno ma un gruppo di fan della cantante nelle scorse settimane ha fondato la comunità online Swifties for Kamala, per esprimere il proprio sostegno appunto a Harris.

Eppure il 18 di agosto, del tutto inaspettatamente, Donald Trump ha pubblicato sul suo social network “Truth” quattro immagini che rappresentavano Taylor Swift intenta a promuovere la sua campagna elettorale. Le immagini erano ovviamente state realizzate con un software di intelligenza artificiale: una ritraeva Swift nei panni dello Zio Sam (forse il più famoso personaggio statunitense, quello della campagna “I Want You for U.S. Army”) ed era accompagnata dal messaggio “Taylor vuole che voti Donald Trump“, mentre altre tre mostravano alcune fan (le Swifties, come si fanno chiamare) con indosso magliette con la scritta “Swifties for Trump“. Il suddetto repostava il tutto scrivendo “I Accept” come a sottolineare di aver ottenuto il sostegno della cantante. Le foto erano, ovviamente, false: una fonte vicina alla popstar ha dichiarato che Swift non ha appoggiato Trump l’ultima volta e non lo farà adesso”, ma questo tipo di manipolazione quanta presa può avere su un elettorato che notoriamente si affida poco ai media tradizionali e passa molto tempo sui social?

Sempre con lo scopo di conquistare il voto di una parte di elettorato che per ovvie ragioni gli è avverso, i sostenitori di Trump hanno creato con l’IA e condiviso a mezzo social immagini che ritraggono Trump circondato da persone afroamericane sorridenti, che lo abbracciano addirittura. La scoperta è stata resa nota dalla BBC. Trump sta investendo notevoli energie verso l’elettorato nero e femminile, perché è questa la parte di America che è stata fondamentale per la vittoria di Biden nel 2020 e che potrebbe essere più facile da conquistare per Kamala Harris.

Secondo il co-fondatore di Black Voters Matter, le immagini di questo tipo stanno alla base di una narrativa “strategica” che è progettata per mostrare la popolarità di Trump nella comunità nera, perché spesso la realtà è definita dalla narrazione che della stessa viene fatta con la maggior semplicità possibile (e la miglior ripetizione nel tempo).

Si tratta di una vera e propria campagna di disinformazione che va di pari passo con la campagna elettorale e che, temono gli esperti, non si placherà fino alle elezioni di novembre.

L’Intelligenza Artificiale è uno strumento, per sua natura né buono né cattivo: si adatta all’uso che ne fa l’intelligenza umana che lo usa. Un altro esempio di tecnologia mal utilizzata è quello dei video deepfake e questa volta il personaggio nel mirino è il proprietario di X e fondatore di Tesla Elon Musk.

Musk è diventato, nella narrazione mainstream, il più grande “visionario dei nostri tempi”, divenuto miliardario grazie al suo genio più che ai suoi mezzi; un’immagine che in verità si è un po’ appannata dopo le recenti vicissitudini con Twitter (ora X), e tuttavia la sua immagine esercita senza dubbio un ascendente importante su un numero di persone non trascurabile. È come un marchio e come tale viene usato da mesi da gruppi di hacker operanti secondo le forze dell’ordine soprattutto da Russia, India, Cina ed Europa orientale, che usano la sua immagine per promuovere aziende che permetterebbero di “arricchirsi velocemente grazie ai bitcoin” e in generale facendo investimenti online.

I video non sono reali, sono deepfake: in sostanza prodotti tramite software che utilizzano l’IA per modificare video già esistenti e far “dire” alle persone ritratte cose diverse, parole mai pronunciate. Un potere spaventoso, se ci si pensa, soprattutto sulla base di quanto dicevamo poco fa: il tutto va considerato non tanto sulla base di un osservatore preparato, ma sull’effetto che un video può avere su una persona che non ha gli strumenti giusti per distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è su internet. Come funziona? È piuttosto semplice da spiegare (meno da riconoscere): gli hacker partono da un’intervista trovata online, clonano la voce dell’imprenditore tramite software IA e poi manipolano l’immagine per far sembrare che la bocca del protagonista si muova in modo diverso. Questi strumenti non sono affatto difficili da reperire online: i software di intelligenza artificiale si trovano praticamente gratis. Un altro stratagemma è l’inclusione di un logo, tendenzialmente quello di un’emittente televisiva riconoscibile, per dare “veridicità” al tutto. E con un osservatore poco attento ai dettagli, il gioco è fatto.

Le criptovalute sono un po’ il tallone d’Achille in questo tipo di truffe, anche perché Musk stesso in passato si è dedicato molto al settore. Secondo la società che monitora i deepfake online Sensity, Musk appare in quasi il 90% dei video di truffe sulle cripto e questi dati sono stati così allarmanti nel corso dell’ultimo anno che sono stati segnalati sia dalla Securities and Futures Commission di Hong Kong – autorità che supervisiona la Borsa – sia dall’FBI.

di: Flavia DELL’ERTOLE

FOTO: ANSA/SHUTTERSTOCK