Il partito di estrema destra Afd è arrivato primo alle elezioni regionali in Turingia. Cosa succederà ora in Germania?
[In copertina i due co-presidenti di Afd, Alice Weidel e Tino Chrupalla]
Una scossa annunciata quella vissuta dalla Germania durante le elezioni regionali dello scorso 1° settembre, che hanno visto il successo del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), risultato primo in Turingia con il 32,8% e secondo in Sassonia dietro all’Unione Cristiano-Democratica (CDU). In quest’ultimo Stato la CDU ha mantenuto il primo posto con il 31,9%, tallonata, però, dall’Afd al 30,6%.
Si tratta della prima vittoria di un partito di estrema destra in un Land tedesco dalla Seconda guerra mondiale. È improbabile che l’Afd si insedi al governo dello Stato visto che nessuno è disposto ad allearsi con il partito. In ogni caso l’esito segna un’importante battuta d’arresto per il Partito Socialdemocratico (SPD) del cancelliere Olaf Scholz, che ha definito i risultati “preoccupanti”. «Il nostro Paese non può e non deve abituarsi a questo. AfD sta danneggiando la Germania: sta indebolendo l’economia, dividendo la società e rovinando la reputazione del Paese» ha dichiarato Scholz durante un’intervista a Reuters, chiarendo di parlare, in questo caso, in quanto leader della SPD. Il cancelliere ha, inoltre, chiesto ai partiti di non formare governi con “gli estremisti di destra”, in base al “cordone sanitario”, un accordo informale in base al quale le formazioni politiche assicurano di non allearsi con l’estrema destra.
Un risultato elettorale che, nonostante le partecipate manifestazioni contro l’Afd e l’estrema destra dello scorso gennaio, non è una sorpresa, visto anche l’esito delle elezioni europee di giugno. Va precisato, però, che Sassonia e Turingia rappresentano il 7% dell’elettorato tedesco e che l’Afd aveva già fatto breccia in questi Land della parte orientale del Paese, nel territorio che un tempo era la Germania dell’Est. Bisogna, poi, aspettare l’esito del voto nello Stato del Brandeburgo, che si terrà il 22 settembre.
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Male anche gli altri partiti della cosiddetta “coalizione semaforo”, che governano con la SPD: il Partito Liberale Democratico (FDP) non ha superato la soglia di sbarramento del 5% in nessuno dei due Stati, mentre i Verdi l’hanno superata di pochissimo (5,1%) solo in Sassonia. Per quanto riguarda le altre formazioni, anche il partito di sinistra Die Linke non ha superato la soglia di sbarramento.
Exploit, invece, per il partito populista di sinistra BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht), guidato da Sahra Wagenknecht, ex esponente di Die Linke. BSW ha raggiuntoil 15,8% in Sassonia e l’11,8% in Turingia. Il partito, fondato neanche un anno fa, coniuga politiche economiche e sociali tipicamente di sinistra a una retorica contraria all’immigrazione, seppur lontana nei toni da quella di Afd, con cui condivide anche lo stop degli aiuti militari in Ucraina e la contrarietà alle politiche ecologiste. Wagenknecht, però, ha già affermato di non voler dar vita a una coalizione con l’Afd: a dividere le due formazioni ci sono l’aumento del salario minimo e dell’assistenza sociale, sostenuti dalla BSW.

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Il rebus sulle alleanze di governo nei due Stati, però, rimane. In Turingia, dove Afd è arrivato primo, sembra remota la possibilità di un’alleanza con l’ultradestra, guidata nel Land da Björn Höcke, già multato per aver utilizzato slogan nazisti, proibiti in Germania. L’Afd non è nuova ad accuse di razzismo e xenofobia.
Ma come è nato il partito e come ha fatto a ottenere tale consenso? Come è stata possibile questa ascesa?
Cambiare pelle
Alternative für Deutschland (AFD, “Alternativa per la Germania”) è stato fondato nel 2013 da ex membri della CDU in opposizione alle politiche dell’Eurozona. Tra loro c’è Bernd Lucke, economista, che ha contribuito a delineare il volto del partito nella sua prima fase: conservatore, incentrato soprattutto sulle questioni economiche, euroscettico, favorevole all’uscita della Germania dall’Unione europea. Nello stesso anno l’Afd ottiene il 4,7% dei voti alle elezioni federali non superando, quindi, la soglia di sbarramento del 5% per entrare nel Bundestag, il Parlamento tedesco. Alle elezioni europee del 2014, però, arriva al 7,1% (con 7 deputati) e proprio da qui inizia una crescita costante. Nello stesso anno, infatti, alle elezioni regionali ottiene il 9,7% dei voti in Sassonia, il 10,6% in Turingia e il 12,2% nel Brandeburgo. Già da allora si capisce come il partito, seppur in una veste differente da quella attuale, cominci ad attutire nell’ex Germania Est.
Il 2015 è un anno cruciale per l’Afd, la cui guida passa a Frauke Petry. Il partito si sposta su posizionisempre più conservatrici, soprattutto sulla gestione dei flussi migratori: nel 2017 si dice contrario alla decisione dell’allora cancelliera Angela Merkel di accogliere in Germania le persone in fuga dalla sanguinosissima guerra civile in Siria. Nel frattempo Lucke lascia l’Afd.
Negli anni il partito riscuote sempre maggiori consensi alle elezioni regionali. Nel 2017 il partito boccia la svolta centrista proposta da Petry: la leader annuncia che non sarà lei la candidata cancelliera alle elezioni legislative. La scelta ricade su Alice Weidel, eletta con il 67,7% dei voti, insieme al vicepresidente e co-fondatore del partito Alexander Gauland. Alle elezioni federali l’Afd ottiene il 12,6% dei voti e, per la prima volta, entra in Parlamento. Poco dopo Frauke Petry lascia il partito per i contrasti con Wiedel e Gauland a causa della linea politica “troppo estremista”, così l’aveva definita, ormai seguita dal partito.
L’Afd continua a racimolare consensi, attraverso una retorica che si presenta – almeno inizialmente – come anti-establishment, contraria all’élite politica. Anche questo spiega, in parte, la percentuale del 15,90% raggiunta alle elezioni europee dello scorso giugno, diventando il secondo partito più votato in Germania dopo la CDU.
Poco prima, nel maggio 2024, l’Afd viene espulsa dal gruppo europeo Identità e Democrazia (poi confluito in parte in Patrioti per l’Europa e, in minoranza, in Europa delle Nazioni sovrane) – di cui facevano parte anche il Rassemblement National di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini – a causa degli scandali che coinvolgono la formazione, come le a dir poco controverse dichiarazioni di Maximilian Krah, capolista alle europee, che in un’intervista a La Repubblica ha dichiarato che “non tutti i membri delle SS dovrebbero essere considerati automaticamente criminali di guerra”.
L’Afd ha posizioni nettamente conservatrici in ambito di diritti civili, ma come detto, il tema centrale nella narrazione dell’Afd rimane quello dei flussi migratori. Negli anni, infatti, il partito ha spinto sempre più verso una retorica anti-immigrazione, sostenendo politiche molto severe sull’accoglienza.

L’intervista
Per capire meglio l’attuale situazione in Germania abbiamo intervistato Federico Niglia, professore di Storia Internazionale all’Università per Stranieri di Perugia.
Dopo i risultati di queste elezioni c’è il rebus alleanze. I leader degli altri partiti hanno detto di non volersi alleare con Afd. Quali coalizioni ci possiamo aspettare? La BSW sarà davvero l’ago della bilancia?
«La situazione in Germania è sempre più bloccata per una serie di caratteristiche oggettive legate ad Afd ma anche per una rigidità del sistema politica tedesco che, di fatto, è strutturato sul sistema partitico della vecchia Germania federale e su un apparato di valori e prassi politiche che sembrano essere sempre più messe in discussione nel contesto odierno, in particolare nella Germania dell’ultimo decennio. Questo perché il sistema politico tedesco è strutturato – vista la sua particolare esperienza storica – per tenere fuori le ali estreme, depotenziarle. Non è solo un discorso di esclusione, ma anche relativo a un sistema pensato per riassorbire l’estremismo ed evitare che si sviluppi. Nella storia più profonda della Repubblica Federale il problema ha riguardato, in particolare, il comunismo, prima dichiarato incostituzionale, poi, se vogliamo, anche sfidato dalla socialdemocrazia. Ha sempre riguardato meno l’estrema destra, dove c’era il Partito Nazionalista tedesco di Adolf von Thadden che ha sempre ottenuto pochissimi consensi e non ha mai rappresentato nulla di rilevante. Quindi il sistema aveva tenuto e tutto si era sviluppato all’interno di un discorso “di sistema”. Ha iniziato a scricchiolare soprattutto dal 2008 in poi perché si sovrappongono varie crisi: la questione dell’economia, quella migratoria, quella della sicurezza che, ovviamente, sono questioni diverse ma nell’immaginario collettivo tedesco pesano. Tutto questo non si è immediatamente tradotto in una spinta nazionalista, almeno in prima battuta, ma ha avuto un exploit populista, in parte contenuto da Angela Merkel, che è stato il cancelliere che ha contenuto e, in parte, oscurato questo processo. Questo per dire che l’estrema destra è cresciuta nel silenzio degli altri, che l’hanno sempre considerata un fenomeno deviante, facilmente riassorbibile, e sicuramente non integrabile nei rapporti politici di sistema. Tutto questo spiega anche l’impreparazione delle forze politiche tradizionali, ma anche il radicalismo di Afd, che cresce anche sfruttando il fatto di essere esclusa e capitalizza in termini politici. Gli unici che si sono posti realmente il problema sono stati i politici di centro-destra tedeschi – il riferimento è alla CSU e alla CDU – in quei Länder in cui la crescita di Afd veniva vista giorno per giorno. Tutto questo, però, si è scontrato con una linea federale della CDU, quella dell’impossibilità di fare coalizioni con Afd, e questo blocca l’unico partito con cui Afd poteva avere un dialogo. La questione, quindi, ricade sulla CDU/CSU, che ha chiuso la porta [a Afd, NdR] anche per un motivo personale: allearsi con Afd vuol dire dare legittimità a un competitor che guarda in parte a un elettorato che la CDU vuole tenere per sé. Il risultato è che ad oggi con Afd è impossibile fare coalizioni, questo per contenere un fenomeno che, però, è difficilmente contenibile in un posto in cui prende oltre il 30%. Questo vuol dire che l’unica vera alternativa di breve periodo ad Afd è la grande coalizione tra cristiano-democratici e socialisti. Perché di breve periodo? Primo, perché è una formula che logora moltissimo questi due partiti perché li obbliga a una coabitazione mentre dovrebbero essere in opposizione dialettica; poi un’operazione del genere è molto precaria perché dà ulteriore credito ad Afd in prospettiva. Poi perché le performance di questi partiti -non della CDU a Oriente, ma di socialisti, verdi e liberali – è penosa. L’unica alternativa è questa ma è un’alternativa logorata e logorante. C’è un ulteriore elemento. Se andiamo ad analizzare il movimento Wagenknecht vediamo che solo parzialmente può essere collocato nello spettro della sinistra: lo è sicuramente per quanto riguarda le politiche sociali e determinate politiche economiche, ma se guardiamo a determinati aspetti come la sicurezza, la migrazione, è anzi, un partito populista spostato a destra. Io non credo possa esserci una reale possibilità di alleanza tra Afd e Sahra Wagenknecht per un semplice motivo: pur avendo aspetti in comune, di fatto rispondono ad assetti ideologici in parte diversi. Sfruttano il radicalismo ma il rischio è che, alleandosi, venga penalizzato uno dei due o entrambi. Poi Sahra Wagenknecht viene dalla Linke, quindi c’è il tema dell’antifascismo che non credo possa essere rapidamente gettato a mare. È anche vero che Wagenknecht è una realtà molto nuova, che è cambiata e cambia molto velocemente, così come è cambiata Afd. L’unico modo di contenere Afd è basato sulla volontà della CDU di entrare in qualche grossa coalizione che di fatto ne completi la leadership e le permetta di governare, però con un effetto erosivo».
È già da tempo che l’Afd ha cominciato a guadagnare consensi in Turingia, in Sassonia e nel territorio dell’ex Germania Est. Quali sono le ragioni storiche?
«In realtà non è che Afd ha iniziato ora a ottenere dei risultati in Turingia e Sassonia, ma ora ottiene dei risultati che, di fatto, posso scuotere il primato della politica regionale, ma qui è sempre stato un partito forte. Afd nasce nel 2013 come partito di nicchia: inizialmente era anti-Euro, iperpopulista ma senza necessariamente una connotazione di destra ipernazionalista. Fin da subito si radica a Oriente, che va a ridefinire il partito in una chiave fortemente nazionalista, e non è un caso: i cinque Länder orientali sono quelli in cui la Storia ha pesato nel modo più cupo, si è passati dall’autoritarismo guglielmino al nazionalsocialismo a una dittatura comunista molto dura, per cui l’afflato democratico non ha mai lambito questi Länder. Dopo si pensa che la riunificazione (che è un processo di incorporazione dell’Est nell’Ovest) riesca rapidamente a risolvere questo divario: in realtà non lo fa e lo dimostra la fotografia politica e sociale della Germania 30 anni dopo, ancora divisa, ancora con un sentire diverso, con un Oriente che sente fortemente il peso di un’eredità storica autoritaria, se non totalitaria in un determinato periodo. Ecco, dunque, la spiegazione del perché Afd – che ormai non è solo circoscritto a Oriente – ha una forza ormai enorme qui».
I tre partiti della coalizione di governo si trovano in bilico, per usare un eufemismo. Non possiamo prevedere il futuro ma, secondo Lei, realisticamente come potrebbe comportarsi Scholz nei prossimi mesi, anche in vista delle elezioni federali del prossimo anno?
«Innanzitutto Scholz ha un problema di leadership personale, che non è alle stelle e, anzi, viene insidiata sempre più all’interno del partito. Scholz vinse le elezioni del 2021 cavalcando argomenti fortemente socialisti che, poi, in realtà, si sono attenuati. Una delle vie è quella “dei socialisti che fanno i socialisti”: un ritorno del Socialismo a posizioni più classiche è forse un’opportunità per la socialdemocrazia tedesca. L’altro grande tema è quello della coalizione. Il problema di questa “coalizione semaforo” è che ha unito forze molto diverse. Si pensava che i Verdi sarebbero cambiati: sono cambiati rispetto a quelli degli anni Novanta, però sono altrettanto problematici e hanno mostrato una capacità di tenuta del consenso a volte abbastanza dubbia, lo si vede alle europee e lo si vede alle elezioni regionali. Per quanto riguarda il socialismo, il contenimento di Afd passa per la riaffermazione del modello socialdemocratico tedesco, che è forte e originario. Per quanto riguarda la CDU la questione è un po’ più complessa perché si trova spesso costretta a rincorrere Afd, che ora sta già cambiando pelle: se per un periodo [Afd] ha giocato sulla sua estraneità al sistema, ora che inizia ad avere questi risultati inizia a volere un ruolo nel sistema, quindi punta a una sua parziale normalizzazione. La domanda è che cosa farà al CDU. È facile disegnare le linee rosse [come la cosiddetta “Brandmauer”, NdR], il problema è quando vengono superate senza che si abbia una chiara strategia di quella che deve essere la risposta, quindi la chiusura a Afd è indubbiamente problematica. Non ci dimentichiamo che queste sono elezioni regionali, che servono a testare il sistema; certamente indeboliscono».
Secondo Lei sarà possibile la normalizzazione di Afd o verrà contenuta?
«Il problema è che il radicalismo può essere cavalcato fino a quando non si assume un ruolo di governo forte. Afd sta raggiungendo dei numeri che, di fatto, vanno oltre l’elettore radicale e iniziano a lambire un elettore centrista/conservatore. In questo ci dovrebbe essere un elemento che spinge alla normalizzazione, ma il problema è il seguente: come concepire la Germania? Se si concepisce la Germania come un soggetto il cui destino è europeo, allora i margini di normalizzazione di Afd sono più stretti. Se, invece, si concepisce la Germania come un Paese che si può isolare dal centro e dal resto d’Europa, allora Afd ha ulteriori margini per crescere normalizzandosi di meno. Però è tutto legato all’identità tedesca e al rapporto della Germania con l’Europa. Il problema non è quanto si può normalizzare Afd, ma che direzione può prendere la Germania, è questo il problema che si deve porre il tedesco quanto l’europeo. Non è un nodo che può essere sciolto solo internamente, anche perché i margini di normalizzazione di Afd cambiano in base alla media dei sistemi politici degli altri Paesi: se si spostano tutti a destra, se c’è più spazio per il radicalismo, allora Afd risulta meno ‘un pugno in un occhio’. Ad esempio, basta guardare alla Francia: è solo la Germania che si sposta in questo senso o sono anche altri Paesi? Questo pesa sia per spiegare le performance elettorali di Afd, sia per spiegare quale sarà la sua traiettoria futura».
Per il momento possiamo solo aspettare le elezioni regionali nel Brandeburgo, che si terranno il prossimo 22 settembre.
di: Francesca LASI
FOTO: ANSA/Bernd von Jutrczenka/dpa